Le scorribande dell’incursore Vannacci nel centrodestra


Se esiste un dato conclamato che emerge dalla costituente di Futuro Nazionale è la capacità di rompere. Non solo gli schemi all’interno del parterre di centro destra o di parte dei partiti di centrodestra, ma anche con lo stesso centrodestra. Le stime sul potenziale bacino di voti e la collocazione strategica, però, configurano la pattuglia Vannacci come una forza politica con la quale i partiti tradizionali della coalizione non possono evitare di confrontarsi. Il quadro che viene fuori da questa prima fase di movimenti tellurici con epicentro il generale prestato alla politica è che Fn agisce come un fattore di disturbo e di frammentazione interna alla maggioranza, rimanendo, però interlocutore obbligato per garantire un secondo mandato al governo Meloni.

Marcatamente sovranista, identitaria e critica verso le dinamiche globaliste e le istituzioni sovranazionali, Fn si propone in discontinuità con le dinamiche politiche di area moderata. Durante la sua relazione, Vannacci ha definito i membri del proprio movimento come «lo scarto e la feccia», i «figli di nessuno», la «sporca dozzina» parlamentare, rivendicando una deliberata distanza dalle logiche dell’establishment tradizionale. E anche dalle forze politiche di maggioranza stesse, come dimostrano gli attacchi a Forza Italia, dopo lo strappo consumato con la Lega e i sistematici voti contrari alle questioni di fiducia poste dal Governo in Parlamento, che hanno suscitato forti polemiche da parte di Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia.

Vannacci ha battuto sui casi in cui la componente guidata da Antonio Tajani si è allineata alle posizioni del Partito Democratico in sede europea, menzionando le tasse per il bilancio dell’Unione e «patrimoniali mascherate». Un attacco con cui il Generale traccia una separazione tra chi sostiene le politiche comunitarie di figure come Mario Draghi o Ursula von der Leyen e chi, invece, propone un’agenda di rottura economica e geopolitica, inclusi temi delicati come la Russia o l’incremento delle spese militari.

Le reazioni del centrodestra riflettono la complessità della sfida lanciata dal movimento. Antonio Tajani ha replicato accusando Futuro Nazionale di essere una «quinta colonna della sinistra» e di essersi collocato di fatto fuori dal perimetro della coalizione a causa dei suoi voti contrari all’esecutivo. Posizioni in linea con quelle già sostenute dalla Meloni e Donzelli nei giorni passati.

Altra sorpresa è arrivata anche dal ridimensionamento delle espressioni fortemente polemiche rivolte alla presidente del Consiglio dall’opposizione. Vannacci ha ad esempio escluso la natura sessista dell’intervento del deputato del Movimento 5 Stelle, Francesco Silvestri, equiparando l’espressione a una metafora d’uso comune, accostabile a quella di categorie professionali o sportive. Con analogo pragmatismo linguistico, Vannacci ha ridimensionato il «cortigiana» pronunciato tempo addietro dal segretario della Cgil, Maurizio Landini. «Non sono una donna ho percezioni diverse delle sfumature linguistiche» ha detto.

Un posizionamento di parziale indulgenza verso esponenti dell’opposizione, che contrasta nettamente con la durezza riservata ai partner storici del centrodestra e genera rumor anche all’interno della stessa base dei delegati di Futuro Nazionale, anche se Vannacci su questo è chiaro: Futuro Nazionale è il sestante della destra italiana, chi vuol «salire sulla barca salga ma rispettando le nostre linee rosse» programmatiche, come il blocco del sostegno militare all’Ucraina e l’attuazione della remigrazione.

Sullo sfondo del dibattito, retroscena che raccontando di valutazioni strategiche da parte della presidenza del Consiglio in merito all’ipotesi di un ricorso a elezioni anticipate nell’aprile 2027. Una mossa con cui scongiurare sia un prolungato logoramento della maggioranza causato dalle fibrillazioni interne alla Lega e dall’avanzata dello stesso Vannacci sia una campagna elettorale estiva già vista nel 2022. Il voto nel settembre 2027 porterebbe a un insediamento nel successivo mese di ottobre, cadendo decisamente a ridosso della discussione della legge di bilancio. Inoltre, dato non trascurabile, il voto nel prossimo aprile consentirebbe di salvaguardare i requisiti previdenziali dei parlamentari alla prima legislatura ed eviterebbe la concomitanza con le elezioni amministrative nelle principali città italiane, Roma e Milano incluse, dove il centrosinistra parte da posizioni di vantaggio.

A questo quadro in fieri, si aggiunge il retroscena del lavoro che sarebbe stato attribuito a Matteo Renzi da alcune ricostruzioni di area PD. Il senatore toscano avrebbe esercitato da mesi un ruolo di persuasione e di stimolo nei confronti del Generale, agendo come un promotore strategico per spingerlo ad abbandonare la Lega e a fondare un proprio soggetto autonomo. Un disegno che si fonda su considerazioni puramente aritmetiche ovvero ridurre la quota complessiva dei consensi del centrodestra al di sotto della soglia critica del 45%, ritenuta indispensabile per poter competere efficacemente nelle prossime elezioni.

La scissione promossa da Vannacci viene dunque letta da Renzi come un fattore funzionale a questo scopo. Inoltre, qualora Futuro Nazionale decidesse di correre in solitudine, la coalizione di governo andrebbe incontro a una probabile sconfitta elettorale; di contro, un eventuale riassorbimento del generale all’interno dell’alleanza comporterebbe un costo politico elevatissimo, in termini di credibilità per la Melon e Vannacci stesso, e sarebbe in aperta antitesi con le posizioni storiche di Forza Italia. L’attivismo di Renzi si configura quindi come un tentativo di polarizzare e amplificare le contraddizioni intrinseche alla maggioranza, sfruttando il nuovo soggetto politico come un grimaldello tattico.

La configurazione di questo nuovo soggetto politico evidenzia come ci si trovi dinanzi a un fenomeno fortemente attrattivo, polarizzante ma non catalogabile in uno schema di bipolarismo classico cui l’Italia si è andata abituando negli ultimi decenni. Soprattutto, non un soggetto di destra “classico”, o come potrebbe essere immaginato sulla carta. L’area è quella della destra identitaria e “sovranista”, ma le tesi sul conflitto ucraino, la spesa militare e le aperture metodologiche verso tematiche e figure dell’opposizione ne complicano la decodifica immediata. E questa incognita porta i partiti di area a oscillare tra l’esigenza di marginalizzare il potenziale concorrente e salvaguardare i bacini elettorali, e la necessità di non interrompere immediatamente quei canali di comunicazione che potrebbero fare la differenza tra un secondo manato o una stagione di opposizione.

Soprattutto, il vero fattore x di questa formazione non è solo un 5 percento stabile nei sondaggi – che comunque indicano un baricentro chiaro di una parte dell’elettorato italiano – o l’ambizione dichiarata molto più elevata dello stesso Vannacci, quanto piuttosto la sua capacità – senza alcuna esperienza amministrativa – di orientare il dibattito nella maggioranza, di condizionare sin da ora l’agenda politica, di incidere nelle valutazioni di politica estera e di diventare motivo di discussione sul quando andare al voto. Vannacci, di fatto, sta agendo – né più, né meno – da incursore, con un movimento di pressing costante che obbliga Palazzo Chigi a una continua rivalutazione e ricalibrazione dei propri equilibri interni. E lo può fare anche in forza delle promesse elettorali non mantenute dei suoi ex alleati.

 




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Guglielmo Macavò

Source link

Di