Il “Muppet marino” dalla testa a elmetto che per decenni è stato scambiato per un cavalluccio marino



Una draga calata a circa 50 metri di profondità, al largo dell’Australia meridionale, cercava brachiopodi, piccoli animali protetti da una conchiglia. Quando tornò in superficie, nel 2006, trasportava anche un pesce arancione lungo poco più di cinque centimetri. Finì nella collezione degli invertebrati del South Australian Museum e lì rimase per anni. La spedizione cercava invertebrati; il pesce aveva semplicemente sbagliato cassetto.

A guardarlo sembrava un cavalluccio marino. Aveva la testa inclinata verso il ventre, la coda capace di aggrapparsi e, trattandosi di un maschio, una tasca chiusa per custodire le uova. Le analisi dello scheletro e del DNA hanno però rivelato una storia diversa. Il pesce è stato descritto come Australyichthys aegis, una specie nuova conosciuta attraverso un solo esemplare. Insieme ad altri due pesci già classificati come cavallucci marini forma ora il nuovo genere Australyichthys.

Lo studio pubblicato sul Journal of Lost Species ha riclassificato anche Australyichthys minotaur e Australyichthys paradoxus. Tutti e tre appartengono alla grande famiglia che comprende cavallucci marini, pesci ago e draghi marini, però hanno seguito un percorso evolutivo proprio.

Gli autori li hanno soprannominati sea Muppets, pupazzi marini, per il corpo morbido e la testa piuttosto ingombrante. La nuova specie è il helmethead sea Muppet, il Muppet marino dalla testa a elmetto. Il nome aegis richiama l’egida della mitologia greca, lo scudo evocato dalla cupola che sovrasta il capo.

Una TAC ha guardato sotto il travestimento

Gli esemplari conservati nei musei sono pochissimi e danneggiarli avrebbe significato perdere materiale impossibile da sostituire. I ricercatori hanno quindi usato la micro-CT, una specie di TAC molto precisa capace di mostrare in tre dimensioni anche ossa minuscole. Le immagini hanno permesso di confrontare lo scheletro dei tre pesci con quello di un vero cavalluccio marino. La somiglianza esterna, a quel punto, ha cominciato a cedere.

I cavallucci marini possiedono una gabbia rigida di placche ossee fuse intorno al ventre e una caratteristica struttura sulla testa, simile a una piccola corona. Negli Australyichthys le placche inferiori restano separate e alcune ossa sono disposte in modo diverso. La sagoma raccontava una parentela stretta. Lo scheletro mostrava che quei pesci erano stati costruiti seguendo un altro progetto.

Il DNA ha confermato il risultato, sebbene sia stato possibile analizzarlo soltanto nel nuovo esemplare. A. aegis era stato conservato in etanolo, una sostanza che mantiene il materiale genetico in condizioni migliori rispetto alla formalina usata spesso nei musei. L’esame di centinaia di porzioni del DNA lo ha collocato vicino ai cavallucci marini, su un ramo evolutivo distinto. Per le altre due specie la riclassificazione si basa sulle ossa condivise, perché non era disponibile DNA utilizzabile.

L’evoluzione ha ripetuto la stessa forma

La scoperta mostra che la tipica forma del cavalluccio marino è comparsa almeno due volte all’interno della stessa famiglia di pesci.

In biologia questo fenomeno si chiama evoluzione convergente. Animali con storie differenti sviluppano caratteristiche simili quando vivono in condizioni paragonabili o devono affrontare gli stessi problemi. È successo, per esempio, con le ali di uccelli e pipistrelli, nate lungo percorsi evolutivi separati. Nel caso di Australyichthys, l’evoluzione ha riproposto una testa inclinata, una coda prensile e una tasca maschile per le uova.

Gli studiosi dovranno ora capire quali vantaggi offrisse questa forma nei fondali dell’Australia meridionale. Le informazioni sulla vita di questi pesci, per ora, stanno quasi tutte dentro le teche. Nessuno li ha mai osservati vivi nel loro ambiente. Gli esemplari conosciuti sono stati raccolti per caso da reti a strascico e draghe calate tra circa 50 e 124 metri di profondità.

A quelle quote arriva poca luce. Spugne, coralli molli e altri organismi formano rifugi nei quali pesci così piccoli potrebbero nascondersi facilmente. Esplorare questi fondali richiede immersioni tecniche, telecamere e veicoli guidati dalla superficie. Aspettare che un altro esemplare finisca per caso in una rete, finora, ha dato risultati piuttosto magri.

Sette pesci raccolti in quasi ottant’anni

Lo studio analizza sette esemplari raccolti in quasi ottant’anni lungo oltre 2.500 chilometri di costa australiana. Nell’abstract ne vengono indicati otto, mentre tabelle, metodi e descrizioni ne riportano sette: una piccola incongruenza interna che non modifica la nuova classificazione.

L’esemplare più recente è A. aegis, recuperato nel 2006. Da allora non sono stati registrati altri ritrovamenti. Gli autori considerano quindi Australyichthys un genere “perduto”, seguendo la definizione proposta sulla rivista Oryx per gli animali dei quali mancano prove recenti di sopravvivenza in natura. La parola “perduto” indica che la scienza ha perso le tracce della specie da almeno dieci anni, ma non permette di dichiararla estinta.

Per questi pesci mancano dati sufficienti sulla distribuzione, sul numero di individui e sulle eventuali minacce. Potrebbero essere molto rari oppure vivere in zone profonde visitate di rado. Con sette esemplari e nessuna osservazione diretta, stabilirlo sarebbe poco più di un esercizio di fantasia.

Le future ricerche dovranno concentrarsi nei luoghi delle vecchie catture usando veicoli telecomandati, immersioni tecniche e forse il DNA ambientale, che permette di cercare nell’acqua le tracce genetiche lasciate dagli animali. Per ora questo nuovo ramo evolutivo è conosciuto attraverso sette piccoli pesci conservati nei musei. Nessuno li ha mai visti nuotare. Uno di loro è rimasto per anni persino nella collezione degli invertebrati: un’intera parentela aspettava che qualcuno aprisse il cassetto giusto.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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