A Daejeon, in Corea del Sud, c’è una macchina grande, complicata, piena di magneti e tubi, che lavora su una cosa molto semplice da dire e molto difficile da fare: tenere fermo l’inferno senza farlo toccare da nessuna parte. Si chiama KSTAR, Korea Superconducting Tokamak Advanced Research, ed è uno dei dispositivi più osservati nella corsa alla fusione nucleare. Negli ultimi test ha raggiunto un risultato che pesa parecchio in questo settore: plasma a 100 milioni di gradi Celsius mantenuto per 48 secondi, mentre la modalità ad alto confinamento, la cosiddetta H-mode, è stata spinta oltre la soglia dei 100 secondi.
La cifra fa scena, certo. Cento milioni di gradi sono circa sette volte la temperatura del nucleo del Sole. Il rischio, quando si parla di fusione, è sempre quello di finire nel poster da fiera della scienza: energia infinita, Sole in una scatola, futuro già servito sul tavolo. KSTAR racconta qualcosa di più serio e meno scintillante. Racconta un avanzamento tecnico in una strada lunga, costosa, ostinata, dove ogni secondo guadagnato ha dietro anni di materiali provati, pareti cambiate, instabilità domate, errori studiati.
Il plasma che nessuna parete può toccare
La fusione nucleare tenta di replicare sulla Terra il meccanismo che alimenta le stelle: nuclei leggeri che si uniscono e liberano energia. Nel Sole questo avviene grazie a pressioni enormi. In un laboratorio terrestre quella gravità manca, quindi bisogna compensare con temperature spaventose e con un controllo quasi chirurgico del plasma, un gas ionizzato fatto di particelle cariche. Una delle grandi sfide resta proprio questa: portare il plasma oltre i 100 milioni di gradi, confinarlo in un campo magnetico e tenerlo insieme abbastanza a lungo perché le reazioni possano diventare davvero utili.
KSTAR usa un tokamak, una camera a forma di ciambella in cui potenti magneti superconduttori tengono il plasma sospeso, lontano dalle pareti. Qui sta una parte quasi brutale del problema: nessun materiale può sopportare direttamente quelle temperature. La soluzione consiste nel fare in modo che il plasma resti confinato, guidato, stabilizzato. Una specie di animale elettrico chiuso in una pista invisibile.
Il risultato coreano arriva anche grazie a un cambio materiale molto concreto: il passaggio al tungsteno in una componente chiave chiamata divertore, la zona che deve gestire una parte enorme del calore e delle particelle espulse dal plasma. Prima c’era il carbonio. Il tungsteno ha un punto di fusione altissimo e si comporta meglio in condizioni vicine a quelle previste per i futuri reattori sperimentali. Secondo il team, questa sostituzione ha aiutato KSTAR ad allungare i tempi di funzionamento e a rendere gli esperimenti più vicini agli scenari che interessano anche ITER.
Quei 48 secondi pesano più di quanto sembri
Letto da fuori, un tempo di 48 secondi può sembrare quasi ridicolo. Meno di un semaforo rosso, meno di una pubblicità lunga, meno di una litigata condominiale ben avviata. Nella fusione, invece, quel mezzo minuto abbondante è un pezzo di strada. KSTAR aveva già raggiunto 30 secondi nel 2021, sempre a 100 milioni di gradi. Portare quel limite a 48 secondi significa migliorare controllo, stabilità, riscaldamento, gestione del calore. Significa far restare in equilibrio qualcosa che tende per natura a scappare, raffreddarsi, sbattere, perdere forma.
L’obiettivo dichiarato per KSTAR resta più ambizioso: arrivare a 300 secondi di plasma a 100 milioni di gradi. Cinque minuti. Una durata che, nel linguaggio della ricerca sulla fusione, comincia ad assomigliare a una prova di maturità tecnologica, pur restando lontana da una centrale elettrica collegata alla rete.
Intanto il mondo corre in più direzioni. In Cina, il tokamak EAST ha mantenuto nel 2025 una modalità stabile ad alto confinamento per 1.066 secondi, migliorando il precedente record di 403 secondi. È un tempo enorme per questo campo, anche se ogni macchina lavora con parametri, obiettivi e condizioni diverse, quindi i confronti da medagliere olimpico aiutano fino a un certo punto.
Negli Stati Uniti, il National Ignition Facility ha raggiunto l’ignizione con un approccio diverso, basato su laser potentissimi che comprimono minuscoli bersagli di combustibile. Nel dicembre 2022 il laboratorio ha ottenuto per la prima volta più energia dalla reazione di fusione di quanta ne fosse stata consegnata al bersaglio dai laser, un traguardo scientifico enorme, anche lì distante dalla produzione elettrica commerciale.
ITER, il grande progetto internazionale in costruzione nel sud della Francia, ha invece rivisto la propria tabella di marcia. La nuova baseline sposta l’avvio delle attività scientifiche al 2034, con operazioni più avanzate negli anni successivi e fase deuterio-trizio prevista più avanti. Il direttore generale del progetto ha detto una cosa molto utile per tenere i piedi a terra: la fusione potrà fare la differenza quando arriverà, però non arriverà in tempo per risolvere i problemi climatici immediati.
Energia pulita, sì. Bacchetta magica, no
La promessa della fusione resta potente perché tocca nervi scoperti: energia abbondante, emissioni climalteranti dirette assenti nel processo, meno scorie a lunga vita rispetto alla fissione, combustibili teoricamente disponibili in molte aree del pianeta. È per questo che la fusione nucleare continua ad attirare fondi, governi, laboratori, università e aziende private. Dentro quella promessa ci sono sicurezza energetica, decarbonizzazione, industria pesante, indipendenza dalle fonti fossili.
Poi arriva la parte ruvida. Una centrale a fusione dovrà funzionare in modo continuo o quasi continuo, produrre più energia di quanta ne consuma l’intero impianto, trasformare quel calore in elettricità, gestire neutroni ad alta energia, materiali irradiati, manutenzione, costi, sicurezza, combustibile, tempi industriali. Ogni record di plasma è un mattone. Nessuno di quei mattoni, da solo, diventa una casa.
Eppure KSTAR merita attenzione proprio perché lavora su un problema concreto: la durata. Nella fusione il tempo conta. Conta la temperatura, conta la densità del plasma, conta il confinamento, conta la capacità di ripetere l’esperimento senza distruggere componenti costosi. La Corea del Sud sta mostrando di saper avanzare su questa parte, con una macchina sperimentale che parla la stessa lingua dei grandi progetti internazionali: tungsteno, controllo magnetico, plasma stabile, campagne lunghe, obiettivi misurabili.
Resta anche la domanda politica, quella meno da laboratorio e più da atlante. Una fonte energetica come la fusione, se mai diventerà industriale, cambierà il peso dei Paesi che oggi controllano combustibili fossili, rotte, miniere, gasdotti, forniture strategiche. Cambierà il modo in cui gli Stati immaginano sicurezza energetica, alleanze, dipendenze. Prima, però, bisogna arrivarci. E quel “prima” è pieno di bulloni, calcoli, materiali che cedono, magneti da raffreddare, plasma che non obbedisce.
Per anni sulla fusione si è ripetuta la solita battuta: sarà pronta tra trent’anni, e lo sarà sempre. Oggi quella battuta continua a girare, solo che fa un po’ meno ridere. Non perché la centrale a fusione sia dietro l’angolo. Perché, secondo dopo secondo, l’angolo si sta spostando.
Fonte: KFE
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Ilaria Rosella Pagliaro
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