Gli scienziati hanno capito come ha fatto l’eruzione del Vesuvio a trasformare in vetro il cervello di quest’uomo di Ercolano 2000 anni fa



A Ercolano la morte potrebbe essere arrivata prima della grande massa di materiale vulcanico che ha sigillato case, strade, oggetti, letti e corpi. Prima del seppellimento vero e proprio, prima degli strati che oggi gli archeologi leggono come una cronaca minerale, ci sarebbe stato un passaggio molto più rapido: una nube diluita di cenere e gas, abbastanza calda da uccidere in pochi istanti e abbastanza breve da lasciare dietro di sé solo pochi centimetri di deposito.

Del cervello trasformato in vetro dalla nube bollente del Vesuvio ne avevamo già parlato: il caso riguarda un giovane uomo morto durante l’eruzione del 79 d.C., trovato nel Collegium Augustalium, l’edificio pubblico legato al culto dell’imperatore Augusto, lungo il Decumano Massimo dell’antica città. Il suo corpo, riportato alla luce negli anni Sessanta, era disteso su un letto di legno carbonizzato. Le analisi più recenti aggiungono un pezzo importante: quei frammenti neri e lucidi trovati nel cranio e nel midollo spinale sarebbero resti di cervello vetrificato, trasformato in una specie di vetro organico da una combinazione rarissima di calore estremo e raffreddamento rapidissimo.

La nube prima della sepoltura

La parte nuova riguarda la sequenza degli eventi. I flussi piroclastici che hanno poi sepolto Ercolano avevano temperature già altissime, comprese tra circa 315 e 465 °C, però avrebbero raffreddato troppo lentamente il corpo per spiegare la formazione di vetro. Per ottenere una vetrificazione serve un passaggio diverso: riscaldamento violentissimo, materiale reso instabile, raffreddamento brusco.

Nello studio pubblicato su Scientific Reports, i ricercatori indicano una temperatura superiore a 510 °C e una rapidissima discesa termica subito dopo il passaggio della nube. Il vetro, in questo caso, si sarebbe formato perché il tessuto cerebrale avrebbe raggiunto una temperatura altissima e poi si sarebbe raffreddato in modo così veloce da impedire una struttura ordinata, cristallina.

La ricostruzione si collega a un lavoro precedente, sempre su Ercolano, che aveva individuato una prima corrente piroclastica molto diluita, una sorta di nube di cenere rovente, con temperature stimate tra 555 e 495 °C. Dopo quel primo evento sarebbero arrivati altri flussi, più densi e più pesanti, con temperature più basse, capaci di seppellire progressivamente la città e conservarla fino a oggi.

In parole semplici: la lava qui c’entra pochissimo. A Ercolano il lavoro sporco lo fecero cenere, gas, calore e correnti piroclastiche. La nube più calda avrebbe attraversato la città, colpito gli abitanti e poi si sarebbe dispersa abbastanza in fretta da permettere un raffreddamento improvviso. In quel brevissimo intervallo, secondo gli autori dello studio, alcune parti del cervello del giovane si sarebbero trasformate in vetro.

Perché proprio quel corpo

Il dettaglio più difficile da spiegare resta proprio questo: tra le vittime dell’area vesuviana, questo è indicato come l’unico caso conosciuto di tessuto umano vetrificato. La rarità dipenderebbe da una combinazione quasi impossibile di condizioni: il corpo si trovava in un ambiente chiuso, il cranio e la colonna vertebrale avrebbero parzialmente protetto il sistema nervoso dalla distruzione completa, la nube avrebbe riscaldato il tessuto oltre i 510 °C e poi sarebbe svanita lasciando il corpo quasi esposto all’aria, prima dell’arrivo dei depositi successivi.

I frammenti analizzati sono minuscoli, scuri, lucidi, con un aspetto simile all’ossidiana. Le indagini hanno usato microscopia elettronica, microtomografia, spettroscopia Raman e calorimetria per capire struttura, composizione e storia termica del materiale. Secondo gli autori, la presenza di proteine tipiche del cervello umano, acidi grassi compatibili con tessuto cerebrale e capelli, oltre a microstrutture interpretate come neuroni e assoni, rafforzerebbe l’identificazione del materiale come resto cerebrale.

Resta una scena quasi impossibile da tenere insieme: un ragazzo di circa vent’anni, probabilmente custode dell’edificio, colpito da un evento termico estremo mentre si trovava ancora nel suo letto. La nube avrebbe distrutto i tessuti molli esposti, mentre alcune parti del cervello, protette dall’osso, sarebbero sopravvissute abbastanza a lungo da arrivare a quella trasformazione brevissima e anomala.

Gli scienziati restano prudenti

Questo caso va raccontato con una certa cautela. La definizione di “cervello trasformato in vetro” è potente, quasi cinematografica, però dentro la comunità scientifica il dibattito esiste. Già dopo le prime pubblicazioni, alcuni studiosi avevano invitato alla prudenza, ricordando che il tessuto cerebrale antico può conservarsi più spesso di quanto si immagini e chiedendo dati più accessibili per confrontare meglio proteine, degradazione dei materiali e ipotesi di vetrificazione.

La critica principale riguarda proprio l’eccezionalità del meccanismo. I tessuti organici sono ricchi d’acqua e, nei processi moderni di conservazione, la vetrificazione viene associata soprattutto a condizioni molto controllate. Qui, invece, si parla di un percorso opposto e rarissimo: un vetro organico conservato dopo un riscaldamento violentissimo, seguito da un raffreddamento quasi immediato. Gli autori lo presentano come un caso unico nel record archeologico e geologico, mentre altri ricercatori chiedono conferme indipendenti sui campioni.

La forza della ricerca, comunque, sta anche nel cambiare la prospettiva sull’eruzione. Il giovane di Ercolano diventa una specie di termometro estremo, un corpo trasformato in archivio fisico. Se la ricostruzione è corretta, la prima minaccia per gli abitanti fu una nube ad altissima temperatura, rapida, sottile, molto meno visibile nei depositi rispetto ai flussi che arrivarono dopo. Un evento capace di uccidere prima ancora che la città venisse coperta.

Una lezione ancora attuale

Gli autori del lavoro del 2023 sottolineano anche un aspetto che esce dall’archeologia e riguarda il rischio vulcanico moderno: le nubi di cenere calda e diluita possono lasciare tracce geologiche minime, quindi essere sottovalutate nelle ricostruzioni del passato e negli scenari di pericolo. La loro durata può essere breve, la loro impronta nel terreno sottile, il loro impatto sul corpo umano devastante.

Per questo il caso del cervello vetrificato di Ercolano racconta molto più di una morte antica e irripetibile. Racconta quanto un’eruzione possa agire per fasi, con eventi diversi, temperature diverse, tempi diversi. Prima il colpo termico. Poi la sepoltura. Poi i secoli.

Fonte: Scientific Reports

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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