Certe date, l’Italia se le porta stampate a fuoco nel cuore. Il 19 luglio 1992, una domenica come quella che oggi arriva, a 34 anni di distanza, è una di queste. Anche certi orari, che qualificano la data fin nel dettaglio più macabro, le 16:58, orario in cui in via Mariano D’Amelio a Palermo, una Fiat 126 imbottita di tritolo ha cancellato in un istante Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Cinquantasette giorni. Tanto era trascorso tra Capaci e Palermo, tra Giovanni Falcone e l’uomo che ne aveva raccolto l’eredità, morale prima, giudiziaria poi.
Non è stata solo una strage. È stata la dimostrazione concreta che in questo Paese, quando qualcuno arriva troppo vicino – alla verità, a certi gangli criminali, a certi meccanismi per i quali certe consorterie interagiscono con certe istituzioni – il tempo che gli resta si misura in settimane.
Quel pomeriggio non sono state cancellate solo delle vite. È finita un’illusione: quella che lo Stato, colpito a morte dopo Capaci, potesse proteggere chi lo serve davvero, fino in fondo e con una fedeltà assoluta. E la consapevolezza di Paolo Borsellino – che nelle ultime settimane lo aveva ripetuto spesso, a chi gli stava vicino, che lo sapeva bene di avere i giorni contati – è la fotografia lucida, stanca, tenace e coraggiosa fino all’eroismo, di chi aveva la consapevolezza del fiato sul collo, di chi si affrettava a mettere ordine nelle carte e a raccogliere tutte le prove per inchiodare i colpevoli (di cui certamente il giudice sapeva almeno in parte i nomi) del massacro avvenuto a Capaci di Giovanni Falcone della moglie Francesca Morvillo e dei poliziotti della scorta: Antonino Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.
Paolo Borsellino nelle ultime settimane di vita aveva lavorato a ritmi ancora maggiori del suo, già estremo, solito. Ritmi forsennati, disumani. Perché aveva fretta. Tanta. E chi ha fretta, di solito, ha visto qualcosa che altri vogliono resti nell’ombra.
La strage di via D’Amelio non è mai stata “cronaca nera”: è dal primo istante una ferita aperta nella coscienza collettiva del Paese, perché quello che è successo dopo l’esplosione è stato, se possibile, ancora più inquietante della strage stessa.
Le indagini prendono una strada che si rivelerà, anni dopo, un colossale e incredibile depistaggio. Vincenzo Scarantino, pentito inattendibile, viene indotto a costruire una versione dei fatti falsa, che manda in carcere sette persone innocenti, alcune delle quali sconteranno quasi vent’anni per un crimine che non hanno commesso. Non è una teoria, non è un sospetto da bar ma quanto acclarato dalle sentenze del processo Borsellino quater, che hanno riconosciuto un inquinamento delle indagini costruito con la complicità, o quantomeno la copertura, di apparati dello Stato che avrebbero dovuto cercare la verità e invece la seppellivano sotto un’altra “verità”. Comoda. Rapida. Sbagliata.
Per oltre quindici anni l’Italia ha creduto a una ricostruzione falsa. Chi l’ha voluta? E perché tanta fretta di chiudere il caso con la persona sbagliata in cella? Domande a cui non è mai stata data una risposta piena. E forse non l’avranno mai.
E poi, la borsa. Quella borsa di cuoio “sparita nel nulla” che Paolo Borsellino portava sempre con sé, e dentro la quale custodiva la sua preziosa agenda rossa, piena di appunti, di note di incontri, e probabilmente dei nomi e dei sospetti. Tutte informazioni cruciali che stava mettendo insieme nelle sue ultime settimane di vita.
Recuperata dalle macerie ancora fumanti, la borsa del magistrato passa di mano in mano prima di finire agli inquirenti. E quando viene aperta, l’agenda rossa non c’è più. Sparita in un lasso di tempo indefinito, in una scena di un crimine che avrebbe dovuto essere blindata più di una sala operatoria. Ma che non lo era, evidentemente. Nessuno l’ha mai ritrovata, l’agenda rossa di Paolo Borsellino. Nessuno ha mai spiegato in modo definitivo chi l’abbia sottratta, né perché.
Quella di Paolo Borsellino è una morte tragica e atroce, tanto quanto quella dell’amico fraterno e collega Giovanni Falcone. Ma resa più amara proprio da quel buco nero attorno al quale l’intera vicenda ruota, a quel “perché” rimasto irrisolto dal 1992: se qualcuno ha ritenuto necessario far sparire proprio quelle pagine, vuol dire che contenevano qualcosa che doveva assolutamente restare invisibile. E se un pezzo di verità di Stato è stato fatto sparire, a logica proprio da mani che allo Stato appartenevano, allora il problema non è più soltanto “la mafia”.
Perché di questo, in fondo, si tratta quando si parla di via D’Amelio con onestà. La sola spiegazione di Cosa Nostra che si vendica non regge, non giustifica l’attentato. “Ce ne saranno riconoscenti” era stato il ragionamento fatto da Totò Riina per convincere la Commissione di Palermo a uccidere, dopo Falcone, anche Borsellino. La cosiddetta cupola mafiosa aveva paura della sollevazione popolare. La mafia ama operare in tranquillità, in modo implicito, nell’ombra e soprattutto nel silenzio. La mafia (perlomeno Cosa Nostra) non è una banda di folli sociopatici sanguinari che uccide così, per odio o per vendetta o per divertimento: la mafia, per quanto spietata e crudele, uccide per interesse, dopo aver calcolato e ragionato bene costi e benefici dell’omicidio. La mafia ha alcun interesse a mettersi contro il popolo, anzi. L’ultima cosa che la mafia vuole vedere è la gente di Palermo che le scende in piazza contro. Cosa che infatti sarebbe poi successa. Esattamente come per l’assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e della scorta poche settimane prima. Esattamente come era successo dopo l’assassinio, una decina d’anni prima, del prefetto di Palermo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie Emanuela Setti Carraro e dell’autista, l’agente di polizia Domenico Russo.
Nelle sue ultime settimane Paolo Borsellino stava lavorando sul dossier mafia-appalti: l’inchiesta che ricostruiva gli intrecci tra imprenditoria, politica e organizzazioni criminali nella spartizione degli appalti pubblici. Un filone di indagine che toccava interessi enormi, non solo “criminali”, e che per questo qualcuno avrebbe preferito vedere archiviato piuttosto che approfondito.
È in quei mesi, secondo diverse ricostruzioni mai del tutto smentite né del tutto confermate nelle aule di giustizia, che si sarebbe generata anche l’ombra più inquietante di tutte: quella di una “trattativa” (qualunque cosa significhi questo vocabolo in questo contesto) tra “pezzi” delle istituzioni e la mafia stragista. Una trattativa raccontata come dialogo sporco per fermare la stagione degli attentati. I se non fanno cronaca, ma fanno ipotesi, esplorate per decenni senza mai chiudere il cerchio con una verità definitiva e condivisa. E convincente. Ma è proprio questa mancanza di chiusura, questo margine costante di “non detto”, che rende la strage di via D’Amelio diversa. Non che sulle reali motivazioni e origini della strage di Capaci e dell’assassinio di Dalla Chiesa si sia fatta molta più chiarezza. Ma il caso di via D’Amelio, anche per chi – come il popolo italiano – è tristemente abituato a decenni e decenni di misteri, è a dir poco scandaloso. Vergognoso.
Ogni anno, il 19 luglio, si ripete la stessa mesta liturgia: le fiaccolate, i bei discorsi, i fiori sotto quell’albero divenuto negli anni un memoriale spontaneo di messaggi e disegni di bambini. Dimenticare sarebbe la sconfitta più grande, certo. Ma la memoria, da sola, diventa un vuoto gesto rassicurante e auto-compiacente se non si accompagna alla richiesta di quello che manca ancora. Delle carte che non sono state trovate. Dei nomi che non sono stati fatti tutti. Delle “convergenze”, sospettate più che dimostrate, tra chi doveva combattere la mafia e chi, in quel momento storico, evidentemente aveva più interesse a che certe inchieste non arrivassero mai a sentenza.
Paolo Borsellino sapeva di non avere tempo, e forse sapeva anche che la sua morte non sarebbe bastata a fermare le domande che stava ponendo. Ma non si era fermato: «devo finire prima che ammazzino anche me» diceva a chi gli era vicino. Paolo Borsellino andava incontro a morte certa, ma non aveva paura.
Trentaquattro anni dopo l’Italia continua a interrogarsi su quell’orribile e distopico pomeriggio del luglio 1992, l’annus horribilis della nostra nazione. Chi ha visto quelle immagini in diretta le ricorda come se fosse ieri. Come se il tempo non fosse passato, come se quelle cinquantasette giornate tra Capaci e via D’Amelio non si fossero mai davvero chiuse.
La verità che manca resta un debito. E i debiti, quando restano aperti troppo a lungo, non svaniscono, tutt’altro: pesano e aumentano sempre di più. E prima o poi qualcuno è chiamato a saldarli. Il 19 luglio, con Paolo, Agostino, Emanuela, Vincenzo, Walter, Claudio, chiede questo: non accontentarsi. Non lasciare che l’anniversario diventi liturgia, e la liturgia diventi silenzio.
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