La scena è semplice, quasi banale. Uno scaffale pieno, pochi secondi per scegliere, l’occhio che corre verso ciò che appare pulito, leggero, moderno. In quel lampo si decide parecchio. Si decide per la salute, si decide per il portafoglio, si decide anche per il pianeta. Solo che l’impatto ambientale del cibo raramente si lascia leggere dalla faccia che fa una confezione.
Uno studio nuovo racconta proprio questo scarto. Chi compra tende a giudicare in fretta e con criteri visibili. Il risultato produce un equivoco molto comune: i cibi processati sembrano più pesanti del dovuto, mentre il manzo e diversi prodotti ad alto consumo d’acqua passano con una severità molto più morbida di quella che meriterebbero. Così le intenzioni buone prendono una strada storta, con tutta la dignità delle intenzioni buone che finiscono nel reparto sbagliato.
Al supermercato decidiamo con gli occhi
Dentro un compito di spesa simulata, i cibi più comuni finivano raggruppati secondo schemi molto precisi. Daniel Fletcher, dell’Università di Nottingham, ha analizzato proprio quei raggruppamenti e ha visto affiorare due criteri dominanti: origine animale e grado di lavorazione. Due scorciatoie perfette per chi ha un carrello in mano e cinque cose da fare prima di sera. Due scorciatoie che funzionano a metà.
Con questo meccanismo, carne e latticini finiscono dentro un’area percepita come genericamente dannosa. Fin qui, qualcosa di vero c’è. Il problema arriva subito dopo, quando lo stesso schema gonfia il peso ambientale di molti cibi pronti e di diversi prodotti da corsia, quelli che hanno già addosso una reputazione un po’ sospetta. Patatine, snack, piatti confezionati, tutto ciò che sa di industria e praticità viene guardato con più diffidenza. Intanto restano sfocate le differenze enormi che esistono dentro le singole categorie. E proprio lì si nasconde la parte che conta di più.
Il motivo è quasi imbarazzante da quanto è umano. In negozio si vede se un prodotto viene da un animale. Si intuisce se appare molto lavorato. Restano fuori campo il consumo di suolo, lo stress idrico, le emissioni lungo la filiera, l’inquinamento da nutrienti che finisce nei corsi d’acqua. Sono costi veri, solo che vivono dietro la confezione. Così le caratteristiche visibili prendono il comando e un cibo dall’aria ruvida, unta o artificiale sembra più colpevole di un altro che usa più risorse, consuma più acqua e lascia un’impronta più pesante.
Il dato interessante sta proprio qui: gli acquirenti non appaiono confusi o disinteressati. Appaiono normalissimi. Usano scorciatoie mentali rapide, quelle che servono ogni giorno per sopravvivere a una corsia del supermercato senza trasformare ogni acquisto in una tesi di laurea. Solo che queste scorciatoie, davanti all’impatto ambientale del cibo, inciampano spesso nei punti decisivi.
Lo si vede bene guardando alcuni alimenti specifici. Frutta secca mista, latte di mandorla, riso e tè risultano fra i prodotti valutati con maggiore indulgenza. Molti di questi alimenti portano con sé un forte consumo d’acqua ponderato sulla scarsità, cioè un peso più grave nelle zone dove l’acqua è già poca. Eppure questo elemento resta quasi invisibile nel giudizio comune. Un alimento con l’aspetto sano, essenziale, quasi virtuoso, può esercitare una pressione molto dura sulle risorse idriche locali. La confezione, naturalmente, non arrossisce.
Il manzo resta il gigante che molti rimpiccioliscono
Sul manzo il fraintendimento prende un’altra forma. Quasi tutti sanno che pesa più di altre carni. Il guaio sta nella distanza reale, che viene compressa. Nei risultati completi dello studio, il 79 per cento dei partecipanti ha collocato manzo e pollo nella stessa categoria. Un pareggio visivo, una semplificazione comoda, una distorsione enorme.
La zootecnia bovina richiede più mangime, più terra, più risorse, e produce emissioni aggiuntive attraverso la digestione degli animali. Alla fine il divario con il pollame diventa molto più ampio di quanto il pubblico immagini. Quando tutta la carne viene percepita come grosso modo equivalente, la scelta con l’effetto più forte, cioè ridurre il manzo, perde evidenza e si mescola ad altri piccoli aggiustamenti molto meno incisivi.
Qui lo studio offre una delle proposte più pratiche. Fletcher parla di etichette ambientali semplici, con un voto unico, magari su scala A-E, capaci di mettere sullo stesso piano prodotti molto diversi. L’idea è togliere fatica al confronto nel momento esatto della scelta. Fletcher lo dice in modo molto lineare: etichette che assegnano ai cibi un giudizio ambientale complessivo potrebbero rendere queste comparazioni più facili per i consumatori.
L’idea non arriva dal nulla. Una revisione più ampia di 56 esperimenti, con oltre 42 mila partecipanti, ha collegato le etichette ambientali a scelte alimentari più sostenibili. Il passaggio delicato riguarda la fiducia. Le persone devono credere a quel voto e devono capire che cosa racconta davvero.
Dietro quella lettera o quel colore c’è infatti una valutazione del ciclo di vita, la life cycle assessment, che segue il prodotto dalla produzione fino allo smaltimento. Per questo studio i ricercatori hanno usato un database con oltre 57 mila alimenti da supermercato. I punteggi mettevano insieme uso del suolo, emissioni di gas serra, stress idrico e inquinamento da nutrienti capace di danneggiare i corsi d’acqua. Un numero unico non può contenere il mondo intero. Riesce però a mostrare una parte del mondo che davanti allo scaffale resta nascosta.
Processato non significa assolto, sano o innocente
Qui serve una precisione, perché il rischio della confusione cambia soltanto faccia. Un cibo con impatto ambientale più basso non conquista automaticamente una patente di salubrità. Produzione industriale, frittura, imballaggi e trasformazione continuano ad avere un costo ecologico. Semplicemente, in molti casi, il peso dell’agricoltura resta ancora più grande.
Altri studi sugli Eco-Score hanno già osservato un effetto alone molto fastidioso: un buon punteggio ambientale può rendere un prodotto più sano o più desiderabile agli occhi dei consumatori, anche quando sano non è. E qui si apre una sfida nuova, quasi da funamboli. Servono informazioni capaci di aiutare senza trasformare uno snack a basso impatto in una specie di santino da dispensa.
Anche i limiti della ricerca meritano spazio. Lo studio ha osservato un gruppo specifico di acquirenti e un insieme limitato di alimenti familiari, non l’intera giungla del supermercato. Alcuni impatti, soprattutto quelli legati alle fasi successive all’uscita dal campo, restano più difficili da misurare e questo può ridurre il peso attribuito a certi prodotti. La lezione generale regge comunque bene. L’etichetta ambientale funziona come bussola, non come tavola della legge.
C’è un ultimo passaggio che vale parecchio. Quando i partecipanti vedevano i punteggi scientifici, la sorpresa modificava le intenzioni in modo utile. I prodotti giudicati peggiori del previsto spingevano chi già li comprava a pensare a un taglio. Quelli ritenuti meno pesanti del previsto apparivano più degni di entrare nel carrello con maggiore frequenza. Per testare questa dinamica i ricercatori hanno costruito anche un compito online interattivo, pensato per far esplorare alle persone le proprie convinzioni. Fletcher ha spiegato che l’obiettivo era offrire “un modo interattivo e visivo di indagare la comprensione dell’impatto ambientale del cibo”.
Il messaggio che resta addosso è chiaro. Le persone mostrano attenzione, però leggono il danno ambientale attraverso indizi troppo visibili e troppo rapidi. Alcuni aiutano. Altri tradiscono proprio sul più bello. Etichette migliori, una spiegazione più chiara dello stress idrico, confronti più netti fra alimenti simili e maggiore fiducia nei sistemi di valutazione potrebbero dare finalmente all’impatto ambientale del cibo una forma leggibile.
Lo studio è uscito sul Journal of Cleaner Production. Intanto, sotto le stesse luci fredde del supermercato, il manzo continua a sembrare una scelta fra le tante e il brick di latte di mandorla continua ad avere una faccia educata. Il problema comincia lì.
Fonte: Journal of Cleaner Production
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Ilaria Rosella Pagliaro
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