Un marchio di custodie per cellulari ha progettato una piattaforma galleggiante autonoma per la raccolta della plastica, con l’obiettivo di combattere l’inquinamento degli oceani



In mezzo al mare, a pochi chilometri dalla costa, l’oggetto ha l’aria familiare delle strutture che siamo abituati ad associare al vecchio mondo dell’energia: piattaforme, piloni, metallo, moduli tecnici, qualcosa che sembra piazzato lì per estrarre. Solo che stavolta dal fondale arriva niente. Nessun petrolio, nessun gas, nessuna promessa fossile travestita da progresso. Qui si prova a fare il contrario: togliere plastica dall’acqua, prima che venga trascinata più lontano, frammentata, dispersa, ingoiata da pesci e correnti.

Si chiama CircularBlue ed è il progetto sviluppato da RHINOSHIELD, azienda taiwanese nota soprattutto per cover e accessori per smartphone. Una deviazione curiosa, almeno a prima vista: una società che lavora ogni giorno con la plastica decide di costruire una piattaforma marina autonoma per raccogliere rifiuti galleggianti. Il salto sembra enorme. Poi si guarda meglio e diventa molto più concreto, quasi scomodo: chi produce oggetti in plastica conosce perfettamente il problema della plastica. Anche quando finisce lontano dagli scaffali, dai pacchi, dalle tasche dei pantaloni.

Il tema, del resto, ha dimensioni che lasciano poco spazio alle frasi eleganti. Secondo l’UNEP, ogni anno 19-23 milioni di tonnellate di rifiuti plastici finiscono negli ecosistemi acquatici, tra fiumi, laghi e mari. Parliamo dell’equivalente di circa 2.000 camion pieni di plastica scaricati ogni giorno nell’acqua del pianeta. La plastica in mare parte spesso da molto prima: da una gestione sbagliata dei rifiuti, da imballaggi dispersi, da oggetti usa e getta, da reti, contenitori, frammenti che sembrano piccoli solo finché restano lontani dagli occhi.

Una piccola isola tecnica

CircularBlue è pensata come un sistema modulare. La piattaforma può essere ancorata fino a circa 3 chilometri dalla costa e lavora insieme a tre elementi principali: moduli galleggianti alimentati dal sole, droni aerei con sistemi di riconoscimento basati sull’intelligenza artificiale e mezzi di superficie guidati via GPS per il recupero attivo dei rifiuti. La società parla di un prototipo sviluppato in 18 mesi, con un investimento hardware superiore ai 2 milioni di dollari.

Il funzionamento, almeno sulla carta, è abbastanza lineare. I droni sorvolano l’area e individuano gli accumuli di rifiuti. Le informazioni vengono inviate ai mezzi galleggianti, che raggiungono i punti più critici e raccolgono il materiale. I moduli solari servono a mantenere il sistema operativo con un basso consumo energetico, mentre la piattaforma può ospitare anche attività di monitoraggio della qualità dell’acqua, ricerca ecologica ed educazione ambientale. RHINOSHIELD la descrive come una struttura in grado di operare in modo continuativo nelle zone costiere dove i rifiuti si concentrano con maggiore facilità.

In una pagina dedicata al progetto, l’azienda la definisce una specie di “aspirapolvere per l’oceano”, immagine efficace anche se un po’ furba. Il mare, purtroppo, somiglia poco al pavimento di casa. Correnti, vento, maree, profondità, frammentazione dei materiali e microplastiche rendono ogni recupero complicato, parziale, spesso tardivo. CircularBlue punta soprattutto sui rifiuti galleggianti e sulle aree costiere, cioè sui tratti in cui intercettare la plastica può avere ancora senso prima della dispersione in mare aperto.

La piattaforma, già mostrata ai suoi ormeggi a Taiwan, ha anche spazi a bordo pensati per programmi di ricerca marina e aree abitabili per quattro persone, pur essendo progettata per lavorare senza presenza umana continua. Qui la parte interessante sta nella doppia natura dell’oggetto: macchina di raccolta, laboratorio galleggiante, vetrina tecnologica. Una cosa molto contemporanea, nel bene e nel rischio di diventare racconto aziendale troppo lucido.

Il problema comincia dalla cover

Il nome RHINOSHIELD dentro questa storia conta più della piattaforma stessa. L’azienda produce accessori per smartphone e da anni insiste sulla scelta del mono-materiale, cioè cover realizzate con un solo tipo di polimero, dal corpo più rigido alle parti flessibili. La ragione è pratica: molti prodotti in plastica sono difficili da riciclare perché composti da materiali diversi, incollati, stratificati, poco separabili. Un oggetto semplice all’apparenza può diventare un piccolo rompicapo industriale appena arriva nella filiera del riciclo.

La Circular Taiwan Network, che ha analizzato il caso aziendale, stima che ogni anno vengano prodotte almeno 1 miliardo di cover per smartphone nel mondo. Molte sono realizzate con materiali compositi e finiscono bruciate, sepolte o trattate come rifiuti difficili da recuperare. RHINOSHIELD sostiene di aver adottato il mono-materiale sull’intera gamma dal 2017 e di aver avviato programmi di raccolta e riciclo, con oltre 100 punti di raccolta a Taiwan e sistemi di restituzione anche in Europa e Nord America.

Eric Wang, cofondatore e CEO dell’azienda, ha spiegato in un video che ogni anno RHINOSHIELD produce circa 5 milioni di cover. Il ragionamento è brutale nella sua semplicità: se tutti questi oggetti sono fatti con un solo materiale, riconoscibile e recuperabile, il rifiuto diventa più facile da riportare dentro il ciclo produttivo. L’azienda guarda anche a una futura espansione nordamericana di CircularBlue, segnale che il progetto viene trattato come una possibile piattaforma replicabile, non come un esperimento isolato lasciato a fare bella figura davanti alle telecamere.

Resta però un confine da tenere fermo. Raccogliere plastica in mare serve, soprattutto vicino alle coste e alle foci, dove una bottiglia, una vaschetta, un frammento di imballaggio possono ancora essere intercettati. Però la pulizia arriva sempre dopo il danno. La partita vera continua a stare a monte: progettare oggetti più facili da riciclare, ridurre materiali inutili, costruire filiere reali di raccolta, limitare la dispersione prima che il rifiuto tocchi l’acqua.

CircularBlue funziona proprio quando viene letta così: non come bacchetta magica contro la plastica in mare, bensì come un pezzo di una catena più lunga. La piattaforma può raccogliere. I droni possono vedere. L’AI può indicare dove intervenire. Ma il mare resta l’ultimo posto in cui vorremmo incontrare una cover, una bottiglia, una busta, un pezzo di mondo buttato via.

Fonte: Rinoshield

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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