La morale di Toy Story 5 è una profonda lezione per bambini e adulti


Ho appena lasciato una sala cinematografica affollata dopo la proiezione di «Toy Story 5», un film che si conferma già un grande successo e il più redditizio della serie fino a questo momento, una saga amata dal pubblico per il suo fascino senza tempo.

Questa nuova puntata introduce però un’angolazione tagliente, che tutti riconosciamo come vera. L’ossessione digitale non minaccia soltanto l’infanzia dei bambini: mette in pericolo anche questa serie di film, che ha sempre avuto al centro i giocattoli fisici ormai celebri di Woody, Buzz Lightyear, Mr. Potato Head, Slinky Dog, Rex, Bo Peep e Jessie, la cowgirl yodeler che qui assume il ruolo principale.

Nel contrastare l’egemonia degli schermi, la Pixar non si limita a invocare la redenzione dei più piccoli: colpisce anche in difesa del soggetto stesso del film. Nella trama, la bambina Bonnie ottiene finalmente un tablet Lilypad, dopo anni di richieste, nonostante lo scetticismo dei genitori. Subito il dispositivo inizia a competere per la sua attenzione. Bonnie trascura i suoi giocattoli e acconsente persino a farli riporre tutti in un magazzino. I giocattoli devono allora ritrovare il proprio posto in un mondo dominato da schermi, app sociali e «amici digitali».

Il film contiene numerosi momenti intensi, ma merita di essere sottolineata in particolare la scena dell’arrivo del tablet. Bonnie non ha mai avuto prima un dispositivo digitale. Quando riceve il Lilypad, il suo volto cambia completamente. Gli occhi e l’espressione si afflosciano e perde istantaneamente interesse per il mondo circostante. Invece di interagire con l’esterno e con i genitori, viene risucchiata nel vortice digitale: resta alzata fino a tardi per giocare a videogiochi banali, si sveglia all’alba per dialogare con i nuovi «amici» virtuali, arriva in ritardo a cena e trascura del tutto i vecchi giocattoli e la vita di prima. È trasformata, e tutto a causa di un pezzo di tecnologia.

Ma la tecnologia non è soltanto negativa. Una delle sue nuove amiche online la invita a una festa di pigiama. Bonnie si presenta entusiasta, solo per scoprire che nessuno parla con nessuno: a quella presunta “festa” i bambini sono tutti assorti nei propri tablet. E nota che lo stesso accade in tutto il quartiere. Non sappiamo esattamente cosa succeda in quel momento, ma Bonnie torna a casa profondamente depressa, sentendosi più sola di quanto non sia mai stata. Le nuove amicizie si rivelano insoddisfacenti. Il vecchio mondo dei giocattoli e delle amicizie reali viene sostituito da tablet invasivi che privano i bambini della buona vita.

Poi succede qualcosa di terribile: i vecchi giocattoli si coalizzano per inviare una foto di sé stessi, per far sapere a Bonnie che si sono persi e hanno bisogno di amore. Il messaggio viene diffuso su tutte le piattaforme, comprese quelle frequentate dai suoi nuovi falsi amici. Questi la deridono, definendola una bambina piagnucolosa che ha ancora bisogno dei suoi giocattoli. Bonnie si sente devastata e profondamente triste. Non esiste nessuno cresciuto in questo mondo che non abbia vissuto qualcosa di simile: pubblichi la cosa sbagliata o qualcuno prende in giro una tua foto, e tutti sembrano parlare di te e hai la sensazione che il mondo intero abbia appena scoperto quanto tu sia orribile, fuori moda, stupido e patetico.

Si prova un brivido che percorre tutto il corpo, dovuto allo spostamento del sangue. Si chiama umiliazione. L’ho provata anch’io, quando ho commesso un errore in un articolo e qualcuno me lo ha rinfacciato. È una sensazione terribile. La conosco. E deriva in gran parte da un’illusione: l’idea che tutti ti stiano guardando dall’alto in basso. Nulla nella vita reale può eguagliare la falsa impressione che il mondo intero stia ridendo di te. Ma solo i media digitali riescono a generare questo livello di vergogna.

Qualche giorno dopo Bonnie si presenta a casa di un’altra bambina, dove si trovano i suoi vecchi giochi. La ragazzina ospitante vorrebbe diventare sua amica, ma Bonnie ha già dimenticato come interagire. Abbassa lo sguardo e riesce a malapena a parlare. Borbotta invece di esprimersi. Ha perso ogni fiducia in sé stessa. È come se un nuovo spirito si fosse impossessato di lei. La madre si preoccupa. Alla fine Bonnie confessa quanto è successo. La madre comprende perfettamente. Persino il tablet si sente in colpa (i giocattoli di “Toy Story”, ricordiamolo, hanno una coscienza e una volontà propria) e si getta via da solo, saltando in una scatola delle donazioni.

Man mano che la trama si sviluppa, tutti i giocattoli collaborano per far recuperare a Bonnie il senso di sé e per metterla in contatto con una nuova amica vera. La trama funziona e i bambini ritrovano il proprio spirito, il senso dell’avventura, l’immaginazione e il divertimento nel mondo reale. Il film non cade nella retorica del «la tecnologia è il male, andate a vivere nei boschi». Offre invece un avvertimento sfumato: schermi e app non sono cattivi in sé, ma quando diventano il modo predefinito in cui i bambini si connettono e giocano, qualcosa di essenziale va perduto: l’immaginazione, l’amicizia faccia a faccia, la caoticità del gioco reale e il ruolo dei giocattoli fisici, e di conseguenza l’interazione con il mondo concreto.

Il film attribuisce al tablet Lilypad anche alcuni meriti legittimi, perché aiuta la bambina Bonnie a superare l’ansia sociale e a entrare in contatto con altri bambini, ma ne mostra pure i lati negativi senza moralismi. E i vecchi giocattoli non cercano di distruggere la tecnologia: cercano di trovare il proprio posto accanto a essa.

Questo equilibrio evita un messaggio di cieca rabbia e lo rende più efficace, soprattutto per genitori e figli che guardano insieme. La lezione vale per i bambini e per gli adulti: la tecnologia offre dosi rapide di dopamina e comodità, ma può spostare silenziosamente ciò che sentiamo come «normale» nel gioco e nella relazione, fino a far sbiadire le gioie di un tempo.

E anche gli adulti hanno disperatamente bisogno di questo messaggio. L’idea di monitorare in modo ossessivo il sonno, i passi e la dieta, filtrando tutto attraverso un dispositivo che ti porti sempre dietro ovunque tu vada, è del tutto assurda e probabilmente genera abbastanza ansia da nuocere alla salute.

Quanto al conteggio di follower o like sui social media, lasciamo perdere proprio: non è niente di reale.

Uscendo dal cinema, ho notato una famiglia con un bambino dell’età di Bonnie. Ho chiesto che cosa ne pensassero. I genitori erano entusiasti ma il bambino era particolarmente felice e aveva un sorriso da orecchio a orecchio.

Ecco: c’è speranza che questo film riesca a trasmettere la morale giusta.

A questo punto uno si chiede: è arrivata la controrivoluzione? Sempre più aule scolastiche vietano i telefoni e riferiscono risultati eccellenti. Sempre più esperti esprimono un profondo rimpianto per aver imposto con tanta forza laptop e tablet nelle mani dei bambini, e anche questi dispositivi vengono banditi. Lo stesso accade alle superiori e all’università. Nelle cerimonie di laurea di quest’anno, qualsiasi relatore che abbia elogiato le glorie dell’intelligenza artificiale è stato regolarmente fischiato.

Tutto questo, per quanto mi riguarda, è meraviglioso. I media digitali sono fantastici per la capacità di inondare il mondo di informazioni. Sono però pessimi per l’apprendimento, nell’insegnare disciplina, giudizio e saggezza. Hanno reso semplicissimo l’apparenza di sapere r hanno soffocato il pensiero vero e lo studio approfondito. E io temo che il loro effetto sia ancora peggiore, come rappresenta chiaramente il cambiamento nell’espressione di Bonnie: sembra spegnere il cervello. E qualche volta va anche bene, ma se diventa la norma l’insegnamento autentico e la socializzazione finiscono.

E infatti, è quello che vediamo nella Generazione Z: una generazione perduta, confusa su quasi tutto ma ossessivamente concentrata sulle apparenze dei social media. Essere un “influencer”, qualunque cosa significhi, figura tra le ambizioni principali dei giovani sotto i 3o anni. E questo è un distacco drastico dalla vita reale delle persone e dal percorso verso il successo autentico e la felicità. Anche perché nel mondo degli influencer tutto è perfetto, perché è teatro, non realtà.

E io stesso devo confessare di essere stato un grande sostenitore di tutte queste tecnologie, quando sono arrivate. Non avevo considerato gli effetti secondari. Non avevo realizzato che, rendendo così facile l’apparenza della conoscenza, la tecnologia avrebbe indebolito il muscolo mentale del pensiero e della scoperta. Con la perdita della lettura, il crollo dei risultati scolastici e la distorsione di cosa costituisca davvero una “buona vita” si mette a rischio la civiltà umana stessa.

Toy Story 5 è una magnifica rappresentazione dei mali di questo settore economico e della società in generale, per il fatto di aver anche solo un momento pensato che il digitale potesse sostituire il reale.

I lockdown delle scuole e l’imposizione agli studenti della dipendenza dall’online, dal 2020 al 2022, non sono stati altro che un male. È necessaria una lunga e faticosa espiazione.

Il film non cita esplicitamente queste politiche, ma esse restano sullo sfondo. Gli adulti sono stati crudeli e ora siamo circondati dalle macerie. Questo meraviglioso film avvia il lungo processo di ammissione di un terribile errore e di riparazione del danno causato. Portate i bambini a vederlo. Portate anche gli adulti. Abbiamo un bel lavoro da fare.




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 Jeffrey A. Tucker per ET USA

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