Nell’attuale ecosistema digitale, la stabilità operativa delle imprese tecnologiche italiane non è più una semplice questione di manutenzione tecnica, ma un imperativo strategico che incide direttamente sulla competitività e sulla sopravvivenza del business. Di fronte alla crescente complessità delle infrastrutture ibride, a minacce cyber sempre più aggressive e a interruzioni improvvise dei servizi cloud, la capacità di ripartire rapidamente dopo un incidente rappresenta un fattore di differenziazione cruciale.
Gartner nel How Can CIOs Ensure Disaster Recovery Program Meets Business Objectives) evidenzia come la gestione del rischio e la resilienza aziendale siano diventate priorità strategiche per i vertici d’impresa. Un ripristino tardivo delle operazioni IT essenziali può infatti avere un impatto diretto sulla continuità del business e sul raggiungimento degli obiettivi aziendali. Redigere e mantenere aggiornato un Disaster Recovery Plan efficace non significa semplicemente soddisfare requisiti di conformità per superare un audit, bensì implementare un programma strategico e continuo che sappia garantire la protezione del patrimonio informativo e la rapida ripresa delle attività.
Questa guida si propone di fornire ai C-level gli strumenti metodologici e concettuali necessari per comprendere la reale prontezza operativa della propria organizzazione, partendo dalla definizione di parametri chiave come RTO e RPO fino alla strutturazione di simulazioni periodiche capaci di validare la strategia di ripristino.
Qual è la differenza tra business continuity e disaster recovery
Spesso si tende a sovrapporre i concetti di business continuity (continuità operativa) e disaster recovery (ripristino di emergenza), generando aree d’ombra nella pianificazione strategica.
Secondo Gartner (Tips to Bolster Your Disaster Recovery Program), comprendere e adottare una tassonomia condivisa è fondamentale per evitare disallineamenti organizzativi e tecnologici che possono tradursi in costi elevati.
La business continuity comprende l’insieme di strategie, processi e risorse finalizzati a garantire la prosecuzione delle attività aziendali anche in seguito a eventi critici, come disastri naturali, guasti tecnologici o problematiche che coinvolgono fornitori terzi. L’obiettivo è assicurare la capacità dell’organizzazione di continuare a operare e preservare le proprie funzioni essenziali nel loro complesso
Al contrario, il disaster recovery è una disciplina tecnica subordinata alla business continuity, incentrata esclusivamente sul ripristino dell’infrastruttura IT, dei sistemi e delle applicazioni. L’obiettivo primario di un Disaster Recovery Plan è ripristinare nel più breve tempo possibile le infrastrutture e i servizi tecnologici necessari a garantire la continuità dei processi aziendali.
Gartner descrive efficacemente questo concetto con la metafora del “ponte verso il nulla” (bridge to nowhere): ripristinare l’infrastruttura IT non basta se le attività aziendali non sono in grado di ripartire. Il vero valore di un piano di disaster recovery emerge solo quando le strategie di recupero tecnologico sono coordinate con le esigenze operative e gli obiettivi del business.
Infine, è importante non confondere il disaster recovery con l’High Availability. Quest’ultima è una caratteristica dell’architettura IT che garantisce la continuità dei servizi attraverso meccanismi di ridondanza in grado di compensare automaticamente singoli guasti hardware. Il disaster recovery, invece, entra in gioco quando si verificano eventi di maggiore portata, come l’indisponibilità di un intero data center o la corruzione diffusa dei dati, e richiede procedure specifiche per il ripristino dell’operatività..
Come si definisce l’RTO nei processi di business
Nel quadro di un Disaster Recovery Plan, la definizione delle tempistiche di ripristino rappresenta uno dei pilastri fondamentali per garantire la resilienza organizzativa. Il parametro chiave utilizzato a questo scopo è il Recovery Time Objective (RTO).
Secondo Gartner (Prove Your Disaster Recovery Readiness With Scenario-Based Evidence), l’RTO è definito come il tempo target stabilito per ripristinare un servizio aziendale a seguito di un’interruzione. Tuttavia, l’analisi evidenzia come un RTO dichiarato rimanga un obiettivo teorico privo di validità finché non viene supportato da prove concrete di recuperabilità. Per questo motivo, le organizzazioni più mature misurano costantemente il Recovery Time Actual (RTA), ovvero il tempo effettivamente registrato sul campo durante i test o le simulazioni, confrontandolo con l’RTO nominale per individuare eventuali discrepanze.
La definizione dell’RTO non può basarsi esclusivamente sulle capacità tecnologiche disponibili, ma deve riflettere le effettive esigenze operative e gli obiettivi di business dell’organizzazione. La crescente necessità di ridurre i tempi di ripristino trova conferma anche nelle analisi di Gartner: secondo un’indagine condotta nel 2025, il 71% delle organizzazioni indica per le applicazioni mission-critical un RTO inferiore alle quattro ore, a testimonianza di aspettative sempre più elevate in termini di resilienza e continuità operativ.
Quali sono i fattori economici che influenzano il calcolo dell’RTO
Determinare l’RTO di un sistema non significa soltanto stabilire un obiettivo tecnico di ripristino. Si tratta piuttosto di una scelta strategica che bilancia rischio, continuità operativa e costi del downtime. Di conseguenza, le priorità devono essere definite sulla base dell’importanza che i diversi sistemi rivestono per il funzionamento del business e per il raggiungimento degli obiettivi aziendali.
I principali fattori economici che influenzano questa valutazione includono:
- Il costo dell’inattività (Downtime Cost). Le interruzioni prolungate delle operazioni IT non incidono soltanto sulla continuità operativa, ma possono ostacolare il raggiungimento degli obiettivi strategici dell’azienda. Gli impatti si manifestano sotto forma di mancati ricavi, possibili sanzioni per violazioni normative e di conformità, oltre a danni reputazionali che possono compromettere la fiducia del mercato nel medio-lungo periodo..
- Il costo delle soluzioni di ripristino. Più l’RTO si avvicina allo zero, più i costi infrastrutturali e di gestione aumentano in modo esponenziale. Ottenere tempi di ripristino minimi richiede investimenti significativi in automazione, piattaforme di orchestrazione, architetture attive-standby e monitoraggio continuo. Al contrario, per i sistemi classificati come meno critici (Tier 3 e Tier 4), l’organizzazione può tollerare tempi di ripristino più lunghi, contenendo così i costi di implementazione e gestione.
- La gestione del rischio finanziario. Qualora i test sul campo rivelino che l’RTA effettivo supera l’RTO richiesto, questo divario rappresenta un rischio economico concreto. Invece di nascondere questo gap all’interno dei backlog tecnici dell’IT, le organizzazioni devono registrarlo formalmente nel registro dei rischi aziendali. Ciò consente ai vertici aziendali di prendere una decisione formale e trasparente: accettare il rischio di downtime, stanziare i budget necessari per finanziare soluzioni tecnologiche più rapide, oppure mitigare il problema modificando i processi operativi.
Che cosa si intende RPO e tutela dei dati
Insieme al tempo di ripristino, la salvaguardia dell’integrità delle informazioni rappresenta la seconda colonna portante di un Disaster Recovery Plan efficace. Il parametro di riferimento per governare questo aspetto è il Recovery Point Objective (RPO), che definisce la quantità massima di dati che un’azienda può permettersi di perdere a seguito di un incidente, espressa in termini temporali (ad esempio ore, minuti o giorni). In sostanza, l’RPO stabilisce l’anzianità massima tollerabile dei dati ripristinati rispetto al momento in cui si è verificata l’interruzione.
La definizione di questo parametro incide direttamente sulla tutela dei dati, specialmente di fronte a minacce sempre più diffuse come ransomware fenomeni di corruzione dei database. In questi scenari, il failover automatico verso l’infrastruttura di disaster recovery non sempre rappresenta la soluzione migliore. Quando la replica dei dati avviene in tempo reale, infatti, anche le informazioni compromesse o cifrate dal malware possono essere trasferite immediatamente all’ambiente di recovery, propagando il problema anziché contenerlo.
Per mitigare questi rischi e assicurare una reale tutela dei dati, le organizzazioni dovrebbero adottare strategie di protezione stratificata, come la regola del 4-3-2-1 per i backup:
- Mantenere almeno 4 copie dei dati aziendali.
- Utilizzare 3 supporti di memorizzazione differenti.
- Conservare le copie in almeno 2 posizioni off-site distinte.
- Assicurare che almeno 1 copia sia air-gapped (ovvero fisicamente isolata dalla rete aziendale) o immutabile, impedendone la cancellazione o la modifica non autorizzata.
Durante le attività di verifica, l’efficacia delle politiche di protezione viene misurata tramite il Recovery Point Actual (RPA), ovvero la reale perdita di dati riscontrata durante i test sul campo, da confrontare costantemente con l’RPO nominale per identificare eventuali scostamenti.
Come determinare la frequenza dei backup in base all’RPO
La frequenza con cui vengono eseguite le operazioni di salvataggio dei dati (backup o repliche) è direttamente subordinata all’RPO assegnato a ciascuna applicazione o servizio. Di conseguenza, la pianificazione della frequenza richiede una categorizzazione dei sistemi aziendali in classi di criticità ben definite:
- Sistemi Core (Tier 0 e Tier 1). Per le infrastrutture critiche e le applicazioni mission-critical (come i gateway di pagamento o i database transazionali), l’RPO è spesso prossimo allo zero. In questi casi, è necessario adottare tecnologie di replica continua, sincrona o asincrona, capaci di registrare e trasferire le transazioni quasi in tempo reale, minimizzando il rischio di perdita dei dati..
- Applicazioni di business (Tier 2). Per i sistemi che supportano processi rilevanti ma non mission-critical, un RPO di poche ore rappresenta spesso un compromesso adeguato tra requisiti di protezione dei dati e costi operativi. La frequenza dei backup viene quindi pianificata in base a questo obiettivo.
- Sistemi non critici (Tier 3 e Tier 4): Per le applicazioni a priorità inferiore o differibili nel tempo, l’RPO può estendersi a 24 ore o più, rendendo sufficiente un unico backup giornaliero o settimanale.
Oltre a definire la frequenza dei backup in base ai diversi obiettivi di RPO, è necessario tenere conto anche dei vincoli infrastrutturali, come la larghezza di banda disponibile e la latenza di rete. La scelta delle tecnologie di replica, infatti, deve confrontarsi con precisi limiti fisici: una replica sincrona, ad esempio, richiede generalmente una distanza contenuta tra il sito primario e quello di disaster recovery, in genere inferiore ai 100 chilometri, per evitare impatti significativi sulle prestazioni applicative.
Infine, definire sulla carta la frequenza dei backup non è sufficiente a garantire l’effettiva recuperabilità dei dati. È fondamentale verificare periodicamente che le copie di sicurezza siano realmente utilizzabili attraverso restore test o bubble test, che permettono di controllare la corretta integrità dei backup e l’avvio dei sistemi in un ambiente isolato. Queste attività consentono inoltre di misurare in modo realistico i tempi effettivi di ripristino e di valutare l’efficacia complessiva della strategia di recovery.
Quali sono le fasi per strutturare un piano di disaster recovery efficace
La creazione di un Disaster Recovery Plan di successo richiede il superamento della logica del “progetto una tantum” (spesso finalizzato a redigere un unico documento statico e monumentale) per adottare la struttura di un programma a ciclo continuo.
Un percorso di strutturazione efficace si sviluppa attraverso sei fasi operative fondamentali:
- Sviluppo del programma e governance: definizione delle policy esecutive, dei ruoli di coordinamento e delle matrici di responsabilità per garantire l’impegno costante della leadership aziendale.
- Requisiti di ripristino: definizione delle esigenze di business in termini di RTO e RPO, con l’obiettivo di allineare le strategie tecnologiche ai requisiti operativi dell’organizzazion.
- Mitigazione del rischio e strategie di ripristino: analisi dei rischi, sia geografici sia tecnologici, e progettazione delle architetture necessarie a ridurne l’impatto e garantire la continuità operativa.
- Sviluppo del piano: traduzione della strategia in documentazione operativa con un approccio modulare, evitando i manuali monolitici.
- Esercitazioni, formazione e consapevolezza: pianificazione di simulazioni periodiche, con scenari e livelli di complessità differenti, per preparare il personale alla gestione delle emergenze e valutarne la capacità di risposta.
- Manutenzione e gestione del programma: aggiornamento continuo della documentazione, dei piani e delle procedure di disaster recovery per garantirne l’allineamento all’evoluzione dell’infrastruttura IT, delle applicazioni e delle esigenze di business.
Per evitare che la documentazione si riveli poco utilizzabile proprio nel momento del bisogno, i moderni piani di disaster recovery dovrebbero essere strutturati in moduli distinti. Questo approccio consente di separare le indicazioni strategiche e di governance, destinate al management, dalle procedure operative necessarie all’esecuzione del ripristino, come le sequenze di riattivazione delle applicazioni e i runbook dettagliati utilizzati dai team IT.
Come la Business Impact Analysis aiuta a definire le priorità
La pietra angolare su cui poggia la prioritizzazione dei sistemi all’interno di un Disaster Recovery Plan è la Business Impact Analysis (BIA). Senza un’analisi d’impatto accurata, l’IT rischia di pianificare i ripristini basandosi su presupposti puramente tecnologici e non sulle priorità commerciali o operative dell’azienda.
Attraverso la BIA, le funzioni dell’organizzazione vengono mappate e classificate all’interno di una matrice di ripristino che suddivide l’intera infrastruttura in livelli di criticità (o Tier):
- Tier 0 (Critical Core). Rappresenta il nucleo infrastrutturale indispensabile. Comprende componenti di rete, sistemi di autenticazione, directory services, DNS, storage di base, piattaforme di backup e strumenti di CI/CD. Questo livello non contiene applicazioni di business dirette, ma costituisce la base abilitante che deve necessariamente essere attiva prima di poter avviare qualunque altro software.
- Tier 1 (Mission-Critical). Sistemi vitali per le operazioni di business immediate, il cui blocco causa danni finanziari o reputazionali non tollerabili nel brevissimo periodo.
- Tier 2 (Business-Critical). Applicazioni rilevanti per l’operatività quotidiana, ma dotate di una finestra di tolleranza al downtime leggermente più ampia.
- Tier 3 (Important) e Tier 4 (Deferrable). Servizi interni e processi secondari il cui ripristino può essere differito o gestito in una fase successiva senza impattare la sopravvivenza del business.
Qualora l’azienda non disponga di una BIA formalizzata – un processo che può richiedere diversi mesi di analisi – lo sviluppo del piano non deve subire arresti. È possibile ricorrere a soluzioni rapide temporanee, come la simulazione in modalità tabletop di un attacco ransomware o dell’outage di un fornitore SaaS critico. Attraverso questo esercizio, i responsabili di business sono chiamati a definire con chiarezza le priorità operative in caso di crisi. Le informazioni raccolte consentono all’IT di predisporre una matrice di ripristino coerente con le esigenze aziendali, che dovrà poi essere formalmente approvata dai vertici per garantire un allineamento condiviso tra business e tecnologia.
Quali sono le differenze tra siti di ripristino cold, warm e hot
La scelta dell’architettura di replica determina l’equilibrio operativo ed economico tra la rapidità di ripristino e l’investimento finanziario sostenuto dall’azienda. I modelli tradizionali si articolano su tre livelli principali, che trovano corrispondenza nei moderni pattern di disaster recovery basati su infrastrutture fisiche o in cloud:
- Siti Cold (o pattern “Pilot Light”). In questo modello, l’infrastruttura di disaster recovery viene mantenuta al livello minimo necessario per garantire la replica dei dati. Sebbene i database siano costantemente aggiornati, le componenti applicative non sono operative o richiedono configurazioni aggiuntive prima di entrare in funzione. In caso di interruzione, è quindi necessario attivare, configurare e dimensionare l’ambiente per gestire i carichi di produzione. Questo approccio consente di contenere i costi di esercizio, ma comporta tempi di ripristino più elevati.
- Siti Warm (o “Warm Standby”). In questo modello, l’ambiente di disaster recovery è già operativo, ma dispone di risorse computazionali limitate rispetto all’infrastruttura di produzione. In caso di attivazione del piano, sono necessari soltanto interventi minimi di riconfigurazione e potenziamento delle risorse per assorbire l’intero carico applicativo. Si tratta di una soluzione ampiamente adottata perché consente di raggiungere un buon equilibrio tra costi di gestione, rapidità di ripristino e livello di resilienza..
- Siti Hot (o “Multiregion Active/Active” o “Active/Standby”). In questa configurazione, il sito di disaster recovery rappresenta una replica completa e costantemente aggiornata dell’ambiente di produzione. Nelle architetture Active/Active, entrambi i siti elaborano contemporaneamente i carichi di lavoro, garantendo continuità operativa anche in caso di indisponibilità di uno dei due. Il traffico viene infatti reindirizzato automaticamente verso il sito funzionante, con un impatto minimo o nullo sugli utenti. Questo approccio assicura i più elevati livelli di resilienza e tempi di ripristino prossimi allo zero, a fronte di investimenti infrastrutturali e complessità gestionale significativamente superiori.
Perché il disaster recovery as a service ottimizza i costi delle imprese
Il mantenimento di un’infrastruttura secondaria dedicata dedicata al disaster recovery ha tradizionalmente rappresentato una delle componenti di costo più rilevanti, a causa degli investimenti necessari per l’acquisto e la manutenzione delle risorse tecnologiche, oltre che per la gestione operativa dell’ambiente di recovery. L’adozione di servizi di Disaster Recovery as a Service (DRaaS) consente di superare questo modello, trasformando parte degli investimenti infrastrutturali in costi operativi più flessibili e ottimizzando l’impiego delle risorse.
Invece di sostenere pesanti investimenti iniziali (CapEx), le organizzazioni possono convertire queste uscite in spese operative (OpEx) flessibili e prevedibili, pagando solo per le risorse effettivamente consumate. Gartner evidenzia come il DRaaS sia particolarmente adatto alle organizzazioni che dispongono di risorse operative limitate o non possiedono internamente tutte le competenze necessarie per gestire procedure di ripristino complesse. Molte piattaforme DRaaS integrano inoltre funzionalità avanzate di replica, orchestrazione e automazione, consentendo di semplificare la gestione del disaster recovery e di ridurre la necessità di investire in ulteriori strumenti software specializzati.
Questo modello as-a-service riduce drasticamente gli sprechi legati al mantenimento di ambienti di ripristino permanentemente attivi e sovradimensionati, permettendo di allocare le risorse computazionali in modo dinamico solo durante i test o in caso di reale emergenza. Affidarsi a un servizio DRaaS non significa esternalizzare la resilienza. Le tecnologie e l’operatività possono essere delegate a un provider, ma la responsabilità di definire obiettivi, priorità e livelli di rischio accettabili rimane dell’azienda. Governance, requisiti di business e approvazione del Disaster Recovery Plan continuano quindi a essere prerogative del management e dei livelli direzionali.
Come verificare l’efficacia del piano attraverso test e simulazioni periodiche
La semplice stesura di un Disaster Recovery Plan non garantisce la resilienza aziendale se non è accompagnata da un programma sistematico di verifica. Troppo spesso, le organizzazioni cadono nell’illusione della prontezza operativa limitandosi a condurre test di conformità formali, un fenomeno che espone l’azienda a gravi rischi e viene definito “teatralità del ripristino”. Per verificare l’efficacia reale del piano, le simulazioni devono evolvere verso verifiche basate su scenari di interruzione realistici e specifici, quali attacchi ransomware, outage regionali o la temporanea indisponibilità di fornitori SaaS critici.
Le sessioni di verifica non devono essere valutate con un giudizio di promozione o bocciatura. L’obiettivo primario deve essere la misurazione trasparente degli scostamenti tra i target teorici (RTO e RPO) e i risultati effettivamente registrati sul campo (RTA e RPA). Questo processo richiede un percorso di test graduale e strutturato. Si parte dalle esercitazioni tabletop, utili per chiarire ruoli, responsabilità e processi decisionali, per poi passare ai restore test in ambienti isolati e arrivare ai failover controllati. In questa fase vengono progressivamente coinvolte anche le componenti tecnologiche più critiche, come i sistemi di gestione delle identità e i servizi DNS, così da verificare in modo realistico l’effettiva capacità di ripristino dell’organizzazione.
L’adozione di piattaforme di Disaster Recovery Automation and Orchestration (DRAO) consente di eseguire test frequenti e ripetibili, riducendo al minimo l’impatto sugli ambienti di produzione. La raccolta sistematica di evidenze e metriche durante le esercitazioni permette al management di valutare in modo oggettivo l’efficacia delle strategie di recovery e di assumere decisioni basate su dati concreti.
Quando i test evidenziano carenze significative o tempi di ripristino superiori a quelli richiesti dal business, tali criticità non dovrebbero essere trattate come semplici problematiche tecniche, ma essere formalmente incluse nel registro dei rischi aziendali. In questo modo, la leadership può decidere consapevolmente se accettare il rischio, finanziare gli interventi necessari per mitigarlo o adottare misure organizzative e tecnologiche alternative.
La cybersecurity, o sicurezza informatica, è un campo in continua evoluzione che si occupa di proteggere sistemi, reti, dati e informazioni digitali da accessi non autorizzati, uso improprio, divulgazione e distruzione di informazioni. Si basa su una combinazione di tecnologie, processi e best practice per proteggere i sistemi informatici. La cybersecurity è più di un insieme di strumenti: è un ecosistema complesso che integra tecnologia, processi e responsabilità umana, rappresentando una vera e propria strategia complessiva, un equilibrio tra innovazione tecnologica e responsabilità umana.
Le minacce alla cybersecurity sono in continua evoluzione e diventano sempre più sofisticate. Tra le principali minacce troviamo gli attacchi digitali intenzionali che crescono significativamente in termini sia di diffusione sia di sofisticazione, con conseguenti difficoltà di individuazione e contrasto. Particolarmente rilevanti sono le APT (Advanced Persistent Threats), minacce tenaci che possono celarsi in una rete per diverso tempo prima di ottenere l’accesso e prelevare le informazioni desiderate. Altri attacchi comuni includono il ransomware, particolarmente pericoloso per le piccole realtà, che può causare non solo danni diretti legati alla perdita dei dati, ma anche ingenti danni di immagine e blocco totale dell’operatività per settimane o addirittura mesi.
Nella gestione della cybersecurity aziendale, due ruoli fondamentali sono il CIO (Chief Information Officer) e il CISO (Chief Information Security Officer). Il CIO ha visione e responsabilità più ampie, a 360 gradi, dalla infrastruttura ICT agli ambiti applicativi, dagli utenti ai fornitori ICT. Il CISO, invece, ha una responsabilità e specializzazione verticale sulla sicurezza informatica. Tra i principali compiti del CISO troviamo: definire e far rispettare la normativa di sicurezza dell’azienda, prevenire e individuare eventuali debolezze, reagire con prontezza a qualsiasi incidente di cybersicurezza, nonché formare l’organizzazione in materia di sicurezza informatica. La collaborazione efficace tra CIO e CISO è essenziale per rendere sicuro, affidabile e resiliente il sistema informativo aziendale.
Un CISO dovrebbe monitorare KPI specifici suddivisi in tre aree principali: inventario degli asset, gestione delle vulnerabilità e quantificazione del rischio informatico. È fondamentale legare le metriche di sicurezza a quelle di business, traducendo il linguaggio tecnico della sicurezza in termini comprensibili per il business. I CISO dovrebbero concentrarsi su metriche che parlino di costi e rischi in termini economici, focalizzandosi sui risultati per comunicare chiaramente come gli investimenti in sicurezza portino a riduzioni misurabili del rischio. Non si tratta di scegliere tra metriche operative e aziendali, ma di identificare metriche che colleghino i risultati operativi della sicurezza alla mission aziendale.
Per affrontare la carenza di competenze specialistiche in cybersecurity, le aziende possono adottare diverse strategie. Una soluzione è il ricorso al “temporary management” per i ruoli di CIO e CISO, portando valore aggiunto grazie all’esperienza maturata in diverse organizzazioni. Un’altra opzione è l’utilizzo di MSS (Managed Security Services) per la terziarizzazione della gestione operativa della sicurezza digitale, erogata da consulenti o aziende specializzate, e i CSaaS (CyberSecurity as a Service), erogati in cloud. Queste soluzioni sono particolarmente efficaci per le piccole e micro-organizzazioni dove mancano competenze interne specifiche. È importante anche investire nella formazione continua delle persone, trasformando la sicurezza da costo percepito a leva di resilienza.
Per chi vuole specializzarsi in cybersecurity, esistono numerosi corsi online sia gratuiti che a pagamento, adatti a diversi livelli di competenza: neofiti, profili intermedi e avanzati. Questi corsi sono raccomandati da esperti del settore e possono essere utili per studenti di informatica, imprenditori e professionisti della sicurezza che puntano a perfezionare le competenze e ad arricchire il proprio percorso di carriera. Oltre alla formazione, è importante considerare anche le certificazioni individuali con validità internazionale, come quelle relative al framework e-CF (European Competence Framework), che possono qualificare le competenze necessarie per ruoli come CIO e CISO, in continua evoluzione data la parallela evoluzione delle tecnologie informatiche e dei processi aziendali.
La cybersecurity è un campo in continua evoluzione, con nuove tecnologie e minacce emergenti che pongono sfide sempre maggiori. Tra le tendenze emergenti si nota una crescente attenzione verso un approccio di cybersecurity end-to-end che comprende protezione dei dati, gestione delle identità digitali, sicurezza infrastrutturale, DevSecOps e formazione continua delle persone. Si osserva anche un aumento dell’utilizzo di servizi gestiti come MSS (Managed Security Services) e CSaaS (CyberSecurity as a Service), particolarmente utili per le organizzazioni che non dispongono di competenze interne specifiche. La gestione delle vulnerabilità si è inoltre estesa oltre le tradizionali vulnerabilità software (CVE) per includere problemi di accesso e configurazioni errate, con particolare attenzione alle configurazioni errate del cloud, aspetto critico per molte organizzazioni nel loro percorso di migrazione alla nuvola.
Per sviluppare una strategia di sicurezza informatica efficace a livello aziendale, è fondamentale adottare un approccio integrato che unisca tecnologie, normative e valorizzazione delle persone. È essenziale la collaborazione efficace tra CIO e CISO, con una chiara definizione dei ruoli e delle responsabilità. La strategia dovrebbe includere la definizione e l’applicazione di normative di sicurezza, la prevenzione e individuazione di debolezze, la capacità di reagire prontamente agli incidenti e la formazione continua dell’organizzazione. È importante anche collegare le metriche di sicurezza a quelle di business, traducendo il linguaggio tecnico della sicurezza in termini comprensibili per il management aziendale. La cybersecurity dovrebbe essere vista non come un mero costo, ma come un investimento per garantire la resilienza dell’organizzazione di fronte alle minacce informatiche in continua evoluzione.
FAQ generate con l’AI, a cura della Redazione
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Mattia Lanzarone
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