Storica condanna per TotalEnergies: le multinazionali del fossile non possono più ignorare le emissioni dei clienti


Dopo sei anni di ostruzionismo legale, il Tribunale di Parigi impone al colosso petrolifero di riscrivere il piano ambientale includendo lo “Scope 3”, ovvero il 90% del suo impatto reale sul Pianeta

Ci sono voluti sei anni di scontri in aula e una lunga serie di cavilli burocratici usati dall’azienda per bloccare il processo. Ma alla fine la sentenza è arrivata. Il 25 giugno 2026, mentre l’Europa si trovava a fare i conti con il caldo record, il Tribunale giudiziario di Parigi ha condannato TotalEnergies per non aver adempiuto ai propri obblighi di vigilanza climatica.

Ora la compagnia ha sei mesi di tempo per pubblicare un piano ambientale corretto. Se le misure verranno ritenute ancora una volta insufficienti, dal prossimo anno scatteranno sanzioni pesantissime.

La battaglia legale era iniziata il 28 gennaio 2020 grazie a una coalizione formata dalle associazioni Notre Affaire à Tous, Sherpa, France Nature Environnement, da quattordici comuni francesi e, successivamente, dalla stessa Città di Parigi. L’accusa era chiara: TotalEnergies sapeva fin dagli anni Settanta che i combustibili fossili stavano surriscaldando il Pianeta. Nonostante ciò, ha continuato a pianificare una crescita della produzione di idrocarburi del 3% all’anno fino al 2030, mantenendo due terzi dei suoi investimenti nel fossile e raccontando contemporaneamente ai mercati di essere un “attore chiave della transizione energetica”. Una narrativa già smontata nell’ottobre 2025, quando un altro tribunale parigino aveva condannato la compagnia per greenwashing.

Lo “Scope 3”

La sentenza ruota attorno a un concetto fondamentale della contabilità ambientale, ovvero la divisione delle emissioni aziendali in tre diversi ambiti. Il primo, chiamato Scope 1, riguarda le emissioni dirette prodotte dagli impianti della compagnia, come le raffinerie, le piattaforme e gli uffici. Il secondo, lo Scope 2, copre invece le emissioni indirette collegate all’energia elettrica o al riscaldamento che l’azienda acquista per far funzionare le sue strutture.

La fetta più grande e problematica è però rappresentata dallo Scope 3, che include tutte le altre emissioni indirette e, nello specifico, la combustione dei prodotti venduti. Si tratta della benzina, del diesel o del gas che i clienti finali immettono nelle proprie auto o utilizzano per riscaldare le case. Per un gigante come TotalEnergies, questo terzo ambito rappresenta da solo circa il 90% dell’impronta carbonica complessiva. Parliamo di 376 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno, una cifra pari alle emissioni territoriali dell’intera Francia.

Fino ad oggi, la difesa di TotalEnergies si basava su un argomento apparentemente logico: la compagnia sosteneva di dover rendicontare solo le emissioni dei primi due ambiti, scaricando la responsabilità dello Scope 3 sui cittadini che acquistano il carburante. I giudici francesi hanno però respinto questa tesi, stabilendo che se un’azienda ha la capacità di influenzare le emissioni derivanti dall’uso dei propri prodotti, decidendo ad esempio quanto petrolio estrarre, allora ha anche il dovere giuridico di vigilare e ridurle.

La legge d’avanguardia

La condanna si basa sulla loi de vigilance francese del 2017, una norma pionieristica che obbliga le grandi aziende a pubblicare un piano dettagliato per identificare e prevenire i rischi ambientali e sociali legati alle proprie attività.

Mentre i legali di TotalEnergies cercavano di rimandare il processo con cavilli burocratici, l’azienda continuava a spingere sull’acceleratore delle fonti fossili. Nel 2024, a fronte di un fatturato di 215 miliardi di dollari, il colosso energetico ha investito ben 17,8 miliardi in nuovi progetti di estrazione tra Brasile, Stati Uniti, Argentina e Danimarca. Secondo il database CarbonBombs, la compagnia è associata ad almeno trenta “bombe al carbonio”. Si tratta di megaprogetti fossili che, se portati a termine, libererebbero nell’atmosfera 70 miliardi di tonnellate di CO₂, esaurendo da soli più della metà del budget di carbonio rimasto a livello globale per evitare che il riscaldamento planetario superi la soglia critica di 1,5 °C.

Un precedente per tutta Europa

Il tribunale non ha imposto il blocco immediato dei pozzi petroliferi, una valutazione rimandata a una seconda fase del giudizio, ma ha stabilito scadenze rigide. Entro il 21 gennaio 2027 TotalEnergies dovrà presentare un nuovo piano con una mappatura completa dei rischi climatici che includa obbligatoriamente lo Scope 3, indicando misure concrete di riduzione. In caso contrario, la compagnia rischia sanzioni fino a 24 milioni di euro al giorno.

Questa sentenza lancia un segnale a tutte le multinazionali del settore energetico. La decisione si inserisce infatti in una tendenza internazionale che ha già visto le storiche condanne contro Shell all’Aia e la pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso delle Klimaseniorinnen. Inoltre, anticipa l’applicazione della nuova Direttiva Europea sulla Due Diligence (CS3D), superando i tentativi di boicottaggio messi in atto dalle lobby industriali negli scorsi anni.

Come ha dichiarato Alice Timsit, vicesindaca di Parigi, a margine della sentenza, per la prima volta un giudice riconosce che i rischi climatici rientrano nel dovere di vigilanza delle grandi imprese, confermando che nessuna multinazionale delle energie fossili può più sottrarsi a questa responsabilità. Il perimetro di ciò che le compagnie petrolifere possono legalmente nascondere sotto il tappeto, da oggi, è diventato finalmente più stretto.


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 Riccardo Liguori

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