Il futuro del nucleare italiano raccontato da nove uomini e una donna (tra battute su bellezza e cosce)



Nove uomini, una donna e il futuro energetico dell’Italia da decidere. Il tutto condito da una battuta sulla bellezza, una sulle cosce di Alba Parietti e parecchie certezze sul nucleare che, per fortuna, era già “sostenibile” nel titolo. Il nuovo reattore italiano non c’è: il sospetto di greenwashing, invece, è già operativo. È successo il 13 luglio 2026 a Napoli durante Da Fermi al futuro. Dialoghi sull’energia nucleare sostenibile, seconda tappa del ciclo di incontri promosso dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica insieme a Unioncamere.

Si doveva parlare di decarbonizzazione, sicurezza energetica e ritorno dell’atomo. Il futuro immaginato dal Governo appare ancora lontano; quello dei convegni istituzionali sembra invece saldamente ancorato al passato, in una stratificazione di passato dentro il passato che Inception, scansati veloce.

La donna dell’organizzazione? Prima di tutto “bellissima”

La prima scena è visibile nel video integrale del convegno. Intorno al minuto 34, una donna dell’organizzazione segnala al ministro Gilberto Pichetto Fratin che è arrivato il momento di concludere. Il ministro richiama l’attenzione sulla “signora bionda” che gli sta chiedendo di stringere e commenta:

Essendo bellissima non poteva fare la faccia brutta.

La sala ride. Del resto, persino chiedere a un ministro di rispettare i tempi sembra richiedere una preventiva valutazione estetica. Più tardi, intorno al minuto 76, Alessandro Cecchi Paone indica a Vincenzo Pepe, presidente nazionale di FareAmbiente, una sedia particolarmente alta e gli domanda:

Mica ti vuoi mettere lì come Alba Parietti? Ma per favore, non c’hai le cosce?

La battuta è rivolta a un uomo, ma per funzionare tira comunque in ballo il corpo di una donna. Seguono altre risate. Dal futuro di Fermi al varietà anni Novanta il passo, a quanto pare, è più breve di quello necessario per costruire un reattore.

Nove uomini e una sola donna

Le dieci persone con un ruolo nel programma effettivo erano otto relatori e due moderatori. L’unica donna era Gabriella De Maio, docente di Diritto dell’energia all’Università Federico II di Napoli. Gli altri partecipanti erano Gilberto Pichetto Fratin, Alessandro Cecchi Paone, Giovanni Guzzetta, Andrea Maria Felici, Giuseppe Calabrò, Massimo Debenedetti e Vincenzo Pepe. A moderare erano Vincenzo Di Vincenzo e Nando Santonastaso.

L’elenco compare anche nella comunicazione pubblicata dal Ministero dopo l’incontro. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi era stato annunciato, ma non figura tra gli intervenuti nella nota conclusiva. Non conosciamo i criteri usati per scegliere ospiti e moderatori. Sappiamo però che negli atenei napoletani lavorano Mariagabriella Pugliese, referente del gruppo di Fisica nucleare della Federico II, Annamaria Buonomano, docente ed esperta di sistemi energetici e decarbonizzazione, e Laura Vanoli, professoressa ordinaria di Fisica tecnica alla Parthenope. Non sappiamo se siano state contattate o fossero disponibili.

A mancare sul territorio, dunque, non erano i curriculum femminili. Il risultato resta un futuro energetico raccontato da nove uomini e una donna. La parità, evidentemente, arriverà insieme ai piccoli reattori modulari. La sproporzione riflette quella dell’intero settore. Secondo l’Agenzia per l’energia nucleare dell’OCSE, le donne rappresentano il 24,9% della forza lavoro nucleare e appena il 18,3% dei ruoli dirigenziali.

“Solo con il nucleare”, dice Pichetto

Il punto centrale del convegno, tuttavia, non erano le battute. Era il ritorno del nucleare in Italia. Secondo Pichetto, per rispondere all’aumento della domanda energetica e raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione occorre integrare il sistema italiano con l’atomo. Il titolo della nota ministeriale è ancora più categorico: “Solo con il nucleare risposta ad aumento domanda e decarbonizzazione”.

Il nucleare produce elettricità con basse emissioni di gas serra durante il ciclo di vita e può produrla in modo continuo e programmabile. Anche l’Agenzia internazionale dell’energia gli riconosce un possibile ruolo nei sistemi energetici decarbonizzati. La parola “solo”, però, appartiene più alla comunicazione politica che all’analisi energetica. La stessa Agenzia ricorda i problemi che accompagnano i nuovi impianti: costi iniziali molto elevati, difficoltà di finanziamento, ritardi e cantieri che superano i preventivi. Criticità particolarmente evidenti negli Stati Uniti e in Europa.

Nel sistema elettrico del futuro ci sono anche fonti rinnovabili, reti, accumuli, efficienza energetica e riduzione dei consumi evitabili. Proprio nei giorni scorsi uno studio del Politecnico di Milano ha evidenziato come un’Italia 100% rinnovabile non sia un’utopia, ma un’ipotesi già possibile entro il 2050. Presentare, quindi, il nucleare come risposta obbligata mette tutte queste opzioni dietro una parola: “solo”. Comoda, rapida e perfetta come paraocchi.

Il piano italiano punta soprattutto sui piccoli reattori modulari, gli SMR. Il disegno di legge, approvato dalla Camera nel giugno 2026 e ora all’esame del Senato, non autorizza nuove centrali: affida al Governo la costruzione del quadro normativo. Gli SMR promettono tempi e costi inferiori grazie alla produzione in serie, ma devono ancora dimostrare questi vantaggi su larga scala. Chiamarli già una risposta all’aumento della domanda significa presentare come pronta una tecnologia che ancora non lo è. Il reattore deve ancora arrivare; la campagna promozionale è già entrata in esercizio.

Le scorie italiane aspettano ancora un deposito

C’è poi il problema dei rifiuti radioattivi. Quelli nuovi sono ancora ipotetici; quelli vecchi, invece, esistono già e stanno ancora aspettando una sistemazione definitiva. L’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare ricorda che i rifiuti lasciati dalle precedenti attività nucleari italiane sono conservati nei rispettivi siti di produzione. A questi si aggiungono quelli generati ogni anno dalla ricerca, dalla medicina e dall’industria.

Il Deposito nazionale, atteso da anni, dovrebbe accogliere definitivamente i materiali a molto bassa e bassa attività. I rifiuti a media e alta attività vi rimarrebbero soltanto in modo temporaneo, in attesa di un futuro deposito geologico. Un futuro nel futuro, insomma. Le scorie del vecchio nucleare aspettano ancora un deposito. Quelle del vecchio cabaret, invece, trovano sempre un palco.

Il futuro è già sostenibile (almeno nel titolo)

Napoli è stata la seconda tappa di un tour nazionale costruito per accompagnare il ritorno dell’atomo nel dibattito pubblico. Anche nella prima tappa di Torino la presenza maschile era nettamente prevalente: nel programma risultavano quattro donne tra 22 persone. Il prossimo incontro è previsto a Roma il 22 luglio, secondo l’agenda di Unioncamere.

Il problema del convegno di Napoli va quindi oltre le due battute. Abbiamo un futuro energetico raccontato da nove uomini e una donna, una tecnologia ancora da costruire in Italia presentata come strada quasi obbligata e un deposito per le scorie che il Paese cerca da anni. La nuova centrale italiana non c’è, gli SMR italiani neppure e il Deposito nazionale ancora meno. La parola “sostenibile”, invece, è già pronta: è bastato stamparla sulla locandina.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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