Che fine ha fatto il Piano sociale per il clima? L’Italia soffocata dal caldo lo avrebbe già, ma manca l’attuazione (e i 9,3 miliardi di euro)



La parte più concreta del caldo arriva di sera, quando le pareti restituiscono calore, il ventilatore sposta aria tiepida e chi vive in una casa poco isolata capisce benissimo quanto la transizione energetica sia una faccenda domestica prima ancora che europea. Il Ministero della Salute monitora le ondate di calore in 27 città. E mentre il Paese si arrangia tra tapparelle abbassate e bollette guardate come referti medici, il Piano sociale per il clima resta lì: annunciato, discusso, atteso, pieno di soldi pubblici e promesse pratiche, fermo al passaggio formale che dovrebbe aprire il confronto con Bruxelles.

Parliamo di un documento da 9,3 miliardi di euro, almeno nella versione annunciata dal ministero nell’agosto 2025, con interventi su edilizia, bollette e mobilità: riqualificazione degli edifici fragili, Bonus sociale gas, mobilità pubblica nelle aree svantaggiate e portafogli digitali per il trasporto pubblico. Tutto chiaro. Peccato per la solita liturgia nazionale: manca quel dettaglio volgare e faticosissimo chiamato attuazione.

Quei soldi servono nelle case vere

Il Fondo sociale per il clima nasce dentro il pacchetto europeo collegato all’ETS2, il nuovo sistema di scambio delle quote di emissione che riguarda anche edifici, trasporto stradale e piccole attività: carburanti e combustibili fossili avranno un costo climatico più esplicito, e una parte di quel meccanismo dovrebbe sostenere chi rischia di pagare il prezzo più alto della transizione.

La Commissione europea aveva indicato una scadenza precisa: ogni Paese avrebbe dovuto trasmettere il proprio Piano nazionale entro il 30 giugno 2025, con le misure previste tra il 2026 e il 2032. L’Italia, nella pagina europea dedicata ai Piani sociali nazionali per il clima, riesce nell’impresa di farsi notare per sottrazione: altri Paesi hanno uno stato di avanzamento, noi una casella che mostra il talento del “non pervenuto”.

L’ETS2 mette un prezzo alle emissioni, il Fondo dovrebbe evitare che quel prezzo finisca sulle spalle di famiglie vulnerabili, microimprese e persone che dipendono dall’auto o da trasporti complicati per lavorare, curarsi, studiare. La presentazione tecnica pubblicata dal GSE parla di famiglie vulnerabili, microimprese vulnerabili e utenti vulnerabili dei trasporti, con un’assegnazione per l’Italia da 7 miliardi di euro e un cofinanziamento nazionale minimo del 25%. Da qui la cifra complessiva oltre i 9 miliardi.

La cornice europea indica interventi pratici: ristrutturazione degli edifici, riscaldamento e raffrescamento puliti, energia rinnovabile, stoccaggio, mobilità a basse emissioni, accesso migliore ai trasporti e assistenza tecnica. Ergo: cappotti termici dove oggi si gela d’inverno e si cuoce d’estate, pompe di calore, fotovoltaico per chi ha redditi bassi, case popolari meno energivore, trasporti decenti dove spostarsi costa troppo.

Nel materiale in consultazione compariva anche il reddito energetico per installare fotovoltaico e pompa di calore a uso domestico, con riferimento a nuclei con ISEE sotto i 15 mila euro, oppure sotto i 30 mila per famiglie con almeno quattro figli a carico. Misure capaci di cambiare bolletta e qualità della vita. Sempre che il Piano esca dal limbo. Nota dolente, lo capisco, ma abbastanza centrale.

Il silenzio dopo la consultazione

Le organizzazioni coinvolte nella fase iniziale di consultazione parlano di “ritardi inaccettabili”, chiedono trasparenza, tempi certi e un nuovo confronto pubblico. Secondo la nota diffusa da WWF Italia, da dodici mesi la società civile resta senza aggiornamenti sulla bozza. Le ultime indiscrezioni parlano di un confronto informale tra Ministero dell’Ambiente e Commissione europea chiuso a fine marzo, in attesa della firma politica. Il famoso “ci siamo quasi” che nel nostro apparato pubblico vive più a lungo di alcune legislature.

Secondo le organizzazioni, il Piano avrebbe dovuto essere operativo dall’inizio del 2026, mentre oltre 9 miliardi destinati a famiglie, imprese e mobilità fragili vengono trattati come una pratica da tenere in qualche cartellina ministeriale con sopra scritto “un attimo e sono subito da lei”.

A rendere più ruvida la vicenda c’è anche un dettaglio politico. Il Governo italiano, negli ultimi mesi, ha sostenuto la necessità di rivedere il sistema ETS, presentandolo come un nodo di competitività per imprese e bollette. Il dibattito europeo sul prezzo della CO2 esiste, certo. Però il Fondo sociale per il clima nasce proprio per accompagnare chi rischia di restare schiacciato tra costi energetici e case inefficienti. Il paracadute era previsto. Tenerlo chiuso nello zaino mentre si discute della caduta libera richiede una certa fantasia amministrativa.

Le associazioni temono anche un uso improprio delle risorse. Quei soldi dovrebbero essere aggiuntivi, coerenti con gli obiettivi del Fondo, secondo un principio di addizionalità che impedisce di usarli come toppa per la spesa ordinaria. La paura è che il Fondo venga piegato ad amministrazione corrente, perdendo la sua funzione principale: rendere la transizione più giusta per chi ha meno margini economici. Perché la transizione ecologica raccontata come grande orizzonte verde funziona benissimo nei convegni. Se il conto arriva sempre allo stesso indirizzo, il problema è il postino.

Il clima presenta già il conto

Il ritardo pesa ancora di più perché il clima ha smesso da tempo di essere una proiezione lontana. L’Agenzia europea dell’ambiente stima che tra il 1980 e il 2024 gli eventi meteo-climatici estremi abbiano causato 822 miliardi di euro di perdite economiche nell’Unione europea, con oltre 208 miliardi concentrati solo tra 2021 e 2024. In Italia, elaborazioni diffuse nel 2026 da Italy for Climate indicano circa 145 miliardi di euro di danni tra 1980 e 2024.

E il 2025 ha aggiunto un altro pezzo. Uno studio coordinato dall’Università di Mannheim ha stimato per l’Italia 11,9 miliardi di euro di perdite economiche nel 2025 legate a caldo, siccità e alluvioni, con un impatto che potrebbe salire a 34,2 miliardi entro il 2029. Dentro ci sono raccolti persi, cantieri rallentati, ospedali sotto pressione, città invivibili, famiglie strette tra comfort minimo e bollette minacciose.

Il Piano sociale per il clima avrebbe senso proprio in questa frizione: aiutare una famiglia a consumare meno energia, rendere meno energivora una casa popolare, sostenere una microimpresa, finanziare trasporti migliori dove oggi l’auto privata resta una tassa quotidiana. La transizione ecologica diventa ingiusta quando chiede alle persone fragili di pagare in anticipo benefici che arriveranno dopo, magari in una casa umida d’inverno e rovente d’estate.

Il Piano ha bisogno di trasparenza: chi riceverà aiuti? Quali territori verranno raggiunti? Quali edifici verranno riqualificati? Quale idea di mobilità entrerà nelle zone meno servite? Lasciarlo scivolare dentro stanze chiuse significa trattare come pratica tecnica una scelta che entrerà nelle cucine, nei condomini, nei tragitti dei pendolari, nei bilanci di chi ha già pochi centimetri di manovra.

Il caldo, intanto, se ne frega della firma politica: entra dalle tapparelle abbassate, gonfia le bollette, svuota le strade nelle ore peggiori, mette in difficoltà chi lavora all’aperto e chi vive in appartamenti costruiti per un clima che assomiglia sempre meno a quello di oggi.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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