Trecento milioni per l’olivicoltura, altrettanti per l’allevamento bovino italiano e altri 300 milioni per le filiere strategiche. ColtivaItalia concentra una parte consistente delle risorse su alcuni dei comparti considerati prioritari per la produzione agricola nazionale.
Dopo il via libera definitivo del Senato del 4 novembre, il provvedimento entra però nella fase più delicata: quella che deve trasformare gli stanziamenti in strumenti concretamente accessibili alle aziende.
Il quadro complessivo degli interventi supera 1,18 miliardi di euro.
Il Senato ha approvato definitivamente il disegno di legge sul consolidamento e lo sviluppo del settore agricolo con 76 voti favorevoli, nessun contrario e 64 astensioni.
L’assenza di voti contrari non significa quindi approvazione unanime: le opposizioni hanno scelto l’astensione.
Lollobrigida: rafforzare l’intero sistema agricolo
Per il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, ColtivaItalia deve intervenire non soltanto sui comparti oggi più in difficoltà, ma anche sulle condizioni che permettono alle imprese di continuare a produrre.
Il ministro ha collegato il piano alla sicurezza alimentare, alla tutela del territorio e alla possibilità di offrire nuove prospettive alle giovani generazioni.
Sono gli obiettivi politici del programma.
La verifica arriverà adesso, quando gli stanziamenti dovranno tradursi in investimenti, bandi, finanziamenti e strumenti utilizzabili dalle aziende.
Il piano vale 1,184 miliardi
Durante il percorso parlamentare al provvedimento era stata associata una dotazione di circa 1,05 miliardi di euro.
Il quadro aggiornato dopo l’approvazione porta invece il totale degli interventi a 1.184,3 milioni di euro, quindi poco più di 1,18 miliardi.
È questa la dimensione finanziaria aggiornata del pacchetto.
Non va però confusa con un’altra cifra utilizzata dal Governo: gli oltre 17 miliardi che l’esecutivo dichiara di avere complessivamente mobilitato per l’agricoltura durante il proprio mandato.
I 17 miliardi non sono ColtivaItalia
La distinzione è fondamentale.
Gli oltre 17 miliardi comprendono un insieme molto più ampio di interventi messi in campo nel corso degli anni.
ColtivaItalia vale invece poco più di 1,18 miliardi.
Il sottosegretario Patrizio La Pietra ha richiamato, nel bilancio complessivo dell’azione di Governo, anche contratti di filiera, agricoltura di precisione e digitalizzazione.
Ma quella cifra non rappresenta la dotazione del nuovo provvedimento.
Per le imprese è sempre necessario distinguere tra risorse complessivamente mobilitate, stanziamenti previsti da una singola legge e denaro effettivamente accessibile attraverso una procedura.
Tre capitoli da 300 milioni ciascuno
Il cuore finanziario di ColtivaItalia è formato da tre grandi stanziamenti.
Trecento milioni di euro sono destinati alle filiere strategiche.
Altri 300 milioni vanno all’allevamento bovino italiano.
Altri 300 milioni finanziano il comparto olivicolo.
A questi si aggiungono 70 milioni per il Fondo per la sovranità alimentare, destinato a produzioni come grano tenero, orzo, mais e proteine vegetali.
La struttura del piano mostra quindi una scelta precisa: concentrare una parte rilevante delle risorse su comparti considerati strategici per la produzione nazionale e per la sicurezza degli approvvigionamenti.
Allevamenti: l’obiettivo è ridurre la dipendenza dalle importazioni
Per il comparto bovino l’obiettivo dichiarato è rafforzare la produzione nazionale di carne e ridurre la dipendenza dall’estero.
Particolare attenzione viene riservata alla linea vacca-vitello.
Durante l’esame parlamentare gli interventi sono stati estesi anche alle strutture allevatoriali.
Il sostegno, quindi, non riguarda soltanto la presenza degli animali, ma anche la capacità produttiva delle aziende.
È un passaggio importante perché la competitività di un allevamento dipende anche dalla qualità e dall’efficienza delle strutture nelle quali viene organizzata la produzione.
Filiere strategiche: 300 milioni per rafforzare la produzione
Un altro blocco da 300 milioni riguarda le filiere considerate strategiche.
L’obiettivo è intervenire sull’approvvigionamento dei prodotti agricoli, sulla competitività delle imprese e sul rafforzamento dei rapporti produttivi locali.
Il principio è quello di sostenere non soltanto la singola azienda, ma anche l’organizzazione economica che collega produzione, trasformazione e mercato.
Per l’agricoltore la differenza sarà nei meccanismi concreti che verranno predisposti.
Il valore nominale del fondo, da solo, non permette ancora di sapere quali investimenti saranno ammissibili o quali aziende potranno accedere.
Olivicoltura, 300 milioni per il Piano nazionale
Altri 300 milioni vengono destinati al Piano olivicolo nazionale 2026-2030.
Le finalità indicate comprendono il rilancio strutturale del comparto e il contrasto alle fitopatie.
Tra gli obiettivi richiamati dal Governo figurano l’aumento della produzione di olio extravergine di qualità, la modernizzazione dei frantoi e il contrasto all’abbandono delle aree produttive.
Il piano assume quindi una doppia dimensione.
Da una parte punta alla capacità produttiva.
Dall’altra interviene sulla tenuta economica e territoriale delle aree olivicole.
Trecento milioni non significano 300 milioni disponibili subito
Anche in questo caso il calendario è decisivo.
Una parte consistente delle risorse del provvedimento è distribuita nel triennio 2027-2029.
Alcuni interventi dispongono invece di risorse già riferite al 2026.
Questo significa che il valore complessivo di una misura non coincide necessariamente con ciò che sarà disponibile nel primo anno.
Per programmare un investimento bisognerà quindi guardare alla singola misura e alla sua effettiva scansione temporale.
L’80% delle risorse viene indicato per il Mezzogiorno
Uno degli elementi più rilevanti del provvedimento è la distribuzione territoriale.
Nelle ricostruzioni successive all’approvazione viene indicata una destinazione dell’80% delle risorse al Mezzogiorno.
Lollobrigida aveva richiamato nelle settimane precedenti anche una proporzione dell’80% al Sud e del 20% al Nord, in particolare parlando degli interventi per l’olivicoltura.
Il peso delle regioni meridionali nel comparto olivicolo spiega una parte di questa impostazione.
Ma non tutte le misure saranno automaticamente divise 80-20
Il dato non deve però essere applicato automaticamente a ogni singolo intervento.
Per conoscere la ripartizione effettiva di ciascuna misura bisognerà leggere le relative regole operative.
Non è quindi corretto concludere che ogni fondo del provvedimento sarà necessariamente suddiviso nello stesso modo.
Anche qui la differenza tra orientamento generale e applicazione concreta è decisiva.
La Banca comunale delle terre prova a recuperare superfici inutilizzate
ColtivaItalia interviene anche sul tema dei terreni abbandonati.
La Banca comunale delle terre permetterà ai Comuni di censire e mettere a disposizione superfici inutilizzate.
L’obiettivo è riportare quei terreni dentro un circuito produttivo, contrastare lo spopolamento e contribuire anche alla prevenzione del dissesto idrogeologico.
Il tema è particolarmente rilevante nelle aree interne e montane.
Luca De Carlo, relatore del provvedimento e presidente della commissione competente del Senato, ha richiamato proprio il valore di questo strumento insieme agli interventi sulla linea vacca-vitello.
Il terreno abbandonato torna una risorsa soltanto se può produrre reddito
Mettere a disposizione una superficie è però soltanto il primo passaggio.
Per trasformarla in un’attività agricola servono accessibilità, strutture, mezzi, capitale e un progetto economicamente sostenibile.
Il valore della Banca delle terre si misurerà quindi sul numero di superfici che riusciranno effettivamente a tornare produttive.
Non sulla semplice quantità censita.
Anche in questo caso l’obiettivo del piano dovrà confrontarsi con la capacità reale delle aziende di utilizzare le opportunità offerte.
Giovani e donne: 150 milioni
Al ricambio generazionale e all’imprenditoria femminile sono destinati 150 milioni di euro.
Nella sintesi ministeriale, il 65% delle risorse viene riservato ai mutui e il restante 35% ai contributi a fondo perduto.
È una combinazione interessante perché affianca strumenti finanziari diversi.
Il contributo riduce una parte del costo dell’investimento.
Il mutuo permette invece di finanziare la parte di progetto che deve essere restituita nel tempo.
Per l’impresa sarà quindi essenziale conoscere condizioni, tassi, garanzie e durata.
Ai giovani anche 8.417 ettari
Accanto agli strumenti finanziari viene prevista la disponibilità di 8.417 ettari di terreni Ismea.
Le superfici dovrebbero essere concesse in comodato gratuito per dieci anni a giovani tra 18 e 41 anni.
Alla fine del periodo viene prevista la possibilità di acquistare il terreno al 50% del valore iniziale.
È una misura che affronta direttamente uno dei principali ostacoli all’ingresso in agricoltura: l’accesso alla terra.
Terra gratuita non significa azienda gratuita
Anche in questo caso, però, la disponibilità del terreno non elimina gli altri costi.
Servono macchinari, strutture, mezzi tecnici, capitale circolante, assicurazioni e spesso finanziamenti.
Avere accesso alla terra riduce una barriera importante.
Non sostituisce il capitale necessario per costruire l’attività.
Per questo la combinazione tra terreni, mutui e contributi può essere più significativa della singola misura considerata isolatamente.
Ricerca, IA e agricoltura di precisione
ColtivaItalia comprende anche investimenti dedicati a ricerca, digitalizzazione e innovazione.
Il Ministero richiama interventi per le aziende sperimentali del CREA e degli istituti agrari nei settori dell’agromeccanica di precisione, dell’intelligenza artificiale, della sensoristica e della meccatronica.
L’obiettivo è rafforzare il trasferimento tecnologico verso il settore agricolo.
La sfida sarà far sì che ricerca e sperimentazione arrivino effettivamente nelle aziende, soprattutto quando gli investimenti richiedono competenze e capitali non sempre disponibili nelle realtà più piccole.
Contratti di filiera per il frumento
Sul fronte dei mercati sono previsti anche interventi dedicati ai contratti della filiera del frumento.
L’obiettivo dichiarato è favorire rapporti pluriennali e aumentare la stabilità dei redditi agricoli.
Il contratto di filiera può offrire maggiore prevedibilità rispetto a una vendita completamente esposta alle oscillazioni del mercato.
Ma non garantisce automaticamente un prezzo remunerativo.
La convenienza dipenderà dalle condizioni contrattuali, dai costi di produzione e dai meccanismi utilizzati per determinare il prezzo.
Adesso servono i decreti attuativi
L’approvazione definitiva del Senato conclude l’iter parlamentare.
Non apre automaticamente tutte le procedure.
Dopo il voto restano i passaggi della promulgazione e della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e, soprattutto per molte misure, la definizione degli atti necessari all’attuazione.
Legacoop Agroalimentare, commentando il provvedimento, ha chiesto decreti attuativi rapidi proprio per trasformare gli stanziamenti in risorse spendibili.
È il passaggio decisivo.
Il via libera del Senato non significa che si possa già presentare domanda
Per le imprese questa distinzione è fondamentale.
Non bisogna interpretare l’approvazione parlamentare come l’apertura immediata di un bando.
Per ogni misura dovranno essere verificati requisiti, beneficiari, spese ammissibili, criteri di selezione, procedure e calendario.
Solo quando questi elementi saranno definiti sarà possibile stabilire se un determinato investimento aziendale può essere finanziato.
La domanda da fare oggi non è quindi soltanto “quanti soldi ci sono?”.
È “quando potrò accedervi e per quali investimenti?”.
I primi mesi del 2027 saranno la prova
L’obiettivo indicato dal Governo è rendere disponibili le prime risorse nei primi mesi del 2027.
Sarà questo il primo banco di prova del provvedimento.
Una legge può definire priorità e stanziamenti.
Ma l’efficacia per le imprese dipende dalla velocità con cui quelle priorità vengono trasformate in procedure amministrative funzionanti.
Tempi troppo lunghi possono rendere meno utile anche una misura finanziariamente consistente.
Il punto
ColtivaItalia supera 1,18 miliardi di euro e concentra una parte rilevante delle risorse su filiere strategiche, allevamento bovino, olivicoltura, giovani, donne e recupero produttivo dei territori.
Il voto definitivo del Senato del 4 novembre chiude la fase parlamentare.
Adesso comincia quella che interessa direttamente le aziende.
Trecento milioni stanziati non equivalgono a 300 milioni già disponibili.
Un fondo per i giovani non significa che ogni giovane abbia automaticamente diritto al contributo.
Otto mila ettari messi a disposizione non diventano nuove aziende senza capitale e investimenti.
E una legge approvata non coincide con un bando aperto.
La vera misura di ColtivaItalia sarà quindi la capacità di trasformare 1,18 miliardi di stanziamenti in investimenti effettivamente realizzabili dalle imprese agricole.
È su decreti attuativi, tempi, requisiti e semplicità delle procedure che si giocherà adesso la parte più importante del piano.
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