Dopo quasi vent’anni di attesa, il Parco Nazionale degli Iblei è arrivato a un bivio. La sentenza del Tar ha riacceso il confronto tra ambientalisti, agricoltori, imprese e politica. Ma al di là delle polemiche, resta una domanda: il Parco sarà un’opportunità o un freno per il territorio ibleo?
La sentenza del Tar di Catania del 9 giugno 2026 ha riportato al centro del dibattito una questione che sembrava destinata a restare sospesa ancora a lungo. Entro 180 giorni la Regione Siciliana dovrà esprimersi sull’istituzione del Parco Nazionale degli Iblei oppure rischierà di essere sostituita da un commissario ad acta nominato dal Ministero dell’Ambiente. Dopo quasi vent’anni dalla legge che ne ha previsto la nascita, il Parco degli Iblei è arrivato al momento della verità. Ma la domanda che attraversa il territorio, soprattutto nel Ragusano, resta sempre la stessa: servirà davvero oppure rischia di trasformarsi in un nuovo sistema di vincoli per agricoltori, allevatori e imprese?
Per capirlo abbiamo ricostruito documenti, comunicati, sentenze, prese di posizione politiche e interventi delle associazioni che negli ultimi vent’anni hanno animato una delle vicende più controverse della Sicilia orientale. Ma iniziamo da uno degli aspetti meno raccontati della recente sentenza: le motivazioni con cui il Tar di Catania ha accolto il ricorso dell’Ente Fauna Siciliana. I giudici non si sono espressi sulla bontà o meno del Parco, ma hanno rilevato che il procedimento non può restare sospeso a tempo indeterminato. Dopo quasi vent’anni di iter, la Regione è chiamata a esprimere una posizione definitiva.
Dagli anni Ottanta alla legge del 2007: come nasce il progetto
La storia del Parco non inizia nel 2007. Secondo la documentazione dell’Ente Fauna Siciliana, già negli anni Ottanta l’associazione avviò studi, campagne di sensibilizzazione e iniziative pubbliche per promuovere una tutela organica dell’altopiano ibleo. Un passaggio decisivo arriva il 17 dicembre 2005 con la costituzione del Comitato promotore del Parco degli Iblei. Tra i firmatari figurano Ente Fauna Siciliana, Legambiente, Italia Nostra, Club Alpino Italiano, Fare Verde e numerose altre associazioni. Due anni dopo arrivò la svolta. Con la legge 222 del 29 novembre 2007 lo Stato inserisce il Parco Nazionale degli Iblei tra le quattro nuove aree protette nazionali da istituire in Sicilia insieme a Pantelleria, Egadi ed Eolie. Pantelleria è diventato Parco Nazionale nel 2016. Gli Iblei invece sono rimasti bloccati.
Chi ha rallentato il Parco?
È probabilmente la domanda più scomoda dell’intera vicenda. Dal 2007 si sono succeduti governi nazionali di centrodestra, centrosinistra e tecnici. A Palermo si sono alternati Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani.
Eppure il procedimento non è mai arrivato alla conclusione. La sentenza del Tar di Catania è particolarmente dura sotto questo aspetto. Accogliendo il ricorso dell’Ente Fauna Siciliana, i giudici hanno stabilito che la procedura non può rimanere sospesa indefinitamente e hanno dichiarato illegittimo il silenzio mantenuto dalla Regione Siciliana. Secondo quanto riportato nella stessa sentenza, la fase tecnica sarebbe ormai conclusa e perimetrazione e zonizzazione sarebbero state definite dopo il confronto con ISPRA e Regione Siciliana.
Chi vuole il Parco e perché
A sostenere con forza il progetto è soprattutto il fronte ambientalista. L’Ente Fauna Siciliana, guidato da anni da figure come Marco Mastriani, è il principale promotore dell’iniziativa.
Favorevoli anche Legambiente, Italia Nostra, CAI, Federparchi e numerose associazioni ambientaliste. Secondo Marco Mastriani il dibattito non dovrebbe più riguardare l’opportunità di istituire il Parco ma soltanto le modalità con cui completare un procedimento previsto da una legge dello Stato dal 2007. Tra i sostenitori c’è anche Giuseppe Arezzo, presidente del Consorzio di tutela dell’Olio Dop Monti Iblei. Nei giorni successivi alla sentenza del Tar, Giuseppe Arezzo ha sostenuto che il Parco potrebbe diventare un’opportunità di promozione per le produzioni agricole di qualità e per il turismo naturalistico.
Secondo il Consorzio, il marchio del Parco potrebbe rafforzare la visibilità internazionale del territorio e delle eccellenze agroalimentari. Anche Legambiente ha ribadito più volte che gran parte dei vincoli contestati esisterebbero già attraverso Piano Paesaggistico, siti Natura 2000 e altre forme di tutela. Secondo Claudio Conti, già vicepresidente del Circolo Il Carrubo di Ragusa, il vero confronto dovrebbe concentrarsi sui contenuti del regolamento e non su timori generici.
Dietro il Parco c’è anche la partita dell’energia
Tra le motivazioni che hanno spinto le associazioni ambientaliste a insistere per l’istituzione del Parco c’è anche la tutela del territorio da progetti ritenuti incompatibili con il paesaggio ibleo. Nella documentazione depositata davanti al Tar, l’Ente Fauna Siciliana ha richiamato il progetto di ricerca petrolifera “Zelkova” e diversi interventi legati alla realizzazione di impianti energetici di grandi dimensioni. Secondo i promotori del Parco, il lungo ritardo nell’istituzione dell’area protetta avrebbe lasciato il territorio più esposto a trasformazioni considerate irreversibili. È una delle questioni meno discusse nel dibattito pubblico ma anche una delle più importanti, perché dietro la battaglia sul Parco si intrecciano tutela ambientale, pianificazione territoriale e grandi interessi economici.
Chi è contrario e perché
Se il fronte favorevole è compatto, quello contrario è più articolato perchè nessuno si dice contrario a priori ma solleva interrogativi mai ascoltati. La posizione più netta arriva da Coldiretti Sicilia. Dopo la sentenza del Tar, l’organizzazione agricola ha chiesto un incontro urgente all’assessore regionale al Territorio e Ambiente Giusy Savarino. Secondo Coldiretti migliaia di aziende agricole delle province di Ragusa, Siracusa e Catania rischiano di subire conseguenze non ancora adeguatamente valutate. L’organizzazione denuncia soprattutto l’assenza di un censimento dettagliato delle attività produttive coinvolte. Critica anche la CNA territoriale di Ragusa.
In un documento firmato dal presidente territoriale Giampaolo Roccuzzo e dal segretario Carmelo Caccamo, l’associazione ha chiesto di riaprire il confronto con il territorio e di valutare persino un eventuale ricorso al Consiglio di Giustizia Amministrativa. Secondo CNA il problema non è la tutela ambientale ma il rischio di nuovi livelli burocratici che potrebbero rallentare investimenti e attività produttive.
Anche parte del mondo politico si è schierata contro l’attuale impostazione del progetto. Il deputato regionale Carlo Auteri della Democrazia Cristiana ha sostenuto pubblicamente che nessuno sarebbe contrario al Parco in sé, ma che il territorio non sarebbe stato sufficientemente ascoltato. Posizioni simili sono state espresse anche dai deputati regionali Salvo Sallemi e Giorgio Assenza di Fratelli d’Italia.
I vincoli che dividono il territorio
Gran parte dello scontro nasce dal contenuto del regolamento provvisorio che accompagna il progetto del Parco. Il territorio verrebbe suddiviso in tre zone. La Zona 1 comprenderebbe le aree di maggiore pregio naturalistico e paesaggistico, con i vincoli più rigidi. La Zona 2 riguarderebbe aree di valore ambientale intermedio. La Zona 3, quella più estesa e anche più discussa, comprenderebbe invece territori già fortemente antropizzati, dove continuano a essere presenti attività agricole, zootecniche e produttive.
Il regolamento vieta su tutto il territorio del Parco l’apertura di nuove cave e miniere, la ricerca e l’estrazione di idrocarburi, l’abbandono di rifiuti, il danneggiamento della flora protetta, la distruzione dei muretti a secco e l’alterazione di manufatti rurali storici. Restano invece consentiti il pascolo, la raccolta di funghi e prodotti spontanei, gli abbattimenti selettivi della fauna autorizzati dall’Ente Parco e le attività agro silvo pastorali tradizionali.
Nelle Zone 1 e 2 entrerebbero in vigore limitazioni più stringenti. Tra queste il divieto di realizzare nuovi edifici non compatibili con le finalità del Parco, restrizioni all’apertura di nuove strade e limiti nell’utilizzo di fitofarmaci e pesticidi. È proprio su questi aspetti che si concentra gran parte delle preoccupazioni espresse da Coldiretti, CNA e da una parte del mondo agricolo.
I sostenitori del Parco, però, fanno notare che molti dei vincoli contestati esistono già attraverso il Piano Paesaggistico, i siti Natura 2000 e altre forme di tutela ambientale presenti da anni nel territorio ibleo. I contrari replicano invece che il vero problema non sono i singoli divieti, ma il rischio che l’Ente Parco introduca un ulteriore livello autorizzativo destinato a rallentare investimenti, ampliamenti aziendali e nuove iniziative imprenditoriali.
È proprio su questo punto che si concentra oggi il confronto più acceso tra favorevoli e contrari.
La posizione delle istituzioni ragusane
In terra iblea la posizione più importante è quella della presidente del Libero Consorzio Comunale di Ragusa, Maria Rita Schembari. Durante una seduta del Consiglio provinciale, ha annunciato l’avvio di interlocuzioni con istituzioni e portatori di interesse per valutare gli effetti della sentenza del Tar e le eventuali iniziative da intraprendere. Una posizione prudente che fotografa bene il clima del territorio. Anche molti amministratori locali non si dichiarano apertamente contrari al Parco ma chiedono maggiori garanzie e un coinvolgimento più forte delle comunità interessate.
Servirà davvero?
I sostenitori citano l’esperienza di altri parchi nazionali italiani. Ricordano che nessun Comune inserito in un Parco Nazionale ha successivamente chiesto formalmente di uscirne. Sottolineano inoltre la possibilità di accedere a fondi dedicati, sviluppare turismo naturalistico, valorizzare produzioni tipiche e rafforzare la tutela del territorio. I contrari replicano che gli Iblei non sono il Gran Sasso, il Cilento o l’Aspromonte. Il tessuto economico del territorio è fondato soprattutto su agricoltura, allevamento e piccole imprese. Per questo temono che l’introduzione di nuovi pareri e autorizzazioni possa tradursi in un freno agli investimenti.
Il punto più interessante emerso durante questa inchiesta è però un altro. Nonostante vent’anni di dibattito, non esiste ancora uno studio economico pubblico e condiviso capace di stimare con precisione costi e benefici del Parco. Esistono aspettative. Esistono timori. Esistono simulazioni. Mancano però numeri certi.
La partita meno visibile: chi controllerà il futuro Parco?
Se finora il dibattito pubblico si è concentrato sui vincoli e sulle possibili ricadute per agricoltura e imprese, c’è un’altra partita che si sta giocando lontano dai riflettori. È quella della futura governance del Parco Nazionale degli Iblei.
Qualora il procedimento arrivasse a conclusione, nascerà infatti un nuovo Ente Parco dotato di presidente, consiglio direttivo, struttura amministrativa, personale e sedi operative. Ed è proprio su questo terreno che iniziano a emergere interrogativi e tensioni.
Dove avrà sede il futuro Ente? Quale sarà il peso dei territori ragusani rispetto a quelli siracusani? Chi parteciperà alle scelte strategiche che riguarderanno pianificazione, tutela ambientale, investimenti e valorizzazione del territorio?
La questione non è secondaria. Circa due terzi della superficie del futuro Parco ricadono nel Siracusano e questo alimenta il timore, soprattutto nel Ragusano, che le decisioni possano essere concentrate altrove. Non a caso negli ultimi giorni è emersa anche la richiesta di garantire una presenza significativa della provincia di Ragusa negli organismi decisionali del futuro Ente.
A rendere ancora più delicato il tema è il fatto che nel dibattito locale qualcuno guarda già oltre l’istituzione del Parco e ragiona sulle future sedi, sugli uffici e sui costi di gestione della nuova struttura. Tra i critici c’è chi teme la nascita di un ulteriore livello burocratico, mentre i sostenitori ritengono che un ente dedicato possa finalmente garantire una gestione unitaria di un territorio oggi frammentato tra numerosi soggetti e competenze diverse.
È una discussione che per ora resta sullo sfondo, ma che potrebbe diventare uno dei principali terreni di scontro politico nei prossimi mesi. Perché se il Parco vedrà la luce, la battaglia non riguarderà soltanto i confini dell’area protetta, ma anche chi ne guiderà il futuro e da dove verranno prese le decisioni che interesseranno gli Iblei.
La sentenza del Tar ha costretto la politica a uscire dall’ambiguità. Adesso la Regione Siciliana dovrà scegliere. Accettare il percorso avviato quasi vent’anni fa. Tentare di modificarlo. Oppure aprire un nuovo contenzioso. Nel frattempo il territorio resta diviso. Da una parte chi vede nel Parco uno strumento per difendere paesaggio, biodiversità e identità degli Iblei. Dall’altra chi teme che il prezzo della tutela possa essere pagato da agricoltori, allevatori e imprese. La vera domanda, oggi, non è più se il Parco nascerà. La vera domanda è quale Parco nascerà e quanto spazio avranno realmente gli Iblei nel decidere il proprio futuro.
Vent’anni di Parco in sette date
- Anni Ottanta, l’Ente Fauna Siciliana avvia le prime campagne per la tutela unitaria degli Iblei.
- 17 dicembre 2005, nasce il Comitato promotore del Parco degli Iblei con associazioni ambientaliste e culturali.
- 29 novembre 2007, la legge 222 istituisce il Parco Nazionale degli Iblei tra le nuove aree protette nazionali da realizzare in Sicilia.
- 2017, Regione Siciliana e Ministero avviano il tavolo tecnico per definire perimetrazione e zonizzazione.
- 2019, viene presentata la proposta ufficiale con regolamento e perimetrazione.
- Febbraio 2024, il Ministero dell’Ambiente trasmette alla Regione Siciliana la bozza del decreto istitutivo.
- 9 giugno 2026, il Tar di Catania ordina alla Regione di concludere il procedimento entro 180 giorni.
(czcz)
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Luca Bonina
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