Una facciata al sole, in pieno luglio, lavora anche quando nessuno la guarda. Assorbe, trattiene, restituisce. Lo fa per ore, con quella testardaggine dei materiali minerali che conosciamo bene nelle città italiane: marciapiedi bollenti, muri caldi anche dopo il tramonto, piazze senza ombra dove l’aria sembra ferma dentro una busta di plastica. ISPRA ricorda che nelle aree urbane l’effetto isola di calore può portare temperature superiori fino a 3 °C rispetto alle zone rurali vicine, aggravando gli episodi di caldo intenso.
Dentro questo problema molto fisico si inserisce TerraCool, un sistema di climatizzazione naturale pensato per integrare il raffrescamento evaporativo direttamente negli elementi architettonici. Il progetto, sviluppato da Dilara Temel e Lachlan Fahy, usa moduli cavi in ceramica e li trasforma in una specie di pelle porosa: una parete attraversata dall’aria, bagnata dall’acqua, capace di sottrarre calore all’ambiente attraverso l’evaporazione. Niente immaginario futuristico da render patinato: qui la materia resta semplice, quasi antica. Terracotta, acqua, aria. Tre cose che le città hanno sempre avuto sotto gli occhi e che forse hanno dimenticato di far lavorare insieme.
La terracotta fa il suo mestiere
La base di TerraCool viene da una conoscenza vecchia di secoli. In molte aree calde del mondo, dal Medio Oriente all’India, dall’Egitto alla Spagna, la terracotta è stata usata per rinfrescare acqua, ambienti e passaggi d’aria. Il motivo è nel materiale stesso: la ceramica cotta resta porosa, assorbe l’acqua e la lascia migrare verso la superficie. Quando quell’acqua evapora, usa parte del calore presente nell’aria e nelle superfici vicine. Il risultato è un raffrescamento passivo, lento, concreto, molto diverso dalla logica del climatizzatore acceso a piena potenza.
TerraCool riprende questo principio e lo porta dentro un sistema modulare contemporaneo. I suoi elementi in ceramica cava sono pensati per aumentare il più possibile il contatto tra aria calda e superficie umida, riducendo al tempo stesso lo spreco d’acqua. Nella documentazione del progetto si parla di geometrie interne basate su superfici minime periodiche, una formula molto tecnica per dire una cosa più comprensibile: i moduli sono disegnati in modo da offrire tanta superficie utile dentro poco volume, lasciando circolare l’aria e distribuendo l’acqua dove serve.
È una forma di raffrescamento evaporativo, vicina a quella che spesso viene chiamata climatizzazione adiabatica naturale. La differenza, rispetto a molti dispositivi tradizionali, sta nella povertà intelligente del meccanismo: niente compressore, niente gas refrigeranti, una richiesta energetica molto bassa. Il lavoro sporco lo fanno la porosità, la forma e il passaggio dell’aria. Una fisica elementare, resa più precisa da modellazione digitale e produzione modulare.
Un muro che respira
A guardare TerraCool da vicino, la parte interessante sta nei vuoti. I moduli sembrano mattoni strani, forati, pieni di passaggi interni. Si assemblano in pannelli capaci di lasciar passare l’aria e di mantenere le superfici umide. Più l’aria attraversa quelle superfici bagnate, più il raffrescamento diventa percepibile. Le giunzioni metalliche e gli elementi di collegamento servono a tenere insieme la struttura, a stabilizzare i pezzi e a garantire il passaggio dell’acqua senza trasformare la parete in un esperimento da cortile dopo il primo temporale.
Il progetto è nato anche da un lavoro sulla forma. Dalla modellazione 3D al prototipo in terra cotta, la geometria dei moduli è stata studiata per far convivere tre esigenze: far circolare l’aria, diffondere l’acqua, sostenere il peso della struttura. La School of Architecture della Bartlett, legata allo University College London, descrive TerraCool come un sistema che punta su geometrie ottimizzate e produzione modulare, con componenti impilabili e adattabili a diverse configurazioni architettoniche.
Il risultato potrebbe trovare spazio in facciate, cortili, pensiline, scuole, aree pubbliche e zone particolarmente esposte alle isole di calore urbane. In questa famiglia di soluzioni rientrano anche esperimenti come i Cool Bricks, mattoni porosi pensati per sfruttare evaporazione e ventilazione naturale, o i cool roof, coperture e pitture riflettenti sviluppate per limitare l’accumulo di calore sugli edifici. TerraCool lavora su un’altra scala: cerca di trasformare il muro stesso in una superficie attiva, capace di dialogare con l’ambiente invece di limitarsi a subirlo.
Su misura del clima
La parte più utile del progetto sta nella sua adattabilità. Una parete pensata per Siviglia, Marrakech o Palermo ha esigenze diverse da una pensata per Lione, Torino o una città del Nord Europa. Cambiano umidità, disponibilità d’acqua, ventilazione, esposizione al sole, materiali circostanti. Per questo TerraCool viene immaginato come un sistema regolabile: dimensioni, porosità e geometria dei moduli possono essere modificate in base al clima locale e al tipo di edificio.
Qui entra anche il limite più evidente. Il raffrescamento evaporativo funziona meglio dove l’aria è calda e abbastanza secca da permettere all’acqua di evaporare bene. In contesti già molto umidi, l’effetto può ridursi. E poi serve acqua, anche se il progetto lavora proprio per contenerne l’uso. Il fascino della soluzione sta anche in questo: obbliga a pensare agli edifici come sistemi inseriti in un clima specifico, con risposte diverse da città a città, quartiere a quartiere, facciata a facciata.
Per l’Italia, una tecnologia del genere avrebbe senso soprattutto nelle aree urbane dove il caldo resta intrappolato tra superfici impermeabili, asfalto, cemento e poca ombra. Pensiamo alle fermate degli autobus senza riparo decente, ai cortili scolastici esposti, alle piazze minerali rifatte con grande entusiasmo estetico e scarsissima pietà per chi le attraversa alle tre del pomeriggio. Una parete raffrescante in ceramica cava, in quei punti, potrebbe diventare un pezzo di adattamento climatico molto meno rumoroso di un impianto acceso e molto più concreto di certe promesse generiche sul verde urbano infilate nei rendering.
TerraCool resta per ora una proposta progettuale, un prototipo avanzato, un’idea da testare in condizioni reali e su scale diverse. Serviranno verifiche, manutenzione, conti sull’acqua, durata dei materiali, costi di produzione, integrazione con edifici già esistenti. La climatizzazione naturale ha sempre un rapporto stretto con il contesto: funziona bene quando viene progettata insieme all’ombra, alla ventilazione, al verde, ai materiali chiari, alla riduzione delle superfici che accumulano calore.
Fonte: materialsource
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Ilaria Rosella Pagliaro
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