Il carrello degli italiani nel 2025 è cresciuto appena dello 0,2% in termini reali. Praticamente è rimasto fermo con una ruota incastrata: il cibo si continua a comprare, ovviamente, però ogni prodotto deve guadagnarsi il proprio posto. Ma dentro questa spesa più sorvegliata va letta anche la scelta del bio nonostante il carovita: una priorità difesa da chi può ancora permettersi di decidere dove risparmiare e dove spendere qualcosa in più.
I dati contenuti nel Rapporto annuale 2026 dell’Istat mostrano la pressione economica dentro cui avviene questa selezione. Rispetto al 2019, la spesa reale per alimenti e bevande analcoliche resta più bassa dell’1,9%, mentre i consumi complessivi delle famiglie hanno già superato i livelli precedenti alla pandemia. Il carrello alimentare ha recuperato meno di quasi tutto il resto.
Questo significa che la qualità non viene più cercata riempiendo la dispensa senza guardare il totale. Viene concentrata. Si rinuncia a una marca, si aspetta una promozione, si riduce la quantità di alcuni acquisti per conservarne altri considerati importanti. Il biologico entra in questa contrattazione domestica: non come conversione mistica dell’intero supermercato, ma come scelta mirata dentro una spesa che ha imparato a fare parecchi conti.
Il cibo costa di più, gli stipendi hanno recuperato meno
Il 2025 ha portato un rallentamento dell’inflazione, scesa all’1,6% nella media dell’anno. I prezzi esposti sugli scaffali, però, non sono tornati ai livelli precedenti. Tra gennaio 2019 e la fine del 2025, l’aumento complessivo ha raggiunto il 23%, mentre le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 13,2%. Quasi dieci punti di distanza rimasti sulle spalle di chi paga bollette, affitto e spesa con lo stesso stipendio.
Nei primi mesi del 2026 la pressione è tornata a farsi sentire. Ad aprile l’inflazione ha raggiunto il 2,8%, spinta soprattutto dall’energia, aumentata del 9,3% rispetto all’anno precedente. Anche i prodotti alimentari sono rincarati del 2,9%. Il carovita aveva rallentato il passo; evidentemente conservava ancora fiato.
In questo contesto, scegliere un prodotto biologico significa attribuire alla spesa alimentare un valore che supera il semplice riempimento del frigorifero. Entrano in gioco la provenienza, il metodo di produzione, l’attenzione all’ambiente e la percezione di portare a tavola qualcosa di migliore. Il prezzo rimane decisivo, però smette di essere l’unico criterio per una parte dei consumatori.
La dinamica assomiglia a quella già visibile in altri consumi compressi dall’inflazione: si compra meno, si confronta di più, si decide quali caratteristiche proteggere. La convenienza continua a comandare molte scelte. Accanto, però, cresce il bisogno di sapere cosa si sta pagando. Il biologico risponde proprio a questa richiesta di riconoscibilità, con regole, certificazioni e un metodo produttivo identificabile.
Il bio diventa una scelta selettiva
La crescita quasi impercettibile dei consumi alimentari raccontata dall’Istat non indica un disinteresse verso il cibo. Mostra una spesa che viene smontata e rimontata prodotto per prodotto. Quando il bilancio familiare perde margine, le priorità diventano più visibili: ciò che viene considerato sostituibile scivola verso l’offerta più economica; ciò che viene associato alla salute, alla qualità o ai propri valori personali può resistere.
Il bio trova spazio proprio in questa seconda parte del carrello. Difficilmente tutto insieme. Più spesso attraverso alcune sostituzioni precise: un alimento acquistato abitualmente, un prodotto destinato ai bambini, qualcosa consumato ogni giorno o sul quale si preferisce accettare una differenza di prezzo. Il consumo critico, sotto pressione, perde molta teoria e diventa estremamente pratico.
È una scelta che passa anche dalla rinuncia. Comprare un prodotto più costoso senza aumentare la spesa complessiva significa recuperare denaro altrove. Le famiglie possono cambiare punto vendita, ridurre gli acquisti superflui, ricorrere maggiormente alle promozioni o limitare gli sprechi. La qualità alimentare resta una priorità, ma viene amministrata con la precisione di chi controlla lo scontrino prima ancora di uscire dal supermercato.
L’Istat registra bene quanto sia sottile questo margine. Nel 2025 il 22,4% delle persone dichiarava di arrivare alla fine del mese con difficoltà o grande difficoltà. Il 47,7% non era riuscito a risparmiare durante l’anno e il 25,6% non avrebbe potuto sostenere una spesa imprevista con risorse proprie. Quasi metà della popolazione chiude l’anno senza mettere nulla da parte: la libertà di scelta, a quel punto, ha dimensioni piuttosto precise.
Una priorità che non è accessibile a tutti
Parlare di italiani che scelgono il bio richiede quindi una distinzione. La tendenza racconta un cambiamento culturale nei consumi, ma non cancella le disuguaglianze. Per molte famiglie scegliere tra biologico e convenzionale è ancora possibile. Per altre il problema è riuscire a comprare quantità sufficienti di cibo.
Nel 2025 circa 5,4 milioni di persone non potevano permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni. La difficoltà colpisce soprattutto il Mezzogiorno, chi vive da solo, i giovani con redditi fragili e le famiglie straniere. In questa parte del Paese il carrello non viene affinato secondo valori ambientali o preferenze produttive: viene ridotto fino a far tornare il totale.
Il bio può diventare una priorità soltanto quando rimane uno spazio economico per esercitarla. Questo non rende meno significativo il cambiamento. Mostra, semmai, che il consumo critico sta entrando nella quotidianità senza essere diventato universale. La qualità viene difesa da una parte crescente e consapevole dei consumatori; il prezzo continua a stabilire quanto lontano possa spingersi quella difesa.
Il dato più utile del Rapporto Istat sta proprio nella distanza tra consumi e redditi. Le famiglie non hanno smesso di attribuire valore al cibo mentre i prezzi salivano. Hanno imparato a selezionare con maggiore rigidità, lasciando meno spazio agli acquisti automatici. Quando il biologico resta nel carrello, dunque, non è perché il carovita sia passato. È perché quel prodotto è riuscito a non sembrare sacrificabile.
Sul nastro della cassa scorrono meno quantità, più confronti e qualche scelta difesa con ostinazione. Anche quando la foglia verde costa qualche centesimo in più.
Fonte: Istat
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Ilaria Rosella Pagliaro
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