Nel primo semestre del 2026, la realizzazione tecnica e l’effettiva attivazione delle Comunità energetiche rinnovabili ha registrato una forte diminuzione e un rallentamento nei fatti, nonostante l’elevato numero di progetti teorici e contrattuali presentati per non perdere i fondi europei
I dati del monitoraggio ufficiale Cacer (Configurazioni di autoconsumo per la condivisione dell’energia rinnovabile), gestito dal Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, relativi ai primi sei mesi dell’anno confermano un netto rallentamento nelle nuove attivazioni di Comunità energetiche rinnovabili.
I motivi del rallentamento delle Comunità energetiche rinnovabili
Dati 2026 alla mano, infatti, si è registrata una frenata sia nel numero di nuove configurazioni sia nella potenza installata, con valori reali che sono tornati a toccare i minimi registrati a inizio 2024. I motivi di questa tendenza sono legati a dinamiche burocratiche e finanziarie precise.
Il drastico taglio dei fondi Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza)
All’inizio del 2026,il Mase ha ufficializzato una riduzione drastica della dotazione finanziaria per le Cer (da 2,2 miliardi a circa 795 milioni di euro) e questo ha scoraggiato molti investitori e congelato numerosi progetti sul nascere.
Lo spostamento dei requisiti (DL Pnrr 2026)
Il nuovo Decreto-legge Pnrr approvato a inizio anno ha modificato le regole del gioco. Per assicurarsi il contributo a fondo perduto del 40%, la legge non richiede più che l’impianto sia ultimato entro il 30 giugno 2026, bensì che sia firmato l’accordo di concessione.
Questo ha tolto la fretta immediata di costruire e allacciare i cantieri, spostando in avanti i tempi di reale messa in funzione (l’entrata in esercizio degli impianti deve avvenire entro il 31 dicembre 2027).
ll blocco burocratico della rendicontazione
Le Cer entrate nella fase operativa nei primi mesi del 2026 si sono scontrate con la complessa macchina dei controlli del Gse (Gestore dei servizi energetici), nominato di recente attuatore unico del programma.
La paura di perdere i fondi per un errore procedurale o di invio dati ha portato molti operatori a rallentare la chiusura dei lavori per non rischiare sanzioni.
La parola a Enea
Per indagare le ragioni di questo calo nelle adesioni verso le Cer e per capire quale potrebbe essere il futuro di questo strumento di democratizzazione dell’energia, abbiamo rivolto alcune domande a Stefano Pizzuti, ricercatore in Enea – l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile – da oltre 30 anni e attualmente a capo della divisione Strumenti e servizi per le infrastrutture critiche e le Cer.
Le Cer sono ancora un tassello fondamentale per raggiungere gli obiettivi della transizione energetica?
Certamente. Proprio in quest’ottica il 1° luglio 2026 è stato firmato un accordo interistituzionale tra Enea e Cnel – Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro – finalizzato al rafforzamento delle Cer come strumento della transizione energetica, con basi tecnico-scientifiche più solide e maggiore radicamento sociale ed economico.
Che cosa ha di innovativo questo accordo e perché viene siglato proprio oggi?
Le Cer stanno entrando in una fase nuova. Il tema non è più soltanto quanta energia condivisa si riesca a produrre o quanti incentivi pubblici si possano attivare.
Il punto oggi è capire se le Cer possano diventare una vera infrastruttura sociale dei territori, capace di tenere insieme decarbonizzazione, servizi, coesione e sviluppo locale.
L’accordo prova a costruire una cornice più solida attorno alle Cer. Enea porta competenze tecnico-scientifiche e strumenti di osservazione, il Cnel porta capacità di lettura socio-economica, confronto tra parti sociali e produzione di indirizzi utili al livello istituzionale.
I due enti insieme provano a fare una cosa che finora è mancata spesso nel dibattito sulle Cer: trattarle come un pezzo di politica industriale e territoriale, non solo come una misura energetica.
Tra i temi presi in esame nell’accordo c’è una maggiore attenzione verso la filiera del riciclo dei rifiuti Raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche). Che cosa è previsto esattamente, dal momento che i componenti fotovoltaici sono considerati ufficialmente rifiuti Raee in Italia già dal 12 aprile 2014 (in attuazione della direttiva 2012/19/Ue)?
La valorizzazione del riciclo dei Raee collegati alle Cer è una delle quattro direttrici dell’accordo perché si punta a facilitare la creazione di una sinergia tra le Cer e la filiera Raee.
Più precisamente, per esempio, si potrebbe creare un punto di intersezione per tutti gli impianti che stanno arrivando a fine vita (quelli del I e II Conto Energia…) sia dal punto di vista dell’incentivo che dell’impianto e che già adesso hanno il problema del revamping (che li porterebbe a una potenza superiore rispetto a 18-20 anni fa).
Questi impianti potrebbero entrare in configurazioni Cer ma bisogna ancora capirne con esattezza tempistiche e modalità. In sintesi, la filiera del riciclo dei Raee per il fotovoltaico esiste già da tempo, ma va ampliata e bisogna creare punti di contatto efficaci.
Come si immagina il futuro delle Cer dopo il 31 dicembre 2027? Pensa che potrebbero arrivare altre misure di sostegno?
Le Cer vanno guardate in una prospettiva più ampia. non solo economica. ma anche di sostenibilità. Le comunità energetiche del futuro non solo dovranno avere un modello di business nuovo (non più basato unicamente sugli incentivi pubblici), ma dovranno espandere il loro ambito di attività, per esempio attraverso la vendita dell’energia.
Anche se difficilmente saranno raggiunti i 5 GW di nuova capacità rinnovabile installata entro il 31 dicembre 2027, che è l’obiettivo nazionale, al momento non si può dire se ci saranno altre misure economiche a sostegno delle Cer, né una proroga nel termine, anche se quest’ultimo è improbabile.
Non perché non si riconosca l’importanza dello strumento, ma perché la trattativa con l’Europa è complessa e richiede molto tempo. Basta ricordare che il Decreto Cacer è stato negoziato per oltre 1 anno con Bruxelles, il punto critico era che il contributo a fondo perduto pari al 40% non andasse in conflitto con gli aiuti di Stato.
Con il Cnel si potrebbe cercare di capire quali possono essere quelle misure o modelli di business che possono essere validi dal 1° gennaio 2028.
Tutto ciò avverrà anche tramite la creazione di un tavolo tecnico in cui si discuterà di questi temi (anche se gli argomenti precisi non sono stati ancora formalizzati), con la possibilità di convocare esperti anche da fuori, come è stato nei 6 mesi che hanno preceduto la firma di questo accordo (con audizioni, per esempio, di Gse, Legacoop, Confcooperative e altri) nell’ambito del tavolo Tenval.
Il Cnel ha la possibilità di presentare dei disegni di legge in Parlamento; quindi, la finalità del tavolo tecnico è proprio quella di elaborare un disegno di legge sulle Cer che parte dalle tecnostrutture e non dalla politica.
Parte di questo calo nelle adesioni verso le Cer, oltre alla complessità degli adempimenti burocratici, è dato sicuramente dalla diffidenza che c’è verso lo strumento che forse è ancora poco compreso. Se ci fosse lo scorporo in bolletta degli incentivi maturati, come già avviene in altri Paesi europei per gli aderenti alle Cer, pensa che questo potrebbe essere di aiuto?
Probabilmente sì. Si tratta di un argomento dibattuto da tempo, però il paragone con gli altri Paesi europei non è direttamente trasferibile in Italia, perché hanno un sistema regolatorio dell’energia molto diverso dal nostro.
Uno degli obiettivi della Direzione Generale dell’Energia della Commissione Europa, infatti, è proprio quello di superare queste differenze e armonizzare il quadro, creando un framework unico, perché ci sono somiglianze, ma ogni Stato ha le sue peculiarità.
Si è avviato un percorso in tal senso, il sistema regolatorio italiano non è semplice ed è materia di competenza di Arera (Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) ed è veramente difficile fare una stima sui tempi.
Crediti immagine: Depositphotos
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Andrea Innocenti
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