Il fiume in secca sta riportando alla luce ponti romani, relitti tedeschi, fossili e munizioni che l’acqua aveva nascosto finora

Dal fango spuntano pilastri costruiti quasi 1.700 anni fa. Poco più a ovest, dalla stessa acqua che si ritira emergono lamiere arrugginite, cannoni e scafi tedeschi affondati nel 1944. Il Danubio in secca sta mostrando pezzi di storia che normalmente tiene sul fondo: in Bulgaria sono tornate visibili le fondamenta del ponte fatto costruire dall’imperatore Costantino I, mentre al confine tra Serbia e Romania affiorano di nuovo decine di relitti della Seconda guerra mondiale.

Il fiume, del resto, arriva da settimane sempre più corto d’acqua all’appuntamento con il passato. A luglio i suoi flussi sono stati molto inferiori alla media e in alcuni tratti eccezionalmente bassi. Il Copernicus Climate Change Service indica il Danubio tra i grandi corsi d’acqua europei maggiormente colpiti dalle condizioni secche dell’estate 2026, con conseguenze già visibili su irrigazione, trasporti ed energia.

L’archeologia è la parte più spettacolare della faccenda. Di certo non la più rassicurante. E il Danubio non è l’unico corso d’acqua in sofferenza:

Il ponte di Costantino torna fuori dall’acqua dopo quasi 1.700 anni

Il 4 agosto una squadra del Museo storico regionale di Pleven, nel nord della Bulgaria, ha raggiunto il tratto di Danubio vicino al villaggio di Gigen. Il livello era sceso abbastanza da lasciare esposte parti delle basi del Ponte di Costantino, normalmente sommerse. Gli archeologi hanno approfittato della finestra aperta dalla siccità per fotografare i resti dall’alto con i droni, seguirne l’allineamento e documentarne lo stato di conservazione. L’intervento è stato comunicato anche dal Comune di Pleven.

Danubio

© Pleven Regional History Museum, Martin Milev

Parliamo di un’opera enorme per il IV secolo. Il ponte fu inaugurato il 5 luglio del 328 d.C. alla presenza di Costantino I e collegava Ulpia Oescus, nell’attuale Bulgaria, con Sucidava, vicino all’odierna Corabia in Romania. Le ricostruzioni ne stimano la lunghezza complessiva intorno ai 2,4 chilometri, oltre un chilometro dei quali sopra l’alveo del fiume. Studi più recenti condotti anche con sonar e prospezioni geofisiche hanno individuato decine di possibili tracce dei piloni ancora sotto il Danubio.

Durò molto meno di quanto la sua mole avrebbe fatto immaginare. Il ponte rimase utilizzabile per circa quattro decenni e viene generalmente considerato fuori uso entro la seconda metà del IV secolo, nel periodo delle guerre tra Roma e i Goti. Oggi ne restano soprattutto le strutture sommerse. Per vederne alcune basta dunque aspettare che il Danubio si abbassi abbastanza. E quest’estate, purtroppo, sta collaborando parecchio.

In Serbia tornano a galla le navi tedesche affondate per fermare l’Armata Rossa

Ottant’anni dopo Costantino la scena cambia completamente. Nei pressi di Prahovo, in Serbia, al confine con la Romania, dalla sabbia stanno riaffiorando gli scafi di navi militari tedesche affondate intenzionalmente nel settembre 1944, durante la ritirata davanti all’avanzata sovietica. Alcune conservano ancora armamenti ed esplosivi. Con l’acqua alta restano in buona parte sotto la superficie; quando il livello precipita, il Danubio restituisce alberi, lamiere e sagome che hanno ben poco di archeologico nel senso romantico del termine.

All’epoca le forze tedesche affondarono un numero enorme di imbarcazioni nel tratto del Danubio per ostacolare il passaggio e impedire che mezzi utilizzabili cadessero nelle mani sovietiche. Prima delle più recenti operazioni di recupero, le autorità stimavano che sul fondo potessero trovarsi circa 200 relitti tra navi, rimorchiatori e altre imbarcazioni.

Il problema è rimasto molto concreto anche ottant’anni dopo. Nel 2024 l’Unione europea ha destinato 16 milioni di euro alla Serbia per la rimozione dei relitti più pericolosi nel settore di Prahovo. Il progetto, come spiega la Delegazione dell’Unione europea in Serbia, nasce soprattutto per rendere nuovamente sicura la navigazione: alcune navi erano state affondate con mine, munizioni ed esplosivi ancora a bordo e avevano ridotto drasticamente la larghezza utilizzabile del canale.

Una parte è stata recuperata, altre imbarcazioni sono ancora lì e con la siccità diventano molto più visibili. Il passato, in questo caso, non si limita a farsi fotografare: può ancora esplodere.

Prima il mammut, poi la sfera di pietra: il Danubio continua a svuotare i cassetti

Il ponte romano e le navi della Seconda Guerra Mondiale arrivano dopo una sequenza di ritrovamenti che GreenMe sta seguendo da settimane. In Bulgaria, vicino a Ryahovo, il ritiro dell’acqua ha già fatto emergere resti attribuiti a un mammut dell’Era glaciale, tra cui ossa e zanne rimaste sepolte nei sedimenti. L’identificazione richiede ancora le verifiche degli specialisti, dettaglio decisamente meno scenografico della fotografia con la zanna e molto più importante scientificamente.

In Ungheria è comparso invece un oggetto decisamente più enigmatico: una sfera di pietra recuperata dal letto del Danubio e ora esaminata dagli archeologi del Museo Mátyás Király di Visegrád. Una delle ipotesi è che possa essere stata utilizzata come proiettile da catapulta, ma origine ed età devono ancora essere stabilite. Nel castello di Visegrád oggetti simili erano impiegati durante gli assedi: per ora basta questo, senza assegnarle duemila anni sulla fiducia.

Il filo che lega tutti questi reperti è parecchio meno affascinante dei reperti stessi. Secondo Copernicus, a luglio i flussi del Danubio sono scesi molto sotto la media e in alcune zone hanno raggiunto valori eccezionalmente bassi. Caldo e siccità stanno mettendo pressione su ecosistemi, navigazione, agricoltura e produzione elettrica lungo buona parte dell’Europa centrale.

Così il fiume continua a fare una specie di scavo archeologico al contrario. Nessuno toglie terra per cercare qualcosa: è l’acqua che se ne va. E dietro lascia un ponte romano, un mammut, munizioni, una misteriosa palla di pietra e le carcasse di una guerra finita nel 1945. Una collezione impressionante. Il prezzo d’ingresso è un Danubio sempre più basso.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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