che i diritti umani e la sostenibilità siano un tutt’uno


gaia barcilon

Dall’Organizzazione mondiale della sanità alle università internazionali, passando per la consulenza Esg e l’educazione delle nuove generazioni: il percorso peculiare di questo avvocato ci permette di dare un quadro sulle leve concrete di cambiamento. Anche in Svizzera

In un momento storico in cui la sostenibilità rischia spesso di essere ridotta a una questione di rendicontazione o di adempimenti normativi, c’è chi continua a ricordare che al centro di ogni trasformazione devono rimanere le persone.

È questa la visione che accompagna il lavoro di Gaia Barcilon, avvocato internazionale, docente universitaria e imprenditrice sociale che ha costruito il proprio percorso professionale all’incrocio tra diritti umani, responsabilità sociale d’impresa e sviluppo sostenibile.

La incontriamo perché riteniamo che sia è un esempio di come il concetto di sostenibilità stia evolvendo: non più soltanto ambiente, ma anche diritti, inclusione, educazione e capacità di costruire organizzazioni resilienti.

La sostenibilità si evolve verso un tutt’uno con i diritti umani

Un approccio integrato che oggi appare sempre più necessario per affrontare la complessità delle sfide globali e che rappresenta uno dei filoni più interessanti dell’innovazione sociale contemporanea.

Lei, come avvocato, ha scelto di intraprendere una missione che è quella di spiegare che la sostenibilità è un concetto olistico: ambiente e sociale devono andare di pari passo. Quali sono gli aspetti più ardui da far percepire?

L’aspetto più arduo è far comprendere che la sostenibilità non è soltanto ambiente. Per molti anni, quando si parlava di sostenibilità, si pensava quasi automaticamente a emissioni, energia, rifiuti, plastica, mobilità o risparmio delle risorse. Tutto questo è fondamentale, ma rappresenta solo una parte del quadro.

Da avvocata di diritto internazionale, per me la sostenibilità è un concetto molto più ampio: riguarda anche i diritti umani, le condizioni di lavoro, la salute e sicurezza, la non discriminazione, l’inclusione, la parità di trattamento, la responsabilità lungo la catena di fornitura e l’impatto che un’impresa ha sulle persone e sulle comunità.

Il punto più difficile da far percepire è proprio questo: ambiente e sociale non sono due binari separati. Sono due dimensioni che devono procedere insieme. Un’azienda non può dirsi davvero sostenibile se riduce le proprie emissioni ma non conosce i rischi sociali nella propria supply chain.

Allo stesso modo, non basta avere un buon clima interno se poi non si misura l’impatto ambientale delle proprie attività. Oggi questa visione olistica non è più solo una riflessione etica: sta diventando anche un tema giuridico e di governance.

La sostenibilità entra nei processi decisionali, nei contratti, nei rapporti con i fornitori, nella gestione dei rischi e nella responsabilità degli organi aziendali.

Con Eos Social responsibility solutions lavoriamo proprio su questo: aiutiamo le aziende a trasformare la sostenibilità da concetto astratto a sistema concreto, fatto di policy, due diligence, formazione, governance, dati e documentazione.

Con la Fondazione Rise, invece, portiamo questa consapevolezza anche fuori dall’impresa: tra studenti, giovani, istituzioni e territorio. Perché la sostenibilità non può essere solo compliance: deve diventare cultura.

Quindi, la Svizzera oggi, dal suo punto di vista, è una Regione sostenibile? Quali sono gli aspetti in cui la vede più avanti e quali quelli su cui deve porre maggiore attenzione?

La Svizzera ha sicuramente molte caratteristiche di un Paese avanzato in materia di sostenibilità: stabilità istituzionale, qualità della vita, innovazione, ricerca, educazione, efficienza amministrativa, attenzione al territorio e un’economia molto strutturata.

Però dire che la Svizzera sia già pienamente sostenibile sarebbe troppo semplice. Io direi piuttosto che la Svizzera è un Paese con basi molto solide, ma che deve ancora accelerare su alcune sfide fondamentali.

Il rapporto nazionale svizzero 2026 sull’Agenda 2030 evidenzia progressi, ma anche lacune e sfide importanti; in particolare, il comunicato federale sottolinea che in settori come consumo sostenibile, clima e biodiversità rimane ancora molto da fare.

Il rapporto nazionale ricorda inoltre che l’attuazione dell’Agenda 2030 coinvolge non solo Confederazione, Cantoni e Comuni, ma anche società civile, imprese, settore finanziario e mondo scientifico.

Questo è un punto essenziale: la sostenibilità della Svizzera non si misura solo da ciò che avviene entro i confini nazionali. Si misura anche dall’impatto globale dei consumi, delle importazioni, degli investimenti, della finanza e delle catene di fornitura.

La Svizzera è molto forte nella capacità di innovare, nella qualità dei servizi, nella formazione e in una certa sensibilità ambientale. Deve però porre maggiore attenzione all’impatto indiretto del proprio modello economico: materie prime importate, supply chain internazionali, consumi, emissioni incorporate nei prodotti e responsabilità delle imprese all’estero.

A quale movimento mondiale la Svizzera, dal punto di vista amministrativo e legislativo, si sta allineando in ambito Esg?

Dal punto di vista amministrativo e legislativo, la Svizzera si sta chiaramente avvicinando più al modello europeo che a quello statunitense, anche se lo fa con un’impostazione tipicamente svizzera: più pragmatica, più graduale e attenta alla proporzionalità.

L’Unione europea ha scelto una strada molto strutturata: reporting di sostenibilità, due diligence, diritti umani, ambiente, catena del valore, responsabilità degli organi aziendali e lotta al greenwashing.

La Svizzera non recepisce automaticamente il diritto europeo, ma non può ignorarlo, perché il suo tessuto economico è fortemente integrato con il mercato europeo.

Il segnale più importante e recente è che, nella seduta del 1° aprile 2026, il Consiglio federale ha deciso di porre in consultazione la nuova Legge federale sulla gestione sostenibile delle imprese, con consultazione aperta fino al 9 luglio 2026.

Questa legge mira a rafforzare la tutela dei diritti umani e dell’ambiente, creare maggiore certezza giuridica e costituire un controprogetto indiretto all’iniziativa popolare sulla gestione sostenibile delle imprese.

Questo conferma che la Svizzera non è più semplicemente spettatrice dell’evoluzione Esg europea. Sta cercando una propria via: una via che tenga conto degli sviluppi internazionali, in particolare europei, ma che allo stesso tempo cerchi di evitare un’eccessiva burocrazia e di mantenere competitività per le imprese svizzere.

Quindi, in sintesi: la Svizzera guarda all’Europa, ma non copia l’Europa. Cerca un equilibrio tra sostenibilità, competitività, certezza del diritto e proporzionalità. Ma la direzione è chiara: più governance, più due diligence, più trasparenza e più responsabilità.

Le imprese svizzere, sia quelle native sia quelle che hanno deciso di aprire una sede della propria holding, sono pronte a recepire i dettami Esg?

La risposta più corretta è: alcune sì, molte non ancora. Le grandi imprese, soprattutto quelle quotate, finanziarie, farmaceutiche, industriali o parte di gruppi internazionali, sono generalmente più avanti.

Hanno funzioni legali, compliance, risk management, procurement e sostenibilità. Anche per loro, però, il tema è complesso: non basta pubblicare un report o avere una policy.

Bisogna raccogliere dati affidabili, conoscere la catena di fornitura, formare le persone, gestire i rischi e dimostrare coerenza tra ciò che si dichiara e ciò che si fa.

Le Pmi, invece, spesso arrivano all’Esg attraverso una pressione esterna: un questionario cliente, una clausola contrattuale, una richiesta della banca, un audit, un bando, una certificazione o una richiesta da parte di un gruppo internazionale.

La domanda secca è: con la sostenibilità si migliorano i conti economici di un’azienda?

Sì, ma solo se la sostenibilità è fatta bene. Se viene trattata come marketing, come un costo imposto o come una serie di dichiarazioni generiche, allora non migliora i conti. Anzi, può creare rischi: greenwashing, incoerenze, perdita di fiducia, costi inutili e problemi reputazionali.

Se invece viene integrata nella strategia aziendale, la sostenibilità può migliorare concretamente la performance economica. Lo fa in diversi modi: riducendo sprechi energetici e materiali, migliorando l’efficienza, prevenendo rischi legali e reputazionali, rafforzando il rapporto con clienti e banche, rendendo l’azienda più attrattiva per talenti e investitori e aumentando la capacità di innovare.

La sostenibilità non è una bacchetta magica. Non rende automaticamente profittevole un’azienda che non ha un buon modello di business. Però può rendere un’azienda più solida, più efficiente e più preparata.

Io credo molto in una sostenibilità concreta, non ideologica. Una sostenibilità che parte da una domanda semplice: quali rischi abbiamo, quali opportunità possiamo cogliere, quali dati dobbiamo raccogliere e quali processi dobbiamo migliorare?

In questo senso, sì: la sostenibilità può migliorare i conti economici, perché migliora la qualità delle decisioni aziendali. E oggi, con l’evoluzione normativa svizzera ed europea, essere preparati significa anche evitare costi futuri, ritardi, esclusioni da opportunità commerciali e rischi di non conformità.

Poi la sua missione è anche sollecitare l’attenzione degli studenti: come agite in questo ambito?

Per me gli studenti sono centrali. La sostenibilità non può rimanere un tema per specialisti, avvocati, consulenti, consigli di amministrazione o uffici compliance. Deve diventare parte della cultura delle nuove generazioni.

Con la Fondazione Rise lavoriamo proprio su questo: creare consapevolezza, dialogo e occasioni di confronto tra giovani, scuole, università, imprese e territorio. L’obiettivo è far capire che la sostenibilità non è un concetto astratto, ma qualcosa che riguarda il lavoro, le scelte quotidiane, il futuro professionale e il modo in cui ciascuno può contribuire alla società.

Con Eos, invece, portiamo una prospettiva molto pratica: cosa significa sostenibilità dentro un’impresa? Come si costruisce una policy Esg? Come si analizza una catena di fornitura? Come si riconoscono rischi legati ai diritti umani, all’ambiente, alla discriminazione o alla sicurezza sul lavoro? Come si distingue una comunicazione sostenibile credibile da una comunicazione rischiosa?

Credo che i giovani abbiano bisogno di due cose: ispirazione e strumenti. L’ispirazione serve per capire perché questi temi sono importanti. Gli strumenti servono per agire davvero.

La Fondazione Rise lavora sulla cultura, sull’educazione e sulla responsabilità. Eos lavora sull’applicazione concreta nelle organizzazioni. Per me le due dimensioni sono inseparabili: senza cultura, la sostenibilità diventa burocrazia; senza strumenti, la cultura resta teoria.




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 M.Cristina Ceresa

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