come proteggere la filiera senza alimentare allarmismi


Il furto di fentanyl avvenuto all’Ospedale Israelitico di Roma ha riportato sotto i riflettori uno dei farmaci più delicati e indispensabili della medicina moderna. Ma quali sono i rischi reali legati alla sua sottrazione dai circuiti sanitari e quanto il racconto mediatico influenza la percezione pubblica di questa molecola?

Per distinguere tra allarme, evidenze scientifiche e bisogni di cura, ne parliamo a TrendSanità con Patrizia Romualdi, ordinario di Farmacologia all’Università di Bologna e membro del Gruppo di Lavoro “Dipendenze Patologiche” della Società Italiana di Farmacologia.

Il furto di fentanyl a Roma ha generato forte preoccupazione nell’opinione pubblica. Dal punto di vista farmacologico e sanitario, qual è oggi il rischio reale associato alla dispersione di questo farmaco al di fuori dei percorsi assistenziali autorizzati? Quali sono oggi i punti più critici della filiera, dalla farmacia ospedaliera al letto del paziente?

Patrizia Romualdi

«Certamente, la notizia ha lasciato sbigottito chi non aveva mai pensato che si potesse entrare in un ospedale e avvicinarsi all’armadio di farmaci come gli oppiacei che devono stare sottochiave e da lì sottratti. Dal punto di vista sanitario, il rischio della dispersione del fentanyl è rappresentato genericamente dall’utilizzo da parte di tossicodipendenti che lo acquistano per farne uso voluttuario. Inoltre, ed in maniera più pericolosa, è anche probabile che questi ultimi, ignari del reale dosaggio correntemente ottenuto nell’indefinito mercato di strada ed assunto in condizioni di tolleranza, vadano incontro alla classica “overdose” o sovradosaggio con conseguente e fatale depressione respiratoria.

Inoltre, ritengo che la filiera di distribuzione di questo farmaco, tanto importante per il dolore cronico severo di un malato oncologico, non dovrebbe avere punti deboli, dalla produzione al letto del paziente, attraverso tutte le fasi di stoccaggio, trasferimento e somministrazione. Controlli severi e continui, che in gran parte già sono presenti nella nostra realtà, dovrebbero garantirlo».

Il fentanyl è un farmaco indispensabile in anestesia, terapia intensiva e terapia del dolore. Quali sono oggi gli standard che dovrebbero garantire la sicurezza della sua conservazione, tracciabilità e somministrazione all’interno degli ospedali?

Il fentanyl è un farmaco essenziale per il trattamento del dolore severo e non deve essere stigmatizzato

«Il fentanyl è un farmaco importantissimo per un adeguato risultato in anestesia, in terapia intensiva e nella terapia del dolore cronico severo. Gli standard di sicurezza sono gli stessi in ogni ambito pubblico, ospedaliero, ambulatorio medico, farmacie territoriali e ospedaliere e il rispetto di norme severe da parte di tutti gli attori della filiera dovrebbe poter garantire che non accadano furti come questo».

Ogni volta che il fentanyl finisce al centro delle cronache emerge il rischio di associare questa molecola esclusivamente ad abuso e overdose. Come si può evitare che ciò penalizzi i pazienti che ne hanno bisogno per il controllo del dolore severo o oncologico?

«La prima cosa da fare sarebbe rispettare e tranquillizzare tutte le persone che ne hanno bisogno da un lato, ma che ne sono impaurite quando vedono le immagini o sentono le notizie delle conseguenze mortali di abuso e overdose di fentanyl. Occorre spiegare ai pazienti che i dosaggi da loro utilizzati, secondo professionali precise prescrizioni mediche, non produrranno mai quegli effetti fatali. Certamente, la mancanza del farmaco a causa di un furto penalizza anche i pazienti nel caso di insufficienza delle scorte ed è per questo che occorre monitorare ogni passaggio del farmaco dalla produzione al letto del paziente».

Il rischio del fentanyl nasce dalla sua dispersione fuori dai percorsi assistenziali, non dall’impiego clinico appropriato

Negli Stati Uniti il fentanyl illecito è stato uno dei protagonisti della crisi degli oppioidi. Quali differenze esistono tra il contesto statunitense e quello italiano e quali insegnamenti dovrebbero essere applicati per prevenire fenomeni analoghi?

«Esistono differenze enormi tra ciò che è accaduto negli Stati Uniti e il contesto italiano. Oltre Atlantico esistevano, quantomeno durante gli anni più bui della Opioid Crisis statunitense, controlli minimi per non dire inesistenti, nonché pubblicità predatoria ovunque, secondo meccanismi culturalmente consolidati di marketing selvaggio ed immorale, sia dal punto di vista sociale sia medico-scientifico. In questo quadro, medici e ditte compiacenti hanno inoltre moltiplicato l’uso di ossicodone, prima ancora del fentanyl anche tra persone come pazienti odontoiatrici, che sono diventati velocemente dipendenti dalle sostanze oppiacee assunte. Tutto ciò ha aumentato il mercato nero provocando la morte di centinaia di migliaia di persone in media tra i 25 e i 36 anni, certamente non malati cronici che avrebbero avuto un beneficio nell’uso di fentanyl.

L’esperienza degli Stati Uniti non è sovrapponibile al contesto italiano, caratterizzato da un sistema di controlli più rigoroso

Al contrario, in Italia questo non è accaduto per la rete di controllo a tutti i livelli del percorso di questo farmaco nei contesti assistenziali regolarmente autorizzati che lo ha protetto dalla dispersione fino ad oggi con l’evento di cui stiamo parlando. La conoscenza scientifica deve insegnarci ad applicare regole rigide, controlli continui che impediscono in Italia i disastri accaduti negli Stati Uniti, in Canada ed in alcune aree del nord Europa. Germania, Svizzera, Italia non hanno avuto problematiche così tragiche. Desidero aggiungere che il fentanyl di cui si parla in America non è il farmaco che viene somministrato a pazienti con dolore cronico ma, trattandosi di mercato “nero” è una miscela di molte sostanze aggiunte all’oppiaceo come la xilazina, la cocaina che aumentano il pericolo di morte per depressione respiratoria, oltre che trasformare la persona in uno zombie».

Guardando al futuro, ritiene che le strutture sanitarie italiane debbano rafforzare ulteriormente i sistemi di monitoraggio degli oppioidi ad alta potenza? E quali innovazioni, digitali, organizzative o formative, potrebbero contribuire a ridurre il rischio di furti, usi impropri o errori nella gestione di questi farmaci?

«Continuare a controllare, verificare, quantificare in ogni struttura sanitaria, in ogni filiera i passaggi tra persone, dipendenti anche con l’utilizzo di metodi innovativi, digitali, per ridurre al minimo eventi come questo. Per i furti sicuramente un sistema più sicuro, come cassaforti, per gli errori nella gestione dei farmaci una formazione medica più aggiornata e per gli usi impropri evidenziare il rischio di morte».

Negli ultimi anni il fentanyl è diventato nell’immaginario collettivo più un simbolo di paura che un farmaco. Quanto conta, dal punto di vista della salute pubblica, la narrazione che media, social network e cronaca costruiscono attorno a queste sostanze? E c’è il rischio che la percezione del pericolo finisca per influenzare anche le decisioni cliniche e l’accesso alle cure?

«Osservazione giusta: conta molto per la salute pubblica vedere o sentire tutto ciò che i social e i media ci mostrano. Immaginate una persona che usa il fentanyl a casa per un dolore cronico oncologico e vedendo le immagini spaventose va a controllare il nome scientifico e crede sia lo stesso farmaco!

Informazione corretta e appropriatezza prescrittiva sono strumenti chiave per prevenire abusi senza limitare l’accesso alle cure

La percezione del pericolo è altissima e potrebbe influenzare negativamente il malato che non accetta più il farmaco, a suo grande svantaggio negandosi l’accesso alla cura».

Se domani riuscissimo a rendere impossibile il furto di fentanyl dagli ospedali, avremmo davvero risolto il problema? Oppure le esperienze internazionali ci insegnano che il vero terreno di prevenzione è la cultura dell’uso appropriato degli oppioidi, dentro e fuori i contesti sanitari?

«Noi società dobbiamo fare di tutto per impedire i furti di farmaci come il fentanyl, anche se non risolveremmo il problema che, attraverso altre vie, potrebbe continuare a creare tossicodipendenti o morti. Come già detto prima, il terreno della prevenzione è la conoscenza scientifica, la cultura dell’appropriatezza prescrittiva dell’utilizzo degli oppiacei nei contesti sanitari».


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Silvia Pogliaghi

Source link

Di