Cosa accade al cervello dopo un abuso o un trauma infantile? Nuovi studi rivelano l’impressionante impatto a lungo termine



L’infanzia finisce. Alcune delle cose accadute in quegli anni continuano però a viaggiare insieme alla persona, dentro i ricordi, nelle risposte allo stress, nel modo in cui ci si avvicina agli altri oppure si rimane sempre pronti a difendersi.

Tre studi recenti hanno osservato aspetti diversi dei traumi infantili: la stabilità dei ricordi di abusi e trascuratezza, le differenze nella struttura cerebrale e le capacità sviluppate dai ragazzi cresciuti dopo una grave deprivazione. Ne esce una storia lunga, che arriva ben oltre l’infanzia. Dentro questa storia, però, entra anche la cura ricevuta dopo.

I ricordi dei maltrattamenti restano stabili

Chi racconta un abuso vissuto da bambino incontra spesso una domanda implicita, talvolta anche esplicita: puoi essere certo di ricordare bene? Una metanalisi pubblicata su Nature Mental Health ha provato a rispondere mettendo insieme 49 studi e quasi 40mila persone, intervistate più volte sulle esperienze di maltrattamento vissute durante l’infanzia.

A distanza media di circa due anni e mezzo, quattro partecipanti su cinque hanno fornito risposte coerenti. I ricordi degli abusi sono risultati particolarmente stabili, mentre quelli legati alla trascuratezza cambiavano più spesso.

La differenza è comprensibile. Un atto violento ha un momento, un gesto, talvolta un luogo preciso. La trascuratezza è fatta soprattutto di assenze: nessuno che ascolta, nessuno che protegge, nessuno che si accorge. Da bambini può essere difficile riconoscere come anomalo ciò che rappresenta l’unica normalità conosciuta. Le parole arrivano spesso dopo.

I racconti variavano maggiormente tra bambini e adolescenti rispetto agli adulti. Crescendo si possono reinterpretare episodi, comprenderne la gravità o trovare finalmente la sicurezza necessaria per riferirli. La memoria umana non funziona come una registrazione video, eppure lo studio mostra che le esperienze di maltrattamento vengono ricordate con una coerenza molto maggiore di quanto suggerisca una certa diffidenza automatica.

Una risposta modificata nel tempo, dunque, non basta a rendere inattendibile l’intero racconto. Può indicare esitazione, paura, consapevolezza maturata più tardi o un diverso modo di leggere la propria storia. Dietro una casella barrata in un questionario rimane comunque una persona che sta provando a nominare qualcosa accaduto quando forse non aveva ancora gli strumenti per capirlo.

Il trauma può associarsi a differenze nel cervello

Un secondo studio pubblicato su Biological Psychiatry ha analizzato le risonanze magnetiche di 3.711 persone tra gli 8 e i 69 anni, raccolte da 25 centri di ricerca internazionali. Gli scienziati hanno confrontato le immagini con modelli dello sviluppo cerebrale tipico, simili alle curve usate dai pediatri per osservare la crescita di peso e altezza. In questo caso, naturalmente, le misure riguardavano volumi, spessore e superficie di diverse regioni del cervello.

Le associazioni più estese sono state osservate nelle giovani donne adulte che avevano vissuto maltrattamenti infantili. Tra le differenze emerse figuravano volumi inferiori nell’ippocampo e nel putamen e una corteccia entorinale più sottile. Sono aree coinvolte, con funzioni diverse, nella memoria, nell’apprendimento, nell’orientamento e nell’elaborazione delle informazioni.

Negli uomini le configurazioni cambiavano in base al tipo di esperienza: l’abuso risultava associato a differenze più diffuse, mentre gli effetti collegati alla trascuratezza apparivano più circoscritti. Età, sesso e forma del trauma sembrano quindi intervenire in modo diverso. Il cervello non conserva un’unica impronta uguale per tutti, come un timbro lasciato sulla fronte.

Lo studio non trasforma una risonanza magnetica in una macchina capace di leggere il passato. Mostra però che le esperienze vissute durante gli anni dello sviluppo possono associarsi a differenze biologiche osservabili anche molto tempo dopo.

Quelle differenze possono essere lette anche come il risultato di un organismo che si è adattato a un ambiente difficile. Un bambino costretto a controllare continuamente il tono di voce di un adulto, un rumore improvviso o il rischio di essere rifiutato sta imparando a sopravvivere. Il problema arriva quando quello stato di allerta rimane acceso anche quando il pericolo è passato, come un antifurto che continua a suonare davanti a una finestra ormai chiusa.

Una buona cura può cambiare gli anni successivi

Il terzo studio guarda a ciò che accade dopo. Il Bucharest Early Intervention Project, pubblicato su Developmental Psychology, ha seguito bambini abbandonati e cresciuti negli istituti di Bucarest, in Romania.

Queste strutture garantivano i bisogni essenziali, con poche possibilità di costruire un legame stabile e individuale con un adulto. Una parte dei bambini era stata inserita in famiglie affidatarie selezionate e sostenute dal progetto, mentre gli altri avevano continuato a ricevere l’assistenza ordinaria prevista all’epoca.

A 18 anni, i ragazzi cresciuti in affido mostravano capacità migliori nella comunicazione, nella socializzazione e nella gestione della vita quotidiana rispetto a quelli rimasti più a lungo nelle strutture. La qualità delle cure ricevute durante l’adolescenza contribuiva a spiegare una parte importante di questa differenza.

Il dato pesa perché riguarda abilità concrete: chiedere aiuto, costruire rapporti, organizzarsi, prendersi cura di sé. Competenze spesso considerate naturali, come se dovessero comparire da sole al compimento della maggiore età insieme alla tessera elettorale. Hanno bisogno, invece, di essere apprese dentro relazioni affidabili.

L’affido non ha cancellato ogni effetto della deprivazione iniziale. Ha però offerto un percorso migliore. Attenzione, continuità e presenza hanno continuato a produrre risultati molti anni dopo il primo ingresso in famiglia.

Per chi ha attraversato un trauma, la parola “resilienza” viene usata con una certa generosità. A volte sembra quasi una consegna: sei sopravvissuto fin qui, occupati anche di rimetterti insieme. Gli studi raccontano una responsabilità distribuita diversamente. Servono adulti capaci di credere, servizi che intervengano presto e relazioni abbastanza stabili da permettere a un bambino di abbassare, poco alla volta, la guardia.

Una buona cura non cancella ciò che è successo. Può cambiare il peso che quella storia avrà negli anni successivi. Un bambino può imparare a sopravvivere da solo. Lasciarlo fare non può essere il piano. 

Ti potrebbe interessare anche:


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Ilaria Rosella Pagliaro

Source link

Di