Il 23 giugno 2026 il Senato ha approvato con 80 voti favorevoli e 56 contrari il Ddl 1552, che riscrive dopo oltre trent’anni le regole sulla caccia in Italia. Il testo passa ora alla Camera, tra proteste ambientaliste e rilievi della Commissione europea
Ottanta voti favorevoli, cinquantasei contrari, due astenuti. Con questo risultato, il 23 giugno 2026 il Senato della Repubblica ha approvato il Disegno di legge 1552, a prima firma del capogruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan e sostenuto dai capigruppo di tutta la maggioranza di centrodestra.
Il provvedimento modifica in modo sostanziale la legge 157 del 1992, che per oltre trent’anni ha regolato la protezione della fauna selvatica omeoterma e il prelievo venatorio in Italia.
L’iter parlamentare è stato lungo e conflittuale: oltre 900 emendamenti presentati, quasi tutti dalle opposizioni. Inizialmente ipotizzato come decreto legge dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, il testo è stato convertito in disegno di legge per superare le obiezioni sull’urgenza.
L’aula del Senato ha votato in un clima di proteste all’esterno dell’edificio. Il provvedimento passa ora alla Camera, dove potrebbe subire ulteriori modifiche.
Un contesto faunistico cambiato, una legge rimasta ferma
La pressione a riformare la 157/1992 non nasce dal nulla. Negli ultimi tre decenni, alcune popolazioni di fauna selvatica – in particolare il cinghiale – hanno registrato un’espansione significativa sul territorio italiano, generando danni crescenti all’agricoltura, incidenti stradali e problemi sanitari legati alla diffusione della Peste Suina Africana.
A questo si aggiunge la presenza di specie considerate invasive e la trasformazione dei paesaggi rurali. La maggioranza di centrodestra presenta la riforma come una risposta a queste dinamiche: un aggiornamento necessario che introduce il concetto di “gestione” della fauna accanto a quello di protezione.
Il testo definisce esplicitamente la caccia come “attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi” e i cacciatori come “bioregolatori“.
I critici – scientifici e ambientalisti – contestano questa impostazione, sostenendo che la gestione faunistica efficace richieda monitoraggio basato sui dati e misure preventive, non un ampliamento del prelievo venatorio.
Le novità principali del Ddl 1552
Le modifiche introdotte sono numerose e toccano ambiti diversi della regolazione venatoria. Sul fronte delle aree di caccia, il provvedimento apre alla possibilità di praticare la caccia in aree demaniali – incluse le spiagge – e in zone attualmente protette, lasciando l’ultima parola alle Regioni.
Viene introdotto anche il divieto di ostacolare l’attività venatoria. I calendari venatori diventano più flessibili: le Regioni potranno autorizzare la caccia oltre i primi dieci giorni di febbraio, un periodo critico per migrazione e nidificazione degli uccelli, e potranno concedere deroghe e aumentare le giornate settimanali di caccia consentite.
Cambiano anche le specie cacciabili: vengono aggiunte oca selvatica, colombaccio e piccione di città. Sul lupo, il Ddl recepisce il declassamento da “rigorosamente protetto” a “protetto” già avanzato a livello europeo, aprendo a piani di contenimento regionali nei casi ritenuti necessari.
Sul piano degli strumenti, viene autorizzato l’uso di visori notturni ottici e termici – esclusi quelli di tipo militare – per la caccia di selezione agli ungulati. Viene parzialmente liberalizzata la pratica dei richiami vivi: fino a 40 esemplari da cattura e un numero illimitato da allevamento.
È prevista anche la possibilità di praticare la braccata al cinghiale sulla neve in determinati casi. Il Ddl rafforza l’autonomia regionale su calendari, specie e aree, aumenta le sanzioni per il bracconaggio, coinvolge i cacciatori negli organi di gestione faunistica e consente agli agricoltori di partecipare al controllo del cinghiale trattenendo gli animali abbattuti.
Un elemento di rilievo istituzionale riguarda il ruolo dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra): il parere dell’ente, attualmente vincolante in alcune materie, diventa consultivo. Viene contestualmente rafforzato il Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale.
Il fronte politico: incostituzionalità e lobby
La maggioranza (FdI, Lega, Forza Italia) difende la riforma come un intervento necessario per modernizzare una normativa bloccata da oltre tre decenni, sostenere il mondo agricolo e rispondere concretamente alle sovrappopolazioni selvatiche.
Le opposizioni hanno assunto una posizione netta. Il Partito Democratico, con la segretaria Elly Schlein, ha parlato di testo “incostituzionale” per contrasto con l’articolo 9 della Costituzione, che dal 2022 tutela esplicitamente la biodiversità e gli ecosistemi, chiedendo il ritiro del provvedimento.
Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra lo ha definito una “vergogna” e un “arretramento culturale”, accusando il governo di rispondere agli interessi delle lobby venatorie e armiere. Giuseppe Conte, per il Movimento 5 Stelle, ha ribadito i profili di incostituzionalità.
Durante il voto, senatori di opposizione hanno partecipato alle proteste in piazza insieme alle associazioni ambientaliste.
Il fronte ambientalista e il rischio di infrazione europea
Le associazioni ambientaliste e animaliste – tra cui Wwf, Legambiente, Lav, Lac, Enpa e Lipu – hanno definito il provvedimento una “legge sparatutto“, organizzando proteste, raccogliendo centinaia di migliaia di firme e coinvolgendo ricercatori e comunità scientifica in appelli pubblici.
Le critiche principali riguardano il rischio per la biodiversità, la sicurezza pubblica nelle aree aperte a nuove attività venatorie e la possibilità che l’allentamento normativo favorisca indirettamente il bracconaggio.
Sul fronte europeo, la Commissione europea ha inviato una lettera di rilievi che tocca diversi punti specifici del Ddl: l’uso dei richiami vivi, la disciplina delle aziende faunistico-venatorie, le estensioni temporali della stagione di caccia e, in particolare, l’indebolimento del ruolo dell’Ispra.
Il rischio concreto è l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. Preoccupazioni analoghe sarebbero state sollevate anche dal Consiglio d’Europa.
Sondaggi citati nel dibattito pubblico indicano che tra il 60 e l’80% degli italiani si dichiara contrario a un ampliamento della caccia o preferisce mantenere l’impianto della legge del 1992.
Cosa si deciderà alla Camera
Il testo approda ora alla Camera dei Deputati, dove il centrodestra appare compatto ma dove non si escludono aggiustamenti, anche per rispondere ai rilievi europei e ridurre il rischio di infrazione.
La partita in corso non riguarda soltanto la disciplina venatoria. Riguarda il modo in cui l’Italia intende bilanciare tradizione rurale, esigenze agricole, obblighi comunitari e tutela di un patrimonio naturale tra i più ricchi d’Europa per biodiversità – e come intende farlo alla luce di un articolo 9 della Costituzione che, dal 2022, ha assunto un contenuto ambientale esplicito.
Crediti immagine: Depositphotos
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Redazione Green Planner
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