Ieri sera, sotto le luci accese tra i campi di girasoli dell’Azienda Agricola Nonno Andrea di Villorba, la rassegna “Racconti Raccolti” – organizzata in collaborazione con la Libreria Lovat – ha ospitato uno degli autori più seguiti del giornalismo di cronaca italiano: Stefano Nazzi, ideatore del podcast “Indagini” e volto de il Post, in dialogo con l’entomologo forense Stefano Vanin per presentare il suo ultimo libro, Predatori (Mondadori).
Tema della serata è stata la nascita, tra gli anni Sessanta e Ottanta negli Stati Uniti, della figura del serial killer moderno e di coloro che per primi hanno imparato a dargli la caccia: i “cacciatori della mente” dell’FBI. Un racconto di storia criminale dai risvolti inquietanti, reso però ancora più singolare – e, come ha osservato lo stesso autore, quasi paradossale – dal contesto in cui si svolgeva: a pochi metri dal palco, infatti, passava ad intervalli regolari un trenino elettrico carico di bambini festanti tra i girasoli.

Nazzi, giornalista professionista dal 1991, ha lavorato per alcune tra le maggiori testate nazionali prima di approdare a “il Post”, dove cura la cronaca e l’attualità e conduce “Indagini” – uno dei podcast più ascoltati d’Italia, capace di riempire i teatri nella sua versione live – e “Altre indagini”. Dopo Il volto del male (2023) e Canti di guerra (2024), Predatori chiude idealmente una trilogia sempre firmata Mondadori. Un seguito che si misura anche sui social: quasi 200mila follower.
L’autore ha raccontato la genesi del proprio metodo come una reazione, quasi un moto di insofferenza, verso il modo in cui il giornalismo mainstream – soprattutto televisivo – racconta la cronaca nera. Era il 2007, il caso era quello di Erba: “Seguivo la storia, poi andavo a casa, accendevo la televisione e mi trovavo davanti a racconti basati sull’emotività, sulla ricerca a ogni costo di un colpevole prima ancora che arrivassero le indagini della magistratura”. Da lì l’idea, “banalissima” a dirla oggi: raccontare i fatti in base ai dati oggettivi, mettendoli in ordine, senza cedere a quella che chiama “fantacriminologia” – un termine che, ha detto sorridendo, oggi si potrebbe applicare pari pari a certa copertura del caso Garlasco, tra ipotesi su ipotesi, gemelle in bicicletta, borsoni che fanno tonfi nei fiumi e barattoli di yogurt diventati indizi.
Un metodo che passa anche dal linguaggio: niente aggettivi consolatori per le vittime – “la ‘povera Pierina’ ha un nome e un cognome, era un essere vivente con una vita, non deve diventare un simbolo” – e niente titoli sensazionalistici come “la villetta degli orrori”: ogni omicidio, ha ricordato Nazzi, è già di per sé terribile, non serve enfatizzarlo. “Sono i fatti che generano l’emozione, non bisogna forzarla”.
Il tema portante del libro è la ricostruzione di un periodo che la stessa FBI ha definito “l’epidemia dei serial killer“: tra gli anni Settanta e Novanta, oltre 200 assassini seriali attivi negli Stati Uniti, con un numero di vittime sproporzionato rispetto a qualsiasi altra epoca. Da lì escono i nomi che tutti conosciamo – Ted Bundy, Jeffrey Dahmer, John Wayne Gacy, Ed Kemper – che hanno finito per contaminare cinema e letteratura: Il silenzio degli innocenti, ha ricordato Nazzi, racconta un assassino che finge un gesso al braccio per attirare le vittime, esattamente il trucco usato da Bundy, che uccise almeno 36 ragazze girando gli Stati Uniti con il suo maggiolino e una serie di finte fratture.


Perché proprio lì, e proprio allora? Nessuna spiegazione univoca, secondo l’autore: gli Stati Uniti sono un paese nato dalla violenza, dove le armi si trovano con facilità; erano gli anni della guerra del Vietnam e di una diffusione senza precedenti di pornografia violenta – la stessa che, per sua stessa ammissione, influenzò Bundy. Molti di questi assassini, inoltre, erano figli di reduci di guerra. È in quel contesto che nascono anche i profiler: gli agenti dell’FBI Robert Ressler e John Douglas – raccontati dalla serie “Mindhunter” – furono tra i primi a intuire che questi killer sono diversi dagli altri assassini, perché il movente non è esterno ma risiede nella loro psiche. Fu proprio il loro lavoro, insieme a quello della criminologa Ann Burgess, a fissare la definizione di “serial killer”: inizialmente chi uccide tre o più persone, in luoghi e tempi diversi, con un periodo di “raffreddamento” tra un delitto e l’altro. Oggi la soglia è scesa a due vittime, “perché li prendono prima”: tra DNA, tracciamento dei cellulari, GPS, telecamere e intercettazioni, un Bundy o un Gacy non potrebbero più agire indisturbati per anni.
Diversa, ha precisato Nazzi, la figura dello spree killer – l’assassino di massa alla Columbine, che colpisce molte persone nello stesso momento e nello stesso luogo: un fenomeno che, complice la facilità di accesso alle armi, gli Stati Uniti conoscono da vicino e che l’Europa non ha – per ora – importato.
Nel corso del dialogo, l’immagine del serial killer come emarginato sociale è stata completamente sfatata.
Al contrario: quoziente intellettivo spesso sopra la media, capacità di mimetizzarsi, lavori e famiglie “normali”. Bundy si laureò in psicologia e si difese da solo al processo: quando venne condannato, il giudice gli disse di non aver mai visto “un tale spreco di umanità” in aula, aggiungendo che avrebbe potuto essere un brillante avvocato. In Italia, Donato Bilancia detiene un primato tristissimo – 17 vittime in 11 mesi, il rapporto vittime/tempo più alto mai registrato – pur essendo un piccolo criminale che passava completamente inosservato: uccideva tra Genova, Imperia e Savona, e le diverse procure non si parlavano tra loro, tanto che fu lui, una volta fermato, a dover correggere gli inquirenti sul numero reale delle vittime. A incastrarlo, alla fine, fu un dettaglio quasi comico: un’auto intestata a un amico che continuava a ricevere multe per caselli non pagati, proprio nei giorni in cui in quelle zone erano avvenuti gli omicidi. Storia simile per Gianfranco Stevanin, considerato “il personaggio” del suo paese nel veronese, che seppelliva le vittime nei campi di famiglia: fu un contadino, imbattendosi in un sacco che spuntava dal terreno, a far crollare tutto.
“Non esistono i mostri“, ha sintetizzato Nazzi, richiamando le parole che lo stesso Ed Kemper – il “killer delle studentesse” della California, alto due metri e dieci – diede ai due profiler dell’FBI quando gli chiesero chi fossero davvero gli assassini seriali: “Siamo i vostri figli, siamo i vostri mariti, siamo i vostri fratelli”. Kemper chiuse la sua carriera criminale decapitando la madre – dopo aver ucciso una serie di studentesse universitarie – e si consegnò lui stesso alla polizia. Frequentava i bar della polizia, era amico di molti agenti che non credettero ai loro occhi quando lo arrestarono; aveva persino tentato, senza successo, di arruolarsi come poliziotto, scartato per l’altezza.


Un tratto ricorrente, secondo Nazzi, è quello del “trofeo“: non di rado gli assassini seriali conservano un ricordo delle vittime – una foto, un braccialetto – non per macabro collezionismo, ma per rivivere il piacere provato durante l’omicidio. Un ciclo che secondo i profiler attraversa fasi precise: l’immaginazione, l’individuazione della preda, la cattura, l’uccisione e infine una fase di “depressione”, perché la soddisfazione cercata non arriva mai fino in fondo – ed è proprio questo a spingere poi a ricominciare.
Alla domanda su quale errore, tra quelli commessi dagli assassini raccontati nel libro, lo abbia colpito di più, Nazzi ha indicato senza esitazioni il narcisismo: il bisogno di firmare, in qualche modo, il proprio operato. È quello che fece Luigi Chiatti, che dopo aver ucciso due bambini a Foligno continuò a scrivere lettere alla polizia per deriderne l’incapacità, fino a farsi scoprire. Anche il mostro di Firenze inviò lettere, in un caso accompagnate da un resto umano, ma all’epoca mancavano gli strumenti tecnici per risalire al mittente. Oggi, ha ricordato , la scienza forense – non solo il DNA, ma tracciamento telefonico, telecamere, GPS – renderebbe quasi impossibile restare anonimi a lungo: e infatti, spesso, a incastrare i colpevoli sono errori banali, come un fanalino rotto che porta a un controllo di polizia.
Lo dimostra, con una punta di ironia, anche il caso del mostro di Firenze da un altro punto di vista: quando negli anni Ottanta la Squadra Anti Mostro chiese all’FBI di tracciare un profilo dell’assassino, la prima indicazione fornita – “probabilmente un maschio bianco“, dato piuttosto scontato in un contesto italiano – dice più sui limiti di un metodo importato di peso da un altro paese che sull’assassino stesso.
Un passaggio del dialogo si è soffermato sulla presunta imprevedibilità della violenza. Il “raptus“, ha chiosato l’autore con nettezza, “non esiste“: è un termine da giornali, cancellato da tempo dai manuali diagnostici, perché ogni gesto ha un’origine e dei segnali che lo precedono, anche quando non vengono raccolti. È il caso di Ferdinando Carretta, che uccise i genitori e il fratello nonostante evidenti segnali di disagio psichico mai affrontati per timore dello stigma sociale; o dello stesso Chiatti, i cui genitori trovarono in casa scatole di vestiti per bambini accumulati, ma preferirono portarlo da uno psicologo lontano, a Roma, per non farlo sapere in paese. Lo stesso vale, ha aggiunto, per la violenza domestica: in Italia un omicidio su due avviene in famiglia, e in oltre l’80% dei casi la vittima è donna, ma quasi sempre l’epilogo arriva dopo mesi o anni di violenza fisica o psicologica minimizzata dal contesto sociale – “sono affari loro”. Anche nel caso di Giulia Cecchettin, ha osservato, i segnali – l’ossessione di Filippo Turetta, l’incapacità di accettare la fine della relazione – erano leggibili prima della tragedia, pur in assenza di violenza fisica pregressa.
Al netto delle singole storie, esiste un tratto comune a quasi tutti i serial killer: la volontà di dominio assoluto sull’altro, spesso legata a una repressione sessuale. È il filo che unisce Stevanin, che fotografava le vittime, a Bilancia, che secondo chi ne ha studiato il caso covava un forte senso di inadeguatezza sessuale alimentato dal padre. Le donne, ha ricordato Nazzi, sono la stragrande maggioranza delle vittime proprio per questo: i serial killer donna esistono, ma sono solo il 4-5% del totale e, salvo i rari casi in cui agiscono in coppia con un uomo, di rado hanno una motivazione sessuale. La più nota, in Italia, resta Leonarda Cianciulli, la “saponificatrice di Correggio”, che ricavava sapone dalle ossa delle vittime e – dettaglio meno noto – biscotti dal loro sangue, offerti poi ai vicini di casa.
Non solo delitti d’altri tempi: Vanin ha chiesto a Nazzi un parere sul caso delle sorelle Zani di Temù, condannate per l’omicidio della madre Laura Ziliani, pianificato prendendo ispirazione da serie come “Dexter” e “Breaking Bad” e messo in atto con un muffin drogato e poi con lo strangolamento. Anche qui, secondo Nazzi, a tradire i responsabili furono dettagli quasi grotteschi – tre cellulari nuovi acquistati in fretta e furia per “ripulire” le tracce, con le scatole originali però lasciate in casa. “A volte il male non è nemmeno male”, ha commentato Nazzi, “è semplicemente stupido”.
La chiusura del dialogo si è spostata sul presente. Le tecnologie di sorveglianza – telecamere, tracciamento telefonico, satelliti – hanno cambiato le indagini al punto che, secondo Nazzi, oggi il mostro di Firenze verrebbe individuato in tempi rapidissimi; il caso di Filippo Turetta, tracciato passo passo fino in Austria, ne è la prova più recente. La percentuale di omicidi risolti in Italia, ha detto Nazzi, supera ormai il 90%. Eppure la percezione pubblica resta distorta: gli omicidi in Italia calano ogni anno dal 1990 – da quasi duemila casi l’anno a poco più di 300 – e il nostro resta, insieme a Malta, il paese più sicuro d’Europa per tasso di omicidi, ben al di sotto di Regno Unito, Francia, Germania e paesi nordici, per non parlare di alcune città statunitensi. “Eppure abbiamo la percezione di essere il paese più pericoloso del mondo”, ha osservato, “e non è così”.
A chiudere la serata, un accenno al prossimo lavoro: un libro dedicato alle sètte, tra manipolazione mentale e violenza, a partire da episodi di cronaca recente – come quello di una donna arrestata a Torino che si diceva “creata in laboratorio” e convinceva i suoi adepti di poter intervenire sul loro DNA per guarirli. Un tema che promette di intrecciare, ancora una volta, il racconto del crimine con quello dei meccanismi psicologici che lo rendono possibile.
(Autore: Francesco Bruni)
(Foto e video: Francesco Bruni)
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