Nel sud-ovest del Marocco l’acqua arriva da un posto che di solito associamo al contrario della sete: una nuvola bassa, una massa bianca che sale dall’Atlantico, attraversa le montagne e poi sparisce. Solo che qui, nella regione di Aït Baâmrane, ai margini del Sahara e dell’Anti-Atlante, la nebbia ha smesso di essere soltanto una presenza del mattino. È diventata una riserva. Un’infrastruttura. Quasi una tubatura sospesa nell’aria.
Da anni i pozzi tradizionali si impoveriscono, la siccità stringe e i villaggi devono fare i conti con una scarsità d’acqua che in Europa spesso resta una parola da rapporto tecnico. Qui ha un peso preciso: ore di cammino, taniche da portare, giornate spezzate. Per molte donne significava impiegare anche quattro ore al giorno per raggiungere fonti lontane e tornare con carichi pesanti, spesso vicini ai 25 chili. Per molte bambine voleva dire perdere scuola, tempo, studio, futuro. La mancanza d’acqua organizzava la vita domestica meglio di qualsiasi calendario.
Poi sulle pendici del monte Boutmezguida, a oltre 1.200 metri di altitudine, sono comparse grandi reti tese contro il vento. La Fondation Dar Si Hmad, attiva nel sud-ovest del Marocco, descrive il sistema come il più grande impianto operativo di raccolta della nebbia al mondo: reti CloudFisher che intercettano la nebbia atlantica e portano acqua pulita a 16 villaggi della regione di Aït Baâmrane attraverso chilometri di tubature.
Le reti sul monte
Il principio sembra quasi troppo semplice per funzionare davvero. La nebbia passa attraverso una maglia, le microgocce restano intrappolate, si uniscono, diventano abbastanza pesanti da scivolare verso canalette e serbatoi. Da lì l’acqua scende per gravità verso i villaggi. Niente grandi dighe, niente pompe complicate, niente immaginario da fantascienza climatica. Servono vento, quota, umidità e una montagna messa nel punto giusto.
Il monte Boutmezguida ha proprio questa combinazione: aria umida che arriva dall’oceano, rilievi capaci di intercettarla, comunità rurali vicine e un bisogno enorme di acqua sicura. Secondo Dar Si Hmad, il progetto raggiunge oltre 1.000 beneficiari in 16 villaggi nella provincia di Sidi Ifni; Aqualonis, società legata alla tecnologia CloudFisher, indica per l’area 31 collettori e una superficie complessiva di rete di circa 1.674 metri quadrati.
La scena ha qualcosa di antico e moderno insieme. Antico, perché l’idea di raccogliere umidità dall’aria accompagna da tempo le comunità che vivono in zone aride. Moderno, perché i materiali usati oggi resistono meglio al vento, catturano più acqua e richiedono meno manutenzione rispetto alle prime prove fatte in diverse parti del mondo, dal Cile allo Yemen, fino all’Eritrea. Nel deserto di Atacama, in Cile, tra i luoghi più asciutti del pianeta, esperimenti e osservazioni sulle reti esposte alla nebbia avevano già mostrato quanto potesse essere concreta una risorsa apparentemente invisibile. Quella intuizione oggi, in Marocco, ha preso la forma di rubinetti aperti dentro case che per generazioni avevano conosciuto soprattutto secchi, pozzi e attesa.
La fatica tolta alle donne
Il cambiamento più evidente riguarda il tempo. L’acqua che arriva in casa riduce il cammino quotidiano delle donne, alleggerisce una fatica fisica enorme e permette alle bambine di frequentare la scuola con più continuità. La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici aveva già riconosciuto il progetto tra le iniziative “Women for Results”, sottolineando il ruolo della ONG marocchina e l’impatto sulle comunità rurali, in particolare su donne e bambini.
La parola “impatto”, però, qui va maneggiata con meno freddezza. Perché l’acqua al rubinetto cambia il gesto più normale della giornata: lavare, cucinare, bere, irrigare un piccolo orto, tenere gli animali. Cambia anche il modo in cui una famiglia organizza le ore. Una bambina che resta a scuola al posto di andare al pozzo riceve una possibilità concreta, piccola solo in apparenza. Una donna che smette di trasportare acqua per mezza giornata guadagna tempo, salute, spazio mentale.
Eppure ogni trasformazione, anche quando migliora la vita, sposta equilibri. In alcune comunità bere “acqua di nebbia” ha richiesto fiducia. Per molti abitanti quell’acqua aveva qualcosa di strano: arrivava dal cielo, passava nelle reti, scendeva nei serbatoi, entrava nelle case senza aver attraversato la terra. C’era chi la percepiva come povera di minerali, quasi priva di quella familiarità che rende accettabile una fonte tradizionale. La tecnologia aveva risolto il problema idrico prima di risolvere quello culturale.
Dar Si Hmad ha dovuto lavorare anche su questo: alfabetizzazione, formazione tecnica, gestione comunitaria, educazione all’uso dell’acqua. Il progetto, infatti, riguarda le tubature quanto le persone. Alcune donne, liberate dal compito di portare acqua, hanno dovuto ridefinire un ruolo che per anni era stato faticoso e centrale insieme. La fatica può diventare identità quando una comunità la distribuisce sempre sugli stessi corpi. Toglierla significa aprire spazio, certo. Significa anche attraversare una soglia nuova, con tutto l’imbarazzo che le soglie si portano dietro.
Dove funziona davvero
La raccolta della nebbia è una soluzione brillante, però molto esigente. Funziona dove ci sono condizioni precise: montagne o rilievi abbastanza esposti, umidità oceanica o costiera, venti regolari, comunità raggiungibili con una rete di distribuzione, manutenzione locale. In una pianura secca, lontana da correnti umide, una rete resta una rete. Nel punto sbagliato cattura poco o nulla.
Per questo il caso marocchino va letto con attenzione. Racconta una possibilità, non una ricetta universale. In alcune zone aride del mondo può integrare le fonti tradizionali, ridurre la pressione sulle falde, sostenere villaggi isolati e rendere più stabile l’accesso all’acqua potabile. In altre aree serve a poco. La sua forza sta proprio nella precisione: sfrutta una condizione locale, quasi un dettaglio geografico, e lo trasforma in servizio pubblico.
Nel 2016 il progetto era stato indicato anche come esempio internazionale di adattamento climatico e raccolta dell’acqua in aree segnate dallo stress idrico. Oggi torna a circolare perché somiglia a una risposta concreta dentro un discorso spesso enorme, pieno di parole come desertificazione, crisi idrica, resilienza. Tutte parole corrette. Poi però, in un villaggio, contano una bambina che va a scuola, una donna che rientra senza una tanica sulla testa, un rubinetto che si apre.
L’acqua dalla nebbia non cancella la siccità e non ferma da sola l’avanzata del deserto. Però mostra una cosa che dovremmo imparare a guardare meglio: a volte l’adattamento climatico non ha la forma monumentale delle grandi opere. Ha una rete tesa sul fianco di una montagna, un tubo che scende, una mano che gira una manopola. L’aria diventa acqua. Il resto, per una volta, smette di pesare sulla testa di qualcuno.
Fonte: Aqualonis
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Ilaria Rosella Pagliaro
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