Quest’estate trovare bagnini qualificati sarà più difficile del previsto. Alla base della carenza non ci sarebbero solo salari poco attrattivi e stagionalità del lavoro, ma anche le nuove regole sulla formazione
L’estate è alle porte, le spiagge si preparano ad accogliere migliaia di persone e, come ogni anno, la sicurezza in mare dovrebbe essere una priorità assoluta. Eppure, c’è un problema che rischia di avere conseguenze concrete per cittadini e operatori turistici: la crescente carenza di assistenti bagnanti qualificati.
Negli ultimi mesi, sono stati numerosi gli stabilimenti balneari che hanno lanciato l’allarme: trovare bagnini è diventato sempre più difficile. Una situazione che viene spesso attribuita alla scarsa attrattività dei lavori stagionali o alla mancanza di interesse da parte dei giovani.
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Ma la realtà è molto più complessa e affonda le radici in una riforma che avrebbe dovuto modernizzare il settore e che, secondo molti addetti ai lavori, rischia invece di aver aggravato un problema già esistente. L’immagine del bagnino come semplice lavoratore estivo continua a essere lontana dalla realtà. Gli assistenti bagnanti svolgono un ruolo essenziale per la sicurezza pubblica, assumendosi responsabilità operative, civili e penali estremamente rilevanti.
Sono chiamati a monitorare costantemente le condizioni del mare, prevenire situazioni di pericolo, intervenire in caso di annegamento, prestare i primi soccorsi. Va da sé, quindi, che si tratta di un lavoro che richiede preparazione fisica, competenze tecniche e capacità di gestione dello stress.
A fronte di queste responsabilità, però, il riconoscimento economico e professionale resta spesso insufficiente. La stagionalità dell’impiego, concentrata in pochi mesi all’anno, rende inoltre difficile costruire percorsi lavorativi stabili e attrattivi.
La riforma che ha cambiato le regole
Al centro del dibattito c’è il Decreto Ministeriale 85 del 2024, che ha introdotto nuove disposizioni per la formazione e il rilascio dei brevetti di assistente bagnanti.
L’obiettivo dichiarato era quello di uniformare gli standard e aumentare la qualità della preparazione. Ma, secondo numerosi operatori del settore, il risultato sarebbe stato l’opposto: una riduzione della capacità formativa e un conseguente calo del numero di nuovi bagnini disponibili.
Uno degli aspetti più contestati riguarda i requisiti richiesti per organizzare i corsi di formazione. Le nuove regole prevedono la presenza di figure professionali altamente specializzate, come allenatori di nuoto per salvamento inquadrati nel sistema SNaQ della Federazione Italiana Nuoto. Un requisito che, sulla carta, punta a elevare il livello tecnico dei corsi, ma che nella pratica ha creato un vero e proprio collo di bottiglia.
Molte sezioni territoriali non dispongono infatti di queste figure professionali e non riescono a reperirle facilmente. Il risultato è stato una drastica riduzione dei corsi attivati sul territorio e, di conseguenza, del numero di brevetti rilasciati. La questione non riguarda solto la presenza di enti formalmente autorizzati a erogare la formazione, ma anche la capacità effettiva di organizzare corsi in modo capillare, con sedi adeguate, docenti qualificati, piscine disponibili e tempi compatibili con le esigenze della stagione estiva.
La riduzione delle strutture operative ha inevitabilmente rallentato il ricambio generazionale e la formazione di nuovi professionisti. Un problema che emerge proprio nel momento in cui il settore avrebbe bisogno di ampliare il numero di operatori disponibili.
Il nodo dell’età minima e della sicurezza in acqua
Tra le novità introdotte dal decreto c’è anche l’innalzamento dell’età minima per svolgere l’attività di assistente bagnanti a 18 anni. Una scelta che punta a rafforzare il profilo professionale della figura, ma che ha mostrato subito alcune criticità. Tanto che si è reso necessario ricorrere a deroghe per consentire anche ai minorenni di lavorare durante la stagione balneare.
Una contraddizione che evidenzia come la normativa possa non aver tenuto pienamente conto delle esigenze reali del settore. Se da una parte si alzano i requisiti, dall’altra si introducono eccezioni per sopperire alla mancanza di personale.
Un altro tema riguarda la formazione sanitaria. Le nuove regole valorizzano il possesso della certificazione BLSD (Basic Life Support and Defibrillation), fondamentale per l’utilizzo del defibrillatore e per la rianimazione cardiopolmonare. Ma sono molti esperti che sottolineano come il soccorso in ambiente acquatico richieda competenze più ampie. Nel caso di un annegamento, infatti, il problema principale è spesso la mancanza di ossigeno causata dall’asfissia, prima ancora dell’arresto cardiaco. Per questo motivo, secondo gli operatori del settore, sarebbe necessario rafforzare la formazione relativa alla ventilazione e alla somministrazione di ossigeno durante le emergenze.
In un Paese come l’Italia, che ogni estate accoglie milioni di turisti lungo oltre 7.500 chilometri di costa, il tema, insomma, non può essere sottovalutato, né limitarsi a deroghe temporanee o interventi emergenziali. Quello che gli operatori chiedono è di ripensare il sistema di formazione e accesso alla professione, eliminando gli ostacoli burocratici che rallentano i corsi senza rinunciare alla qualità della preparazione. La sicurezza in mare non dipende soltanto da regole e ordinanze, ma soprattutto dalla presenza di persone competenti, adeguatamente formate e motivate.
Fonte: Mondo Balneare
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Germana Carillo
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