Il miraggio del Campo Largo fra vecchie lotte di potere e nuove insidie dello Stabilicum


La compattezza del cosiddetto Campo Largo è ormai un’astrazione che sopravvive quasi esclusivamente come formula giornalistica per sintetizzare le varie opposizioni. Nella realtà politica, i distinguo strategici e programmatici allargano progressivamente le distanze tra gli alleati. A riprova di questa frammentazione, i dati del recente sondaggio Lab21 attribuiscono a Giuseppe Conte il 50,2 percento delle preferenze come capo della coalizione tra gli elettori di centrosinistra, staccando nettamente Elly Schlein, ferma al 20,4 percento. Un rapporto di due a uno che, se confermato alle urne, stravolgerebbe i rapporti di forza nell’alleanza.
Alle spalle dei due partiti più grandi si attestano il progetto civico di Alessandro Onorato, 11,9 percento, e Italia Viva di Matteo Renzi, 10,2 percento. Ma questi sono numeri che devono trovare una legittimazione pratica, per la quale il vero scoglio ora è il metodo. Il Pd spinge candidare alla presidenza del Consiglio il segretario del partito che raccoglierà più voti alle elezioni, mentre Fratoianni e Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra rifiutano primarie che mettano in discussione gli attuali assetti di potere. Al contrario, Conte e Renzi chiedono con insistenza il ricorso ai gazebo. In assenza di regole condivise, la trattativa programmattica rischia di nascere già bloccata.

La scelta di chi comanda a sinistra non rappresenta soltanto un duello di potere interno, ma una strettoia da cui uscire prima del voto perché lo impone la nuova legge elettorale: quello Stabilicum il cui impianto prevede l’indicazione del candidato “premier” già al momento del deposito delle liste, e che prevede il premio di maggioranza legato al superamento della soglia del 42 percento dei voti (a livello non partitico ma complessivo di coalizione).
Sciogliere il nodo della guida dell’alleanza è diventata quindi una “questione di vita o di morte” politica. Anche perché, se la nuova legge resta com’è ora, una volta raggiunto il fatidico 42 percento quello che succede è che un blocco prestabilito (dai partiti) di candidati entra in Parlamento come premio di maggioranza. Ma sono tutte persone già scelte dai partiti prima delle elezioni. È il cosiddetto listone, in cui ogni partito della coalizione evidentemente lotta con gli “alleati” per imporre il maggior numero possibile di candidati propri.

Il secondo e più profondo solco riguarda la politica estera e la difesa. Mentre Elly Schlein ribadisce un «convinto» sostegno a Kiev contro un’invasione russa definita «criminale», difendendo l’invio di aiuti «con tutti i mezzi necessari», Conte guida l’ala critica l’aumento delle spese militari concordato in sede Nato. Una linea rigorosamente pacifista condivisa da Avs, ma respinta dal Nazareno. Questa frattura si è già tradotta in un voto divergente al Parlamento Europeo sull’accelerazione dell’adesione dell’Ucraina nell’Unione, con il Pd favorevole e il M5S contrario.
E la distanza fra i due maggiori partiti della sinistra si misura persino sui territori. Sul progetto di un impianto fotovoltaico in Piemonte realizzato con capitali israeliani, Italia Viva ha difeso l’investimento, mentre il Movimento 5 Stelle ne ha sollecitato il blocco in ragione della provenienza dei fondi. Distinguo eterogenei che, arrivando in ordine sparso, diventano difficili da mettere in fila per cercare soluzioni efficaci.

Il terzo fronte aperto è quello dell’ordine pubblico e della sicurezza, riesploso dopo i disordini di piazza a Bologna seguiti alla morte di Abderrahim Fakir. In risposta agli attacchi della maggioranza, una trentina di sindaci di centrosinistra ha sottoscritto una lettera a sostegno del primo cittadino Matteo Lepore. Nondimeno, proprio questo episodio ha evidenziato reazioni disorganiche anche a sinistra: la Schlein e Conte hanno mantenuto un profilo cauto, sostenendo che la politica non debba commentare i fatti di cronaca, mentre Avs si è scagliata con durezza contro l’operato delle Forze dell’Ordine.

A complicare il quadro contribuiscono anche i regolamenti di conti interni ai singoli partiti. Nel Movimento 5 Stelle, l’ex sindaca di Torino Chiara Appendino, già distante dalle posizioni del suo capo di partito Giuseppe Conte sulla questione patrimoniale, ha riaperto le ostilità contro Matteo Renzi definendolo in una lettera al Fatto Quotidiano «il Loki della politica italiana» e un alleato inaffidabile, evidenziando le latenti tensioni tra l’anima governista e quella più radicale del Movimento.

Non meno insidioso è il nodo della tenuta finanziaria delle proposte programmatiche. Nelle sue recenti uscite mediatiche, Elly Schlein ha promesso nuove assunzioni pubbliche, un taglio delle tasse sull’energia e salari più alti, senza tuttavia indicare con chiarezza come fare per trovare i soldi per finanziare quei provvedimenti. Molti osservatori evidenziano nel Partito Democratico la mancanza di un modello chiaro di competitività e la scarsa chiarezza su temi come nucleare, produttività e industria.

Ai margini dell’alleanza si muove infine Matteo Renzi, che lavora al suo progetto di “Casa Riformista” promovendo la candidatura dell’eurodeputato Giorgio Gori del Pd (e non di Italia Viva) in vista delle primarie di coalizione. Una mossa pensata per garantire ai centristi un peso negoziale autonomo, per condizionare la stesura del programma e per presentarsi al voto con potere negoziale su programma, liste e, soprattutto, sulla composizione del listone del premio di maggioranza.
L’ex segretario del Pd sta insomma già tentando di arrecare un serio danno al suo ex partito e Movimento 5 Stelle, creando una pseudo-corrente riformista autonoma all’interno (o ai margini) del Campo Largo, proprio sfruttando le nuovo regole dello Stabilicum.

Obiettivamente, nessuna di queste divisioni presa singolarmente sarebbe decisiva, visto che ogni coalizione nasce da compromessi tra posizioni diverse, e il Campo Largo non fa eccezione. Ma qui le distanze e le divergenze minano al cuore il progetto politico: il capo della coalizione, la politica estera, l’ordine pubblico e il bilancio dello Stato, sono i quattro temi cruciali su cui una coalizione di partiti che si presenti agli elettori deve avere una linea condivisa. Ovviamente. E specialmente con la nuova legge elettorale ora in discussione, che  penalizza le liste alleate che restino sotto il 3 percento, cioè proprio “i partitini” del Campo Largo.
Queste divergenze, insomma, non sono né un indicatore di ricchezza di idee e di diversità risolvibile con “l’inclusione”, né dettagli trascurabili: sono l’indicatore del fatto il Campo Largo, all’atto pratico, non ha le carte in regola per sperare di vincere le elezioni. Ma, soprattutto, sono l’indicatore che, anche se il Capo Largo vincesse le elezioni, con ogni probabilità non sarebbe in grado di governare (il premio di maggioranza del 42 percento non può essere la panacea di tutti i mali).
D’altra parte, si sta già vedendo proprio in questi giorni come la coalizione di centrodestra – che, sulla carta, era ed è molto più solida – rischi di sfasciarsi. E nonostante su quegli stessi quattro temi cruciali Fdi, Lega e Forza Italia siano sostanzialmente d’accordo.




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 Guglielmo Macavò

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