Le paratoie si alzano, l’acqua alta resta fuori e Venezia rimane asciutta. Nello stesso momento le barene della laguna ricevono meno acqua e, soprattutto, meno sedimenti: il materiale che permette loro di crescere verso l’alto mentre il livello del mare continua a salire. Un nuovo studio pubblicato su Nature Water ha ricostruito attraverso modelli numerici tutte le 69 chiusure del Mose avvenute tra il 2020 e il 2023. Secondo le simulazioni, circa venti avrebbero potuto essere evitate senza superare le soglie di sicurezza fissate per Venezia, Burano e Chioggia. Anche la durata complessiva delle chiusure è risultata, in media, più che doppia rispetto a quella strettamente necessaria.
La ricerca è stata coordinata dal Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, con la partecipazione di altri dipartimenti dell’ateneo, dell’Ispra e dell’Università di Southampton. Il Mose funziona e lo studio lo conferma: le barriere mobili riducono efficacemente il rischio di allagamento nei centri abitati. Il conto ambientale emerge dall’uso ripetuto e prudenziale delle paratoie, in una laguna già povera di sedimenti e profondamente modificata da secoli di interventi umani.
Quando manca l’acqua, alle barene manca anche il terreno
Le barene sono quelle distese basse, attraversate da canali e ricoperte da vegetazione resistente al sale, che affiorano e scompaiono seguendo le maree. Sembrano pezzi di terra messi lì con una certa distrazione. Svolgono invece un lavoro piuttosto serio: offrono habitat a numerose specie, immagazzinano carbonio, attenuano onde e correnti e contribuiscono alla stabilità dell’intera laguna.
Per sopravvivere devono essere periodicamente sommerse. Durante le mareggiate, l’acqua trasporta sulle loro superfici limo e altri materiali fini. Strato dopo strato, questi sedimenti consentono alle barene di guadagnare quota e di accompagnare, almeno in parte, l’innalzamento del mare.
Le chiusure del Mose interrompono proprio questo passaggio nei momenti più importanti. Rispetto allo scenario ipotetico con le bocche di porto sempre aperte, la gestione adottata tra il 2020 e il 2023 ha ridotto in media del 27,5% la superficie di barena raggiunta dall’acqua. In alcuni eventi la diminuzione ha superato il 75%. La profondità media dell’allagamento è scesa di circa il 45%.
I ricercatori hanno collegato questi dati a una relazione tra profondità dell’acqua e sedimentazione già calibrata sul campo nella laguna veneziana. Le simulazioni stimano una riduzione del 32% nell’accumulo di sedimenti, equivalente a circa 2,6 millimetri in meno ogni anno nella crescita verticale delle barene.
Sono stime ottenute attraverso modelli idrodinamici, non misurazioni dirette di ogni granello depositato durante ogni chiusura. Il modello, però, è stato confrontato con i livelli d’acqua osservati e utilizza una relazione empirica sviluppata specificamente per la laguna di Venezia. La cautela cambia il peso del numero, non la direzione del fenomeno.
Quei millimetri diventano particolarmente scomodi accanto a un altro dato: nella zona di Venezia il livello relativo del mare sta aumentando di circa 4-5 millimetri l’anno. Una barena che riceve meno sedimenti perde una parte della capacità di tenere il passo. Il problema si misura su decenni, quando i millimetri smettono di sembrare innocui.
Venti chiusure su 69 potevano essere evitate
Gli autori hanno confrontato tre scenari. Nel primo le bocche della laguna rimangono sempre aperte. Nel secondo il Mose viene azionato come è avvenuto realmente tra il 2020 e il 2023. Nel terzo entra in gioco AThOS, una strategia adattiva che calcola apertura e chiusura delle paratoie considerando le soglie di sicurezza dei diversi centri lagunari, il vento, le piogge, il deflusso dei fiumi e le infiltrazioni attraverso le barriere.
Applicato retrospettivamente ai 69 eventi, AThOS avrebbe evitato circa il 30% delle chiusure. La superficie di barena sottratta agli allagamenti sarebbe diminuita appena del 2,9%, contro il 27,5% registrato nello scenario reale. La sedimentazione sarebbe aumentata del 19% rispetto alla gestione effettiva, recuperando in media circa 1,3 millimetri l’anno di crescita verticale. Venezia, Burano e Chioggia sarebbero rimaste sotto le rispettive soglie di sicurezza previste dal modello.
La proposta riguarda quindi la gestione: meno chiusure evitabili e paratoie alzate per il tempo necessario. Una differenza apparentemente piccola, visto che il Mose resta attivo complessivamente soltanto per l’1-2% dell’anno. Le mareggiate concentrate in quelle ore, però, trasportano una quota importante dei sedimenti di cui le barene hanno bisogno. Il calendario dice pochi giorni; la laguna li considera giorni lavorativi.
Le simulazioni conoscono il passato, chi gestisce il Mose deve prevedere il futuro
AThOS è stato testato con il vantaggio del senno di poi: i ricercatori conoscevano già livelli dell’acqua, vento e andamento di ciascun evento. La gestione quotidiana del Mose deve invece affidarsi alle previsioni, che possono sbagliare e richiedono margini di sicurezza. Un cambio improvviso del vento è sufficiente a spostare l’acqua all’interno della laguna, con effetti diversi tra Venezia, Burano e Chioggia.
Lo studio riconosce questo limite. Nelle operazioni reali alcune chiusure potrebbero dover iniziare prima o terminare più tardi rispetto all’assetto ideale simulato. Gli autori indicano però strumenti concreti per ridurre l’incertezza: previsioni meteorologiche migliori, confronti tra più modelli e dati sui livelli dell’acqua acquisiti in tempo reale.
Anche la gestione delle barriere, secondo il coordinatore Andrea D’Alpaos, si è già evoluta con l’esperienza accumulata nei primi anni. I risultati coprono il periodo iniziale, dal 2020 al 2023, e non fotografano automaticamente ogni decisione successiva. Offrono però una misura del margine disponibile e del prezzo pagato dalle barene quando la prudenza si prolunga oltre il necessario.
Con l’innalzamento del mare, il Mose sarà chiamato ad alzarsi sempre più spesso. Ogni chiusura difende pietre, case, negozi e vite quotidiane; ogni ora sottrae alla laguna una parte del suo respiro naturale. Tenere Venezia fuori dall’acqua senza lasciare le barene indietro richiederà una precisione maggiore. Le paratoie sanno già salire. Adesso tocca imparare quando farle scendere.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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