Intelligenza artificiale alla polizia, il Governo approva i decreti. Piantedosi: “Non sarà un Grande Fratello”



Quando una telecamera guarda una piazza, la scena sembra ancora familiare. Un palo, una lente, qualche cavo, il solito pezzo di città che finisce dentro uno schermo. Quando a quella lente si aggiunge l’intelligenza artificiale, però, la faccenda cambia peso. Lo sguardo diventa calcolo, confronto, riconoscimento, archiviazione. E a quel punto la domanda smette di riguardare soltanto la sicurezza: riguarda il tipo di spazio pubblico in cui vogliamo vivere.

Il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare due decreti legislativi per adeguare la normativa italiana ai regolamenti europei sull’IA. Uno dei passaggi più delicati riguarda l’uso dei sistemi di intelligenza artificiale da parte delle forze di polizia, anche per attività di videosorveglianza, riconoscimento facciale e trattamento di dati biometrici collegati all’identificazione dopo la commissione di reati.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha presentato il provvedimento come uno strumento di supporto all’azione di polizia, con decisioni finali affidate sempre all’essere umano. La formula è rassicurante, come spesso accade quando la tecnologia entra nelle stanze del potere con la parola “efficienza” appuntata sul petto, un mezzo sorriso da Terminator e poca voglia di soffermarsi troppo sulla sorveglianza.

La macchina suggerisce

Il decreto, per come è stato presentato, poggia su un principio molto chiaro: l’IA può aiutare, accelerare, incrociare dati, segnalare elementi utili, però la decisione finale deve restare umana. Ogni utilizzo per finalità di sicurezza dovrebbe essere sottoposto a revisione e sorveglianza umana qualificata, con tutela dei dati personali e sensibili. Il ministro ha escluso sistemi di sorveglianza di massa e ha parlato di divieto di grandi banche dati biometriche generalizzate.

Sulla carta suona tutto ordinato. Il problema, come sempre, arriva quando la carta incontra la pratica. Una decisione può restare formalmente umana anche quando nasce da un suggerimento algoritmico trattato come se fosse neutro, rapido, oggettivo. Chi lavora sotto pressione, con poco personale e molti casi da gestire, può finire per affidarsi alla macchina molto più di quanto ammetta il regolamento interno. L’algoritmo non mette la firma, però può spingere la mano.

La distinzione tra supporto e sostituzione è sottile. In materia di polizia diventa ancora più sottile, perché un errore non produce solo una pubblicità sbagliata o un contenuto suggerito male. Può pesare su controlli, sospetti, indagini, libertà personali. Per questo le garanzie non possono restare una specie di copertina istituzionale infilata sopra un sistema tecnico molto potente. Servono procedure leggibili, responsabilità tracciabili, verifiche esterne, formazione seria, accessi controllati, tempi di conservazione chiari. Tutte cose poco scenografiche. Infatti sono quelle decisive.

Il volto nel sistema

La parte più sensibile riguarda l’identificazione biometrica. Il provvedimento prevede una doppia possibilità: uso ex ante, cioè prima della commissione di reati, in caso di pericolo o minaccia legati per esempio al terrorismo, alla ricerca di persone scomparse o vittime di tratta; e uso ex post, dopo il reato, soprattutto per accertare identità attraverso videosorveglianza, riconoscimento facciale e dati biometrici. Per l’uso preventivo vengono indicati richiesta del questore, autorizzazione dell’autorità giudiziaria, valutazione d’impatto sui diritti fondamentali e notifica al Garante Privacy.

Qui il linguaggio fa già metà del lavoro: “ex ante”, “ex post”, “garanzie”, “supporto”, “revisione umana”. Tutto sembra tecnico, ordinato, rassicurante. Poi però c’è una persona che attraversa una stazione, una piazza, una strada, e può finire dentro un sistema capace di confrontare il suo volto con altri dati. E allora la questione diventa meno astratta. Molto meno. La burocrazia ha questa dote: riesce a far sembrare tiepida anche una questione bollente.

Secondo quanto illustrato dal ministro dell’Interno, i dati biometrici saranno conservati solo per sette giorni e cancellati automaticamente, mentre i log delle operazioni resteranno per cinque anni per evitare abusi. Viene anche indicato il divieto di prendere decisioni su una persona basandosi esclusivamente sul risultato del riconoscimento facciale e il divieto di identificazione biometrica generalizzata e non mirata, non collegata a un procedimento penale. Sono paletti importanti, certo. Un paletto resta utile solo se qualcuno controlla ogni giorno che non venga spostato di qualche centimetro.

L’Europa mette i paletti

Il quadro europeo, almeno su questo terreno, non lascia mano completamente libera agli Stati. L’AI Act vieta in linea generale l’uso di sistemi di identificazione biometrica remota “in tempo reale” in spazi accessibili al pubblico per finalità di contrasto, salvo eccezioni circoscritte e condizioni rigide. Il regolamento parla di necessità stretta, proporzionalità, autorizzazione preventiva e limiti precisi su tempo, luogo e finalità.

L’Italia si muove dentro una cornice europea che prova a impedire la trasformazione dello spazio pubblico in un laboratorio permanente di riconoscimento automatico. Il Governo, come da copione, presenta la misura come equilibrio tra innovazione e tutela. La domanda vera riguarda l’applicazione concreta: quante volte verrà usata questa possibilità? Con quali controlli? Da quali uffici? Con quali strumenti? Su quali banche dati? Con quali margini di contestazione per chi dovesse finire dentro un’identificazione sbagliata?

Ridurre tutto a favorevoli o contrari alla tecnologia sarebbe comodo, e anche abbastanza inutile. Nessuno vuole ostacolare la ricerca di una persona scomparsa o la prevenzione di un attentato. Il rischio nasce quando l’eccezione comincia ad abituare le istituzioni a uno strumento e lo strumento comincia a chiedere altro spazio. La differenza sta nel dosaggio, nella trasparenza, nel controllo indipendente, nella possibilità di sapere come vengono usati quei sistemi e come si correggono gli errori.

Il decreto dovrà essere letto nei suoi dettagli e nei passaggi successivi. Per ora sappiamo che l’IA entra in modo più strutturato nel lavoro delle forze di polizia, con una serie di garanzie annunciate e un lessico molto rassicurante. Bene le garanzie, bene il richiamo alla decisione umana, bene i limiti dichiarati. Resta il fatto che ogni tecnologia di controllo, una volta installata, tende a sembrare indispensabile. E quando una porta si apre sulla sorveglianza, richiuderla diventa sempre più faticoso. Anche se all’ingresso hanno scritto “innovazione”.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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