Negli anni ’50 sembrava il futuro: oggi la plastica è ovunque, anche dove non vorremmo



Un tappo sul lavello, il flacone del detersivo, la vaschetta dimenticata in frigorifero, la spugna sintetica accanto ai piatti, il telecomando sul divano. La plastica ha questa capacità un po’ inquietante: sembra vecchissima perché sta ovunque. Ha l’aria di una cosa nata insieme alle nostre cucine componibili, ai bagni pieni di bottiglie colorate, ai cassetti dove finiscono mollette, sacchetti, custodie, penne, caricabatterie e oggetti senza più una funzione precisa. Eppure, nella storia industriale italiana, è una presenza piuttosto giovane. Una arrivata tardi, cresciuta in fretta, entrata nelle case con il passo sicuro delle cose comode.

La ricostruzione statistica sull’evoluzione del sistema economico italiano pubblicata da ISTAT fotografa bene questo cambio di paesaggio. All’Unità d’Italia l’agricoltura generava circa metà del valore aggiunto del Paese, mentre oggi il settore primario pesa poco più del 2%. I servizi, al contrario, sono passati da circa il 30% a oltre il 70% del valore aggiunto. L’industria italiana, partita in ritardo rispetto ad altre grandi economie europee, ha raggiunto il 30% solo nel secondo dopoguerra, restando su quel livello fino agli anni Ottanta. Dentro quella trasformazione si è infilata anche la materia che avrebbe cambiato il modo di produrre, comprare, conservare e buttare.

La fabbrica entra in cucina

Nel confronto tra 1927 e 2024, il cambiamento delle imprese italiane ha proporzioni enormi. Nel perimetro di attività comparabili con quelle attuali, nel 1927 operavano circa 1,5 milioni di imprese con 5,4 milioni di addetti; nel 2024 le imprese sono 2,5 milioni e gli addetti 12,9 milioni. Anche la manifattura ha cambiato pelle: nel 1927 pesava più di un terzo delle imprese e metà degli addetti, mentre nel 2024 scende rispettivamente al 14% e al 30%, con una dimensione media raddoppiata, da 5,5 a 11 addetti.

Il dettaglio interno alla manifattura racconta ancora meglio la svolta. Il tessile-abbigliamento, che nel 1927 occupava 1,1 milioni di addetti, circa il 40% del totale manifatturiero, oggi è sceso a 300mila, sotto l’8%. Le industrie meccaniche, includendo prodotti in metallo ed elettronica, sono più che triplicate fino a oltre 1,6 milioni di occupati. Poi arriva il blocco della chimica, compresa farmaceutica e materie plastiche: quasi quadruplicato, fino a 380mila addetti. La parte delle materie plastiche, precisa la ricostruzione, nasce solo negli anni Cinquanta.

Qui la storia economica smette di sembrare un grafico e diventa arredamento domestico. Gli anni Cinquanta e Sessanta portano nelle case italiane una nuova idea di modernità: superfici lavabili, contenitori leggeri, oggetti economici, colori accesi, prodotti usa e getta, imballaggi più pratici, detersivi più aggressivi, elettrodomestici, automobili, tubi, pellicole, giocattoli. La industria chimica e plastica cresce insieme alla promessa di una vita più semplice. Meno peso, meno rotture, meno manutenzione, più igiene, più velocità. La plastica vince perché risolve problemi veri, anche piccoli. Protegge il cibo, alleggerisce i trasporti, rende accessibili oggetti prima più costosi. Poi, come spesso accade con le rivoluzioni domestiche, il miracolo entra così bene nella routine da sparire alla vista.

La comodità aveva una coda lunga

La parte complicata arriva dopo l’uso. Una bottiglia può servire per pochi minuti, una vaschetta per il tragitto dal supermercato a casa, una bustina per il tempo di aprire una confezione. Il materiale, invece, resta. La crescita dell’industria chimica e plastica ha prodotto occupazione, innovazione e benessere materiale, però ha anche spostato sulle generazioni successive una parte del costo ambientale. Il ciclo della plastica ha continuato a correre più veloce dei sistemi pensati per raccoglierla, selezionarla e riciclarla.

A livello globale, secondo l’OCSE, la produzione annua di plastica è raddoppiata tra il 2000 e il 2019, passando da 234 a 460 milioni di tonnellate. Nello stesso periodo i rifiuti plastici sono saliti da 156 a 353 milioni di tonnellate. Dopo le perdite del processo di riciclo, solo il 9% dei rifiuti plastici è stato effettivamente riciclato, mentre il 19% è stato incenerito, quasi il 50% è finito in discarica controllata e il restante 22% è stato gestito in discariche fuori controllo, bruciato all’aperto o disperso nell’ambiente.

Dentro quei numeri c’è la distanza tra il gesto quotidiano e la scala del problema. La raccolta differenziata dà spesso una sensazione di ordine, quasi di assoluzione. Il sacco giallo, il bidone della plastica, l’etichetta tolta con pazienza, il barattolo schiacciato. Tutto utile, tutto necessario. Poi arriva la materia vera: polimeri diversi, additivi, colori, residui di cibo, multistrato, plastiche difficili da separare, mercati del riciclato fragili, qualità variabile dei materiali recuperati. La circolarità funziona quando viene progettata prima, dentro il prodotto, e sostenuta dopo, dentro una filiera capace di reggere volumi enormi.

Anche l’Italia mostra questa doppia faccia. Nel 2024 la produzione nazionale di rifiuti urbani ha superato di poco 29,9 milioni di tonnellate, con un aumento del 2,3% rispetto al 2023. La raccolta differenziata nazionale è salita al 67,7% e il riciclaggio dei rifiuti urbani si è attestato al 52,3%. Sugli imballaggi la plastica ha superato per la prima volta l’obiettivo europeo del 50%, arrivando al 51,1%, secondo i dati diffusi da ISPRA. È un passo avanti concreto, con tutta la fatica industriale e organizzativa che porta con sé. Resta, però, un passo dentro una montagna.

Il conto rimasto sul tavolo

La plastica ha reso più leggera una parte della vita materiale, poi ha appesantito il pianeta in modi meno visibili. L’OCSE segnala che nel 2019 circa 22 milioni di tonnellate di materiali plastici sono finite nell’ambiente e che le microplastiche, sotto i 5 millimetri, derivano anche dall’abrasione degli pneumatici, dall’usura dei freni e dal lavaggio dei tessuti sintetici. Lo stesso rapporto attribuisce al ciclo di vita della plastica il 3,4% delle emissioni globali di gas serra, pari a 1,8 miliardi di tonnellate nel 2019, con il 90% legato alla produzione e conversione da combustibili fossili.

La questione, quindi, supera il sacchetto lasciato sulla spiaggia. Riguarda il modo in cui progettiamo gli oggetti, la durata reale dei prodotti, la dipendenza da materie prime fossili, la qualità del riciclo, la scelta tra riuso e monouso, la facilità con cui un materiale nato per durare viene usato per cose destinate a sparire subito. Il programma ambiente delle Nazioni Unite, UNEP, ricorda che la plastica ha molti impieghi utili nella vita quotidiana, però gli attuali livelli di produzione e consumo minacciano salute e ambiente; con uno scenario senza cambiamenti, i rifiuti plastici potrebbero quasi triplicare entro il 2060.

Guardare agli anni Cinquanta serve a rimettere le proporzioni al loro posto. La plastica ha poco più di settant’anni come grande industria di massa, un’età minuscola rispetto alla sua presenza nelle nostre vite. In una manciata di decenni ha attraversato fabbriche, supermercati, ospedali, scuole, automobili, armadi, mari. Ha portato lavoro e comodità, ha accompagnato la crescita dei consumi e ha reso normali oggetti che prima sarebbero sembrati piccoli lussi. Ha anche insegnato una cosa abbastanza ruvida: una rivoluzione materiale può sembrare pulita quando arriva in casa e mostrare il suo lato più sporco molto più lontano, dove lo sguardo quotidiano arriva male. La plastica sembrava nata per alleggerire tutto. A guardarla oggi, ha imparato benissimo a restare.

Fonte: Istat

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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