Per leggere un grafico sulle emissioni, capire cosa comporta una siccità o orientarsi tra rinnovabili, mobilità elettrica e risparmio energetico servono due cose molto poco scenografiche: comprendere un testo e saper usare i numeri. In Italia, però, alla fine delle superiori più di uno studente su tre arriva con questi strumenti in mano in modo fragile. E la transizione ecologica, senza strumenti, resta un discorso che passa sopra la testa di molti.
È questo uno dei punti che emergono dal Rapporto annuale 2026 dell’Istat. Il rapporto non parla di ambiente in modo specifico dentro il capitolo sulla povertà educativa, ma i numeri mostrano con chiarezza quanto il livello delle competenze, il titolo di studio dei genitori e il territorio continuino a decidere chi parte attrezzato e chi no. E quando si chiede alle nuove generazioni di capire il mondo che cambia, dal clima all’energia, il punto di partenza conta parecchio.
Il 36% arriva alla fine delle superiori con competenze fragili
Il dato più netto è questo: nel 2025 il 36% degli studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado presenta fragilità negli apprendimenti, cioè non raggiunge livelli adeguati in italiano e matematica. L’anno prima era il 33%. Non è un inciampo da poco, perché proprio lì si forma la cassetta degli attrezzi necessaria anche per leggere il presente: dati, percentuali, relazioni tra cause e conseguenze.
C’è poi una quota ancora più critica, pari all’8,7%, che l’Istat definisce in dispersione implicita: ragazzi che sono ancora nel sistema scolastico, spesso arrivano anche al diploma, ma con competenze insufficienti in italiano, matematica e inglese. In pratica, la scuola li trattiene, ma non sempre riesce davvero a portarli dove dovrebbe.
Se poi si guarda ai diversi indirizzi di studio, la distanza si allarga. Negli istituti professionali la fragilità negli apprendimenti sale al 72% e la dispersione implicita al 22,8%. Nei licei classici e scientifici, invece, le quote scendono rispettivamente al 16% e al 2,1%. La transizione ecologica dovrebbe essere una lingua comune. Così rischia invece di parlare dialetti sociali molto diversi.
La geografia della povertà educativa pesa anche sul futuro verde
La frattura passa anche dalla mappa del Paese. Nelle Isole la quota di studenti con competenze fragili arriva al 48,2%; nel Nord-est si ferma al 25,5%. Secondo il modello statistico riportato dall’Istat, vivere nelle Isole è associato a una probabilità di fragilità molto più alta rispetto al Nord e a un rischio di dispersione implicita addirittura undici volte superiore.
Sono associazioni statistiche, non destini individuali. Però il quadro è abbastanza chiaro: il luogo in cui si cresce continua a pesare molto sul tipo di scuola che si frequenta, sui risultati che si raggiungono e, più avanti, sulle opportunità che si aprono. Anche quelle legate ai settori della sostenibilità, dell’energia, della riqualificazione edilizia o dell’innovazione ambientale.
In altre parole, quando si parla di nuove generazioni chiamate a partecipare alla transizione ecologica, non si parte affatto dalla stessa linea. E non basta una lezione sul riciclo o la giornata con il cartellone sulle api per colmare uno scarto così profondo.
Il titolo di studio dei genitori continua a decidere molto
La povertà educativa non nasce solo a scuola. Entra in classe già accompagnata da ciò che c’è fuori. Il rapporto Istat mostra che tra i giovani di 18-24 anni l’abbandono precoce degli studi è sceso all’8,2%, in netto miglioramento rispetto al 22,1% del 2005 e sotto la media europea. Ma la media, da sola, racconta poco.
Tra i giovani i cui genitori hanno al massimo la licenza media, l’abbandono precoce riguarda il 20,7%. Scende al 3,9% se almeno un genitore possiede il diploma e all’1,1% se in famiglia c’è una laurea. Anche la cittadinanza pesa: il valore è del 6,7% tra gli italiani e del 26,2% tra gli stranieri.
Il titolo di studio dei genitori continua inoltre a incidere sul percorso successivo. Nel 2024 possiede un titolo terziario il 31,6% degli italiani tra 25 e 34 anni, ancora lontano dalla media dell’Unione europea, che è al 44,1%. Se si guarda alle discipline STEM, quelle che più spesso incrociano i temi dell’energia, della tecnologia e dell’ambiente, il legame familiare resta forte: tra le giovani donne, è laureata in questi ambiti il 13,7% di chi ha genitori con al massimo la licenza media, quota che sale al 19,5% quando almeno un genitore è laureato.
La sostenibilità, insomma, si presenta spesso come una grande questione collettiva. Ma la possibilità di capirla, studiarla e poi magari trasformarla in lavoro continua ad avere molto a che fare con il contesto familiare.
Una scuola migliore può ridurre lo svantaggio
Nel rapporto c’è però anche un passaggio che merita attenzione. L’Istat osserva che, nel determinare la riuscita scolastica, il contesto medio della scuola e della classe e la qualità dell’ambiente educativo possono pesare più della stessa condizione socioeconomica del singolo studente. Tradotto: una buona scuola può compensare almeno in parte gli svantaggi di partenza, soprattutto nei contesti più difficili.
È un punto tutt’altro che secondario. Se l’Italia vuole davvero formare giovani capaci di orientarsi nella crisi climatica e nelle trasformazioni ambientali, l’educazione allo sviluppo sostenibile non può essere un’aggiunta cosmetica. Deve poggiare su scuole attrezzate, docenti stabili, biblioteche, laboratori, recupero delle competenze di base e ambienti che non lascino indietro chi parte da più lontano.
Nel 2024 la spesa pubblica italiana per l’istruzione è arrivata a 88,95 miliardi di euro, pari al 4% del Pil e all’8% della spesa pubblica complessiva. La spesa per alunno è cresciuta, passando da 6.100 euro nell’anno scolastico 2015/2016 a circa 8.400 euro nel 2023/2024. Il problema è che non basta spendere di più: conta anche dove e come queste risorse incidono sulla qualità reale dell’esperienza scolastica.
Capire l’ambiente richiede prima di tutto competenze
La povertà educativa non riguarda solo il rendimento scolastico. Riguarda la possibilità concreta di stare dentro il mondo. Se una parte consistente dei ragazzi fatica a leggere bene, scrivere bene, ragionare su numeri e dati, anche la partecipazione ai grandi temi del presente diventa più fragile. Ambiente compreso.
Per capire cosa significhi un aumento delle temperature, valutare una promessa sulla decarbonizzazione o distinguere una misura utile da una trovata di facciata servono competenze solide. Non è la parte più seducente del dibattito, ma è quella che tiene in piedi tutto il resto.
L’Istat, con i suoi numeri, ricorda proprio questo: parlare di futuro sostenibile senza affrontare la povertà educativa significa chiedere ai ragazzi di correre con scarpe molto diverse. Alcuni partono già allenati. Altri stanno ancora cercando l’equilibrio. E il futuro, come sempre, non aspetta che tutti abbiano recuperato.
Fonte: Istat
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Ilaria Rosella Pagliaro
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