Dopo la dieta tornano i chili di troppo? Questo batterio intestinale potrebbe aiutare a non riprenderli e abbattere l’effetto “yo-yo”



La parte più difficile di una dieta spesso arriva quando la dieta sembra finita. La bilancia è scesa, i vestiti stringono meno, il corpo ha cambiato ritmo. Poi, però, comincia il tratto meno raccontato: quello in cui il peso prova a tornare su, piano o in fretta, come se il corpo avesse memoria del punto da cui era partito e volesse riprenderselo con gli interessi. In quel passaggio, delicato e molto poco glorioso, entra un nome che sembra uscito da un laboratorio più che da una conversazione normale: Akkermansia muciniphila.

È un batterio che vive naturalmente nell’intestino umano, a contatto con lo strato di muco che riveste la parete intestinale. Nelle persone sane può rappresentare una quota significativa del microbiota, spesso indicata intorno al 3-5% della comunità microbica intestinale, anche se la sua presenza varia molto da individuo a individuo. In diversi studi è stato osservato un legame tra livelli più bassi di Akkermansia muciniphila e condizioni metaboliche come obesità e diabete di tipo 2. Da qui l’interesse crescente: capire se questo batterio possa diventare un alleato anche dopo il dimagrimento, quando il problema diventa mantenere il risultato senza riprendere i chili persi.

Lo studio

Un nuovo studio pubblicato su Nature Medicine ha provato a mettere alla prova questa ipotesi su 90 adulti con sovrappeso od obesità, con un’età media di circa 52 anni. La sperimentazione, condotta nei Paesi Bassi da un gruppo di ricerca legato all’area clinica e universitaria di Maastricht, ha usato una forma particolare del batterio: Akkermansia muciniphila MucT pastorizzata. Tradotto nella vita pratica: un integratore quotidiano contenente batteri inattivati dal calore, quindi senza microrganismi vivi pronti a colonizzare l’intestino come si immagina spesso quando si parla di probiotici.

I partecipanti hanno seguito prima una dieta ipocalorica di otto settimane, pensata per ottenere una perdita di peso significativa. Nello studio viene indicato un obiettivo di almeno l’8% del peso corporeo e, secondo il resoconto dell’università, la perdita media iniziale è stata di circa 11 chili. A quel punto è iniziata la fase davvero interessante dal punto di vista metabolico: 24 settimane di alimentazione sana, senza più la rigidità della dieta stretta, con un gruppo assegnato all’integratore quotidiano di Akkermansia muciniphila pastorizzata e l’altro al placebo.

La differenza si è vista proprio nel recupero del peso. Chi ha assunto il batterio ha ripreso in media 1,2 chili, contro i 3,2 chili del gruppo placebo. Espressa in percentuale rispetto al peso perso nella prima fase, la quota recuperata è stata pari al 13,6% nel gruppo Akkermansia e al 32,9% nel gruppo di controllo. Una distanza che, in uno studio piccolo, va letta con cautela, ma che resta abbastanza netta da meritare attenzione.

Il dato più concreto è questo: l’integratore sembra aver aiutato alcune persone a mantenere meglio il dimagrimento già ottenuto, senza sostituire dieta, movimento e abitudini quotidiane. Secondo il comunicato dei ricercatori, circa il 40% dei partecipanti che ha ricevuto Akkermansia ha continuato perfino a perdere peso durante la fase di mantenimento, un risultato molto meno frequente nel gruppo placebo.

Il ruolo del microbiota nel mantenimento del peso

Il recupero dei chili dopo una dieta viene spesso raccontato come una questione di volontà, quasi fosse una prova morale. La biologia, però, lavora in modo più testardo. Dopo una perdita di peso, il corpo può modificare fame, consumo energetico, gestione degli zuccheri, segnali ormonali e uso delle riserve. Per questo il mantenimento è una delle fasi più difficili nei percorsi contro sovrappeso e obesità. Ed è proprio lì che il microbiota intestinale sta diventando un territorio di ricerca sempre più battuto.

Nel gruppo che ha assunto Akkermansia muciniphila, i ricercatori hanno osservato anche una migliore conservazione della sensibilità all’insulina, cioè la capacità delle cellule di rispondere all’insulina e assorbire il glucosio dal sangue in modo efficiente. È un dettaglio importante perché riguarda la regolazione della glicemia e il rischio metabolico, soprattutto nelle persone con sovrappeso, obesità o predisposizione al diabete di tipo 2.

Gli autori ipotizzano più meccanismi possibili. Una parte potrebbe riguardare il modo in cui il corpo disperde energia attraverso le feci. Un’altra potrebbe passare dal tessuto adiposo, dove sono stati osservati segnali compatibili con minore attività infiammatoria e metabolismo più attivo. Il quadro, però, resta aperto. A dirla con prudenza: il batterio sembra muovere qualcosa nel sistema, ma il modo esatto in cui lo faccia richiede studi più lunghi e più mirati.

Limiti dello studio e cosa sappiamo davvero

La tentazione, davanti a risultati del genere, è trasformare subito Akkermansia muciniphila nel nuovo nome magico del dimagrimento. Sarebbe il solito errore, solo con una parola più difficile da pronunciare. Lo studio è randomizzato, controllato e quindi metodologicamente solido per una prima prova clinica, ma ha coinvolto 90 persone e ha seguito la fase di mantenimento per sei mesi. Un tempo utile per vedere un segnale, ancora insufficiente per capire cosa accada su periodi più lunghi, in gruppi più ampi e in persone con condizioni cliniche diverse.

Durante il periodo osservato non sono stati segnalati effetti collaterali gravi legati al trattamento. Anche questo è un elemento incoraggiante, soprattutto perché si parla di una forma pastorizzata del batterio. Resta però una differenza enorme tra un risultato promettente in uno studio controllato e un consiglio generalizzato da banco farmacia. Gli stessi esperti consultati dal Science Media Centre parlano di prova interessante, plausibile dal punto di vista biologico, con un effetto comunque modesto e da interpretare come possibile strategia complementare, non come alternativa alle terapie disponibili o ai percorsi nutrizionali.

Questa distinzione conta. Un integratore di Akkermansia muciniphila, anche quando studiato bene, ha senso dentro un contesto: dieta sana, monitoraggio, attività fisica, valutazione medica quando si parla di obesità, diabete, farmaci o condizioni metaboliche. La capsula, da sola, resta una capsula. Il corpo umano è più complicato di così, come sa chiunque abbia perso peso almeno una volta e poi abbia provato a difendere quel risultato nella vita vera, tra lavoro, fame, sonno, stress, cena fuori e frigorifero aperto alle undici di sera.

Per ora Akkermansia muciniphila porta una buona notizia piccola ma seria: il microbiota potrebbe aiutare a rendere meno fragile la fase del mantenimento. Serviranno studi più grandi, più lunghi, più vicini alla vita quotidiana. Intanto il batterio ha fatto il suo ingresso sulla scena.

Fonte: Nature Medicine

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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