Attrezzature e macchinari destinati alla ricerca di petrolio sono stati trasferiti a Nerlerit Inaat, nella Groenlandia orientale. White Flame Energy aveva però saltato un passaggio piuttosto sostanzioso: chiedere prima l’autorizzazione. Il 30 luglio il Governo groenlandese ha comunicato che il titolare delle licenze aveva spostato il materiale da Tasiilaq a Nerlerit Inaat senza le approvazioni necessarie e ha inviato una “forte ammonizione”: i prossimi movimenti logistici dovranno essere concordati con l’autorità mineraria prima di essere eseguiti.
Il materiale può rimanere dov’è, almeno per ora. Non può però proseguire verso Jameson Land senza il via libera. Ed è proprio lì che Greenland Energy Company, società statunitense quotata al Nasdaq, sta preparando una campagna per cercare petrolio in uno degli angoli più remoti dell’Artico. Le trivelle ancora non girano. Intorno, invece, si muove già parecchio.
La tempistica pesa ancora di più mentre Donald Trump continua a trattare la Groenlandia come una casella da spostare sulla cartina geopolitica. Il primo agosto ha pubblicato sul suo profilo Truth Social un’immagine che lo mostra gigantesco sopra un villaggio groenlandese, accompagnata da due parole: “Hello, Greenland!”. Il petrolio di Jameson Land, quindi, arriva dentro una storia già carica di interessi americani, sicurezza artica e pressioni politiche. Senza bisogno di aggiungere altra scenografia: a quella pensa già il presidente.
Attrezzature a Nerlerit Inaat, permessi ancora incompleti
La società che formalmente possiede le tre licenze di esplorazione è White Flame Energy A/S, controllata dalla britannica 80 Mile. Greenland Energy finanzia invece il progetto attraverso March GL e, secondo gli accordi depositati presso la Securities and Exchange Commission statunitense, potrà ottenere il 50% degli interessi nelle licenze dopo il primo pozzo e arrivare al 70% dopo il secondo. Anche questi trasferimenti sono soggetti al consenso del governo groenlandese.
Il 6 agosto, pochi giorni dopo il richiamo di Nuuk, Greenland Energy ha aggiornato gli azionisti. Il documento riconosce apertamente che mancano ancora approvazioni necessarie per iniziare a perforare, mentre 80 Mile continua a gestire l’iter autorizzativo. La società statunitense porta avanti progettazione, acquisti, trasporti, coordinamento dei fornitori e preparazione operativa. La motivazione è altrettanto esplicita: aspettare i permessi prima di organizzare la logistica farebbe perdere tempo prezioso nella breve stagione disponibile in Groenlandia.
Una frase che chiarisce bene cosa sta succedendo. Il pozzo aspetta le autorizzazioni; tutto ciò che serve ad arrivarci, per quanto possibile, viene preparato prima.
C’è anche una correzione importante rispetto ai piani circolati nelle settimane precedenti. Greenland Energy parlava inizialmente di due pozzi e di una campagna da circa 60 milioni di dollari. Nell’aggiornamento del 6 agosto, invece, il programma per l’inverno 2026-2027 viene concentrato su un solo pozzo esplorativo. Il secondo dovrebbe arrivare dopo l’analisi dei risultati del primo. La società precisa che la decisione non dipende dalla mancanza di fondi e la attribuisce alle difficoltà operative, ambientali e di sicurezza dell’esplorazione artica.
Questo rende ormai troppo netto parlare di un primo pozzo “entro ottobre”. L’ultima comunicazione disponibile indica la campagna invernale 2026-2027 e continua a subordinare l’avvio della perforazione alle autorizzazioni.
Quei 13 miliardi di barili esistono soprattutto sulla carta
Poi ci sono i numeri, abbastanza grandi da fare il giro del mondo prima ancora della trivella. Greenland Energy indica per Jameson Land un potenziale che può arrivare a 13,03 miliardi di barili di petrolio. Il dato esiste, però va letto fino in fondo. È lo scenario alto, classificato 3U, di una stima indipendente realizzata da Sproule ERCE sulle prospective resources: petrolio che potrebbe trovarsi in accumuli ancora da scoprire.
Lo scenario basso è di circa 1,09 miliardi di barili, quello intermedio di 4,2 miliardi. Per ottenere i 13 miliardi bisogna inoltre sommare le stime relative a tutti i 58 prospect individuati assumendo che ogni livello considerato risulti produttivo. È scritto nello stesso documento presentato agli investitori.
E c’è un’altra riga che ridimensiona parecchio l’immagine di un enorme giacimento già pronto sotto la tundra: nel Jameson Land Basin non è mai stato perforato un pozzo esplorativo e non è mai stata fatta una scoperta commerciale di petrolio. Greenland Energy è ancora una società in fase esplorativa, senza riserve provate né produzione nell’area. Il primo pozzo serve precisamente a capire se sotto quelle stime esiste qualcosa che possa essere estratto in modo commercialmente sostenibile. Tredici miliardi di barili fanno un titolo magnifico. Per adesso stanno in una tabella della SEC.
Il collegamento con Golden Dome passa da Carol Craig
Anche i rapporti tra Greenland Energy e l’universo trumpiano meritano qualche vite stretta bene. Il presidente del consiglio della società, Larry Swets, viene talvolta associato direttamente al Golden Dome, il grande progetto di difesa antimissile voluto da Trump. I documenti disponibili raccontano una connessione diversa.
Nel consiglio di amministrazione di Greenland Energy siede dal giugno 2026 Carol Craig, ex ufficiale della Marina statunitense e fondatrice, amministratrice delegata e presidente di Sidus Space. La sua nomina compare in un deposito ufficiale alla SEC.
Sidus Space è stata selezionata dalla Missile Defense Agency per il programma SHIELD, un grande contratto quadro nel settore della difesa antimissile che la stessa azienda collega alla strategia del Golden Dome. È un collegamento documentato, senza bisogno di trasformare automaticamente un’impresa petrolifera privata in un’appendice della Casa Bianca.
Il quadro rimane comunque piuttosto affollato. Trump continua a rivendicare un maggiore controllo americano sulla Groenlandia; una società statunitense sta finanziando la ricerca di petrolio nella parte orientale dell’isola; nel suo board siede la fondatrice di un’azienda coinvolta nei programmi di difesa antimissile americani. Nel frattempo Nuuk ha dovuto ricordare che le licenze petrolifere non rendono facoltative le autorizzazioni. A Jameson Land il petrolio deve ancora essere trovato. Il pozzo deve ancora essere autorizzato. Le attrezzature, invece, sono già arrivate.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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