Strategia nazionale per la biodiversità, a che punto siamo?


L’adozione della Strategia nazionale al 2030 ha segnato un passaggio fondamentale nell’evoluzione delle politiche di conservazione nel nostro Paese. Ma il vero banco per l’ordinamento italiano sarà trasformare obiettivi quantitativi ambiziosi in risultati ecologici misurabili

di GIANLUCA CARRABS* e ANDREA FILIPPINI**

L’adozione della Strategia nazionale per la Biodiversità al 2030 (Snb 2030) ha segnato un passaggio fondamentale nell’evoluzione delle politiche di conservazione in Italia. Approvata nel 2022, la Strategia costituisce lo strumento attraverso cui il nostro Paese intende dare attuazione alla Strategia europea per la biodiversità al 2030, uno dei pilastri del Green deal europeo, nonché agli impegni assunti in sede internazionale con il Kunming-Montréal Global Biodiversity Framework. Più recentemente, il quadro normativo è stato ulteriormente rafforzato dall’entrata in vigore del Regolamento Ue 2024/1991 sul ripristino della natura, che introduce obblighi giuridicamente vincolanti per il recupero degli ecosistemi degradati.

Il quadro normativo

Sul piano delle fonti, la tutela della biodiversità può oggi contare su un apparato normativo senza precedenti. Accanto alla legge quadro sulle aree protette (n. 394/1991, della cui riforma si discute da un pò), alle direttive 92/43/Cee “Habitat” e 2009/147/Ce “Uccelli”, assume particolare rilievo la riforma costituzionale del 2022 che ha modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione, riconoscendo espressamente la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali dell’ordinamento.

Obiettivo “30×30”

La Snb 2030 si inserisce in questo contesto e ne rappresenta il principale strumento di pianificazione strategica. Tra gli obiettivi più significativi vi è il raggiungimento del target europeo del cosiddetto “30×30”, che impone agli Stati membri di garantire entro il 2030 la protezione efficace di almeno il 30% delle superfici terrestri e del 30% delle superfici marine. A ciò si aggiunge l’obiettivo di sottoporre a tutela rigorosa almeno un terzo delle aree protette, corrispondente ad almeno il 10% del territorio e del mare nazionale. Non si tratta di meri obiettivi quantitativi: la Strategia richiede che le aree protette siano effettivamente gestite, monitorate e in grado di produrre risultati misurabili in termini di conservazione e ripristino degli ecosistemi.

Lo stato di attuazione della Strategia

Se si osserva lo stato di attuazione della Strategia, tuttavia, emerge un quadro più problematico. Secondo i più recenti dati dell’Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale (Ispra), le aree terrestri protette coprono circa il 21,7% del territorio nazionale, mentre la superficie marina sottoposta a tutela si attesta intorno all’11,6% delle acque nazionali. Il divario rispetto agli obiettivi del 2030 appare dunque ancora significativo: circa 8 punti percentuali per il territorio terrestre e oltre 18 punti per l’ambiente marino.

Ancora più preoccupante è il dato relativo all’andamento temporale. Le superfici terrestri protette risultano sostanzialmente stabili da oltre un decennio, mentre quelle marine registrano incrementi modesti e insufficienti rispetto alla traiettoria necessaria per conseguire gli obiettivi europei.

La principale criticità riguarda proprio il mare. Sebbene l’Italia custodisca una quota rilevante della biodiversità del Mediterraneo e oltre 8.000 chilometri di coste, la protezione marina continua a rappresentare il punto debole delle politiche nazionali di conservazione. Le aree marine protette esistenti coprono una porzione limitata delle acque nazionali e solo una parte marginale può essere considerata soggetta a regimi di tutela rigorosa. In molti casi, infatti, la designazione formale dell’area non è accompagnata da misure sufficientemente efficaci di limitazione delle pressioni antropiche, dalla pesca intensiva al traffico marittimo, fino agli impatti derivanti dai cambiamenti climatici. Il rischio è quello dei cosiddetti “parchi di carta”: aree formalmente protette ma prive di una reale capacità di conservazione.

I casi del Conero e del Matese

Le difficoltà attuative emergono con particolare evidenza osservando alcune vicende recenti. Emblematico è il caso dell’Area marina protetta del Conero. Da anni la comunità scientifica evidenzia il valore ecologico di questo tratto di Adriatico, caratterizzato dalla presenza di habitat e specie di elevato interesse conservazionistico. Nonostante ciò, il progetto di istituzione dell’Amp non è mai giunto a compimento, ostacolato da resistenze politiche e da una persistente prevalenza di interessi economici di breve periodo.

La vicenda appare paradigmatica. Mentre la Strategia nazionale individua nell’espansione della protezione marina una priorità assoluta, uno dei progetti più significativi per l’intero mare Adriatico è rimasto sostanzialmente fermo, boicottato da quelle amministrazioni pubbliche che pure sarebbero tenute a realizzare la strategia.

Non meno significativa, seppure con esito differente, è la vicenda del Parco nazionale del Matese. La sua istituzione era stata prevista da una legge nel 2017, ma il completamento del procedimento è avvenuto soltanto nel 2025, dopo anni di ritardi, conflitti istituzionali e interventi del giudice amministrativo. Il caso dimostra come, anche in presenza di una chiara volontà legislativa, il passaggio dalla previsione normativa all’effettiva tutela possa richiedere tempi incompatibili con l’urgenza della crisi ecologica.

Dalla protezione programmata a quella effettiva

Questi esempi mettono in luce una criticità strutturale del sistema italiano di conservazione: il divario tra protezione programmata e protezione effettiva. Il problema non risiede tanto nell’assenza di norme o strategie, quanto nella difficoltà di tradurre gli obiettivi programmatori in decisioni amministrative tempestive e in misure concretamente operative. La credibilità della Snb 2030 si giocherà dunque nei prossimi anni sulla capacità delle istituzioni di colmare questo divario.

La tutela della biodiversità è ormai entrata stabilmente nel diritto costituzionale italiano e nel diritto europeo. La sfida odierna non consiste nell’elaborare nuove strategie, bensì nel dare piena attuazione a quelle esistenti. Se il 2030 rappresenta l’orizzonte temporale fissato dall’Unione Europea e dalla comunità internazionale, il vero banco di prova sarà la capacità del nostro ordinamento di trasformare obiettivi quantitativi ambiziosi in risultati ecologici misurabili. In caso contrario, il rischio è che il “30×30” rimanga una formula efficace sul piano comunicativo, ma incapace di incidere concretamente sullo stato di conservazione del patrimonio naturale nazionale.

*project manager, esperto di economica circolare e dell’ambiente
**avvocato amministrativista

Summary

Article Name

Biodiversità, Italia indietro sulla protezione di territorio terrestre e ambiente marino

Description

L’adozione della Strategia nazionale al 2030 ha segnato un passaggio fondamentale nell’evoluzione delle politiche di conservazione nel nostro Paese. Ma il vero banco per l’ordinamento italiano sarà trasformare obiettivi quantitativi ambiziosi in risultati ecologici misurabili

Author

Giovanni Carrabs, Andrea Filippini

Publisher Name

La Nuova Ecologia

Publisher Logo


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Redazione

Source link

Di