Possiamo considerare questo medico l’inventore dell’aria condizionata: la creò per salvare vite, ma fu preso per “pazzo”



Una bacinella piena di ghiaccio pende dal soffitto di una stanza d’ospedale. L’aria fredda, più pesante, scende verso il letto, attraversa il paziente e fuoriesce da un’apertura vicino al pavimento. Il primo sistema di raffrescamento progettato da John Gorrie aveva pochi pezzi, nessun telecomando e un difetto piuttosto serio: dipendeva da blocchi trasportati per nave per centinaia di chilometri.

Siamo ad Apalachicola, sulla costa della Florida, negli anni Quaranta dell’Ottocento. Gorrie è il medico di due ospedali e cura persone colpite soprattutto da febbre gialla e malaria. È convinto che il caldo, l’umidità e l’aria malsana contribuiscano alle malattie tropicali. La causa gli sfugge: il ruolo delle zanzare verrà compreso più tardi. Davanti ai letti dei suoi pazienti, però, osserva una cosa molto più semplice. Dentro quelle stanze roventi si soffre ancora di più. Così prova ad abbassare la temperatura.

Il ghiaccio arrivava dal Nord, finché non si scioglieva

Nella Florida dell’Ottocento il ghiaccio naturale era una merce importata. Veniva tagliato durante l’inverno nei laghi del Nord degli Stati Uniti, protetto con materiali isolanti, caricato sulle navi e spedito verso i porti meridionali. Durante il viaggio una parte si scioglieva. Il resto arrivava costoso e poteva scarseggiare proprio nei mesi in cui Gorrie ne aveva maggiore bisogno.

Il medico decide quindi di fabbricarlo ad Apalachicola. Dopo il 1845 abbandona progressivamente la professione e concentra tempo e denaro su una macchina capace di produrre freddo a partire dall’aria. Non vuole soltanto riempire una ghiacciaia: immagina di raffreddare ospedali, abitazioni e perfino intere città del Sud attraverso la refrigerazione meccanica. Per l’epoca, un programma appena un po’ ambizioso.

Il suo apparecchio comprime l’aria dentro un serbatoio, ne disperde il calore e poi la lascia espandere. Durante l’espansione l’aria assorbe calore dall’ambiente circostante e raffredda il liquido contenuto nella macchina fino a congelare l’acqua. Gorrie descrive pompe, cilindri, serpentine, valvole e recipienti distribuiti in otto tavole tecniche. Il principio funziona; la praticità domestica dovrà attendere.

Il 6 maggio 1851 gli Stati Uniti concedono a John Gorrie il brevetto numero 8.080 per un procedimento destinato alla produzione artificiale di ghiaccio e agli impieghi refrigeranti. Nel documento l’inventore spiega di voler sfruttare una legge fisica già conosciuta: l’aria si riscalda quando viene compressa e si raffredda quando torna a espandersi. La parte meno semplice consisteva nel trasformare questa legge in una macchina capace di lavorare senza inghiottire più energia di quanta potesse ragionevolmente restituire.

Una macchina di legno con dentro il futuro

Il modello depositato insieme al brevetto è oggi conservato dallo Smithsonian National Museum of American History. È costruito in gran parte in legno, con componenti metallici, una pompa, un serbatoio e un intrico di collegamenti. Ricorda più una piccola macchina a vapore smontata a metà che un moderno climatizzatore appeso sopra la porta.

Lo Smithsonian lo identifica come il modello del primo brevetto statunitense per una macchina frigorifera o produttrice di ghiaccio azionata meccanicamente. Questo primato va letto con precisione: Gorrie non inventò da solo l’intera refrigerazione e altri studiosi avevano già sperimentato sistemi per produrre freddo. La sua macchina legava però la produzione artificiale del ghiaccio a un obiettivo molto concreto, raffreddare gli spazi abitati e alleviare la sofferenza delle persone malate.

L’invenzione ottiene un brevetto, meno fortuna con gli investitori. Gorrie cerca il denaro necessario per costruire e vendere le macchine, ma il socio che avrebbe dovuto finanziare l’impresa muore. Il progetto si ferma. Arrivano critiche e derisione, mentre l’inventore consuma le proprie risorse senza riuscire a trasformare il prototipo in un prodotto commerciale.

Muore il 29 giugno 1855, a 52 anni, economicamente rovinato e con la salute compromessa. Nessuna delle sue macchine era entrata stabilmente negli ospedali, nelle fabbriche o nelle abitazioni. Aveva ottenuto il brevetto per produrre ghiaccio dal nulla; trovare qualcuno disposto a pagarlo risultò più difficile.

Poi arrivò Willis Carrier, per colpa della carta umida

Il nome associato alla nascita dell’aria condizionata moderna è quello di Willis Haviland Carrier. Nel 1902, quasi sessant’anni dopo i primi esperimenti di Gorrie, il giovane ingegnere riceve l’incarico di risolvere un problema nello stabilimento tipografico Sackett & Wilhelms di Brooklyn.

L’umidità fa gonfiare e restringere la carta, impedendo alle diverse passate di colore di allinearsi correttamente. Carrier progetta un impianto capace di controllare insieme temperatura e quantità di vapore acqueo presente nell’aria. Il disegno viene completato il 17 luglio 1902 e pone le basi della climatizzazione moderna. Il fresco, per una volta, arriva dopo: la priorità era impedire ai fogli di fare di testa propria sotto le presse.

Da quel momento la tecnologia entra nelle industrie tessili e alimentari, nei grandi magazzini, nei cinema e negli uffici. Carrier fonda la propria azienda nel 1915 e sviluppa sistemi sempre più grandi ed efficienti. Gorrie, invece, rimane per decenni una figura laterale, ricordata soprattutto in Florida e dagli storici della refrigerazione.

Il medico che voleva soltanto una stanza meno feroce

Gorrie aveva sbagliato la spiegazione delle malattie che curava e sopravvalutato la possibilità di convincere rapidamente il mercato. La sua osservazione di partenza era solida e visibile: una persona con la febbre, chiusa in una stanza calda e umida della Florida, aveva bisogno di sollievo.

Cominciò appendendo una bacinella di ghiaccio al soffitto. Poi costruì una macchina, riempì otto fogli di pompe e serpentine e provò a produrre artificialmente quel freddo che le navi consegnavano tardi, costoso e già mezzo sciolto. Il prototipo non lasciò il laboratorio. Sessant’anni dopo, l’aria condizionata moderna partì da una tipografia e conquistò il mondo. Accanto al letto dei malati, John Gorrie l’aveva già immaginata.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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