Bubble tea: non solo zuccheri in eccesso, il nuovo studio rileva bisfenolo A (BPA) oltre i livelli di sicurezza


Non è solo una bevanda molto zuccherata: il bubble tea potrebbe esporre i consumatori anche a interferenti endocrini come BPA e ftalati, migrati dai materiali plastici a contatto con la bevanda. Lo evidenzia uno studio che accende i riflettori su un doppio rischio, nutrizionale e chimico

Il bubble tea, la bevanda colorata e altamente “instagrammabile” nata a Taiwan e ormai diffusa in tutto il mondo, continua a conquistare soprattutto i consumatori più giovani, ed è diventata in pochi anni un vero fenomeno globale tra social, catene specializzate e nuove varianti sempre più creative.

Tuttavia, dietro l’aspetto giocoso delle perle di tapioca, delle versioni al latte e delle infinite combinazioni di tè, aromi e sciroppi, si cela un profilo nutrizionale e chimico che sta attirando crescente attenzione da parte della comunità scientifica.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Food Control ha analizzato cinque diverse marche di bubble tea commercializzate in Malesia, con l’obiettivo di valutare in modo integrato non solo il contenuto di zuccheri e calorie, ma anche la presenza di sostanze chimiche potenzialmente pericolose, come interferenti endocrini, che possono migrare nei liquidi a partire dai materiali utilizzati per la preparazione, il servizio e il confezionamento delle bevande.

Vediamo cosa hanno scoperto gli scienziati.

Cosa contiene il bubble tea

Il primo dato che emerge dallo studio conferma un problema già noto: il bubble tea è una bevanda molto zuccherata. Le analisi condotte attraverso l’impiego della cromatografia liquida ad alta prestazione (HPLC-RID) e della calorimetria a bomba hanno rivelato che una singola porzione standard di bubble tea (circa 450 ml) contiene una concentrazione di zuccheri compresa tra 43,15 e 57,99 grammi, per un apporto energetico totale di 308–317 kcal.

Questi dati indicano che una sola bevanda può arrivare a coprire dal 200% al 500% del limite giornaliero di zuccheri liberi raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Lo studio evidenzia inoltre che tale profilo nutrizionale è dominato dall’uso di sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio (HFCS-55), la cui assunzione regolare è scientificamente associata a gravi rischi sistemici come l’insulino-resistenza, la steatosi epatica non alcolica (NAFLD) e potenziali correlazioni con il cancro del colon-retto a causa dei rapidi picchi glicemici postprandiali che genera.

Un consumo frequente, ricordano gli autori, può contribuire anche a un aumento del rischio di sovrappeso, obesità, diabete di tipo 2 e altre patologie metaboliche.

L’aspetto più critico e originale emerso dalle analisi non riguarda però tanto gli ingredienti della bevanda, quanto la possibile migrazione di interferenti endocrini dai materiali di confezionamento. La ricerca chiarisce che sostanze come il bisfenolo A (BPA) e lo ftalato DEHP non sono presenti negli ingredienti del bubble tea, come le perle di tapioca — analizzate soprattutto per il loro contenuto calorico e di carboidrati — ma possono provenire dalle plastiche utilizzate durante la preparazione, il servizio o il confezionamento della bevanda.

Queste sostanze non sono stabilmente legate alla plastica e possono quindi migrare nel liquido, un fenomeno che aumenta con il calore, soprattutto tra i 40°C e i 100°C. A favorire il processo contribuisce anche la composizione del bubble tea: la presenza di latte e grassi può facilitare il passaggio di BPA e DEHP dalla plastica alla bevanda, perché questi composti tendono a “legarsi” più facilmente alle componenti lipidiche.

I risultati di laboratorio presentano un quadro duale: se da un lato i livelli di DEHP sono risultati entro i limiti di sicurezza europei, dall’altro il BPA libero ha superato in modo sistematico e drastico le soglie di tolleranza aggiornate dall’EFSA in tutti i marchi analizzati. Lo studio ha rilevato un intervallo di migrazione totale di questi interferenti compreso tra 58,38 e 98,31 μg, segnalando che l’esposizione cronica a queste microdosi può interferire con i recettori ormonali e la salute riproduttiva, rappresentando un rischio concreto per i consumatori abituali.

Le analisi di laboratorio hanno rivelato poi che BPA e DEHP “viaggiano insieme”: dove i ricercatori hanno trovato alte concentrazioni di una sostanza, quasi sempre hanno trovato anche l’altra, il che suggerisce che queste sostanze chimiche non siano finite nella bevanda separatamente, ma che provengano tutte dallo stesso materiale plastico — come i bicchieri, i coperchi o i contenitori — utilizzato in una o più fasi della produzione e del servizio.

Non esiste invece alcuna correlazione tra contenuto di zuccheri e presenza di interferenti endocrini. Si tratta quindi di due criticità separate: da un lato l’eccesso nutrizionale, dall’altro la contaminazione chimica legata ai materiali.

E in Italia?

Lo studio è stato condotto su campioni acquistati in Malesia, quindi non permette di trarre conclusioni dirette sui prodotti venduti in Italia o in Europa. Tuttavia, il fenomeno del bubble tea è ormai diffuso anche nel nostro Paese, con un numero crescente di locali nelle principali città. Per questo i risultati della ricerca aprono una riflessione più ampia.

Gli autori stessi sottolineano la necessità di approfondire non solo il contenuto di zuccheri, ma anche la possibile migrazione di sostanze chimiche dai materiali a contatto con gli alimenti.

In questo senso, sarebbe utile avviare anche in Europa e in Italia indagini analoghe per valutare la sicurezza complessiva di una bevanda che, tra moda e consumo di massa, è ormai entrata stabilmente nelle abitudini alimentari dei più giovani.

Fonte: Food Control

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 Francesca Biagioli

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