Le ondate di calore, sempre più frequenti, stanno facendo emergere il fenomeno della povertà da raffrescamento, una nuova forma di vulnerabilità energetica. Tra rischi sociali, impatti ambientali e strategie di adattamento, cresce il ruolo delle amministrazioni locali
Se con il Covid e il conseguente rimbalzo del costo delle materie prime (soprattutto quelle energetiche), poi acuito dalle tensioni internazionali scaturite prima per la guerra in Ucraina poi in Medioriente, il concetto di povertà energetica è diventato famigliare all’opinione pubblica, un po’ meno si conosce, invece, il significato di povertà da raffrescamento.
La povertà energetica riguarda la difficoltà a sostenere il costo dei servizi energetici essenziali e, secondo i dati della Commissione europea, riguarda oltre il 9% della popolazione.
In alcuni casi, questo significa dover scegliere tra riscaldare o raffreddare la propria casa e pagare una cura medica indispensabile. A queste persone si aggiungono tutte quelle che vivono esposte al rischio di diventare energeticamente povere.
È qui che entra in gioco il concetto di vulnerabilità. Se la povertà energetica può essere osservata e misurata, la vulnerabilità è molto più difficile da individuare e dipende da fattori economici, climatici e sociali che cambiano nel tempo e spesso sfuggono alle statistiche.
Che cos’è la povertà da raffrescamento
La povertà da raffrescamento (cooling poverty) è collegata alla povertà energetica, ma è entrata nell’agenda politica e nel dibattito pubblico più di recente, a seguito degli anni particolarmente caldi che abbiamo vissuto soprattutto il 2024, ma anche il 2023 e il 2022, quest’ultimo caratterizzato anche da forte siccità.
Secondo l’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) del Piemonte, il 2026 si sta posizionando come un altro anno nero e di estrema gravità sul fronte del riscaldamento e della crisi idrica in Italia, ricalcando e in certi casi superando i record peggiori del recente passato.
Più precisamente, la povertà da raffrescamento è l’impossibilità per una persona o un nucleo familiare di mantenere la propria abitazione a una temperatura confortevole e sicura durante la stagione calda, a causa di difficoltà economiche o barriere strutturali.
In pratica, si tratta dell’equivalente estivo della classica povertà energetica legata al riscaldamento invernale.
Il costo energetico e ambientale del raffrescamento artificiale
Il modo più diffuso per combattere il caldo nelle nostre case e nei luoghi di lavoro è l’attivazione di un sistema di condizionamento, che però consuma molta energia e non è la scelta migliore per l’ambiente.
L’uso massiccio dei condizionatori d’aria, infatti, crea un circolo vizioso: per difenderci dal riscaldamento globale utilizziamo strumenti che, a loro volta, aumentano i consumi energetici e accelerano il cambiamento climatico.
Così facendo si generano impatti energetici e ambientali rilevanti. I principali impatti energetici riguardano:
- i picchi di domanda: il condizionamento satura la rete elettrica estiva, causando blackout strutturali durante le ondate di calore
- il consumo elettrico globale: secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia, i climatizzatori e i ventilatori rappresentano circa il 10% del consumo globale di elettricità, quota prevista in crescita
- inefficienza di rete: l’impennata improvvisa dei consumi costringe ad attivare centrali termoelettriche di riserva, spesso meno efficienti
I principali impatti ambientali, invece, riguardano:
- le emissioni di gas serra: l’elevato consumo elettrico genera enormi volumi di CO2 se l’energia non proviene interamente da fonti rinnovabili
- i gas refrigeranti (idrofluorocarburi): le perdite di gas F (gas frigogeni contenuti nei circuiti frigo degli impianti di climatizzazione) dai circuiti o dallo smaltimento errato hanno un potere climalterante migliaia di volte superiore alla CO2
- l’isola di calore urbana: i condizionatori estraggono calore dall’interno per espellerlo all’esterno, surriscaldando l’aria delle strade cittadine fino a +8-10°C secondo uno studio scientifico del 2020 (Environmental Research, Iop Publishing)
Le strategie di adattamento e il ruolo dei Comuni
I rimedi principali per combattere la povertà da raffrescamento includono l’adozione di strategie di raffrescamento passivo, il supporto economico per i consumi elettrici e la rifunzionalizzazione degli spazi urbani.
Questo fenomeno colpisce chi non può permettersi di rinfrescare la casa o vive in edifici inefficienti esposti a ondate di calore estive. Inoltre, per affrontare le ondate di calore che saranno sempre più frequenti e impattanti occorre attrezzarsi con nuovi strumenti gestionali e strategie per adattarsi al nuovo clima.
Adattamento non significa solo piantare alberi (gli alberi sono un aiuto prezioso ma da soli non bastano, richiedono tempo, sono vulnerabili e, se piantati in zone non adatte, rischiano di rovinare gli ecosistemi locali invece di aiutarli), ma ripensare le città affinché proteggano le persone più vulnerabili.
In tal senso, tra i tanti esempi che a macchia di leopardo costellano il nostro Paese, vale la pena citare il Piano per il clima del Comune di Seregno (comune brianzolo alle porte di Milano di oltre 45.000 abitanti) per essere riuscito a trasformare l’innovazione digitale in innovazione civica, di fatto andando oltre il rispetto del semplice adempimento formale.
Secondo i dati ufficiali, infatti, in Italia oltre 1.200 Comuni hanno adottato e approvato ufficialmente un piano strategico per il clima con obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 del 55% entro il 2030.
A questi si aggiungono le 9 città pioniere della neutralità climatica (Milano, Bologna, Torino, Firenze, Bergamo, Padova, Parma, Prato, Roma), selezionate dall’Unione europea, per raggiungere zero emissioni nette entro il 2030 (con vent’anni di anticipo rispetto al resto d’Europa).
Dopo gli eventi atmosferici estremi del 2023, l’Amministrazione Comunale di Seregno ha avvertito l’esigenza di dotarsi di uno strumento capace di leggere il territorio, misurare le fragilità e orientare le scelte pubbliche.
Le mappe delle isole di calore, i dati sui quartieri, le informazioni sul verde, sul consumo di suolo, sul rischio idraulico e sulla qualità degli spazi urbani permettono di capire dove intervenire prima e con quali priorità.
Il dato diventa così uno strumento di giustizia climatica, in altre parole aiuta l’Amministrazione a riconoscere le aree e le persone più esposte e a indirizzare meglio le risorse.
Dall’ombrellone sociale ai rifugi climatici
Sempre con lo scopo di venire incontro ai soggetti più vulnerabili, si ricorda il progetto che esiste da oltre un decennio cosiddetto dell’ombrellone sociale.
Un’iniziativa pubblica promossa da diversi Comuni costieri italiani per garantire l’accesso gratuito o agevolato alla spiaggia a famiglie in difficoltà economica, anziani o persone con fragilità.
I servizi variano in base all’ente locale, offrendo turni stagionali o postazioni dedicate. Sono previste postazioni ombreggiate messe a disposizione in stabilimenti convenzionati o spiagge attrezzate comunali sulla base dei requisiti Isee.
La precedenza spesso è accordata a famiglie con bambini piccoli, anziani o persone con disabilità. Non esiste una lista unica nazionale dei Comuni aderenti poiché il servizio è gestito dai singoli enti locali in base ad accordi con i balneari territoriali, ma l’iniziativa è attiva in numerosi Comuni costieri della Versilia, della Toscana, del Lazio e della Puglia.
Tra le iniziative di adattamento al nuovo clima, messe in campo dai Comuni italiani, di cui si è già parlato diffusamente su queste pagine, c’è la mappatura dei cosiddetti rifugi climatici, ovvero spazi pubblici progettati per offrire comfort termico durante le ondate di calore, per proteggere i cittadini.
Parchi, giardini forestali, viali alberati e persino pareti verticali verdi non sono più solo elementi di decoro urbano, ma vere e proprie infrastrutture sanitarie di emergenza.
La forestazione urbana è la chiave per rendere le nostre città vivibili anche durante le estati più calde. Ogni rifugio climatico deve garantire ombra o temperature più fresche rispetto all’esterno, accessibilità universale, possibilità di consumo gratuito di acqua potabile e infrastrutture per la sosta (panchine, sedie).
Anche se non esiste ancora un portale centrale nazionale, perché sono mappati in modo autonomo dalle amministrazioni locali, in Italia si contano complessivamente circa 800-900 rifugi climatici ufficialmente censiti.
Crediti immagine: Depositphotos
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Andrea Innocenti
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