C’è un’idea che continua a resistere nell’immaginario collettivo: le città più ricche sono anche quelle in cui si vive meglio. Il nuovo Smart City Index 2026, elaborato dal Centro di Ricerca della Rome Business School, la smentisce con una chiarezza quasi scomoda. In cima alla classifica delle venti città italiane analizzate non ci sono Milano, Roma o Torino, ma Trento, con 52,7 punti su 100, seguita da Aosta (51,0) e Bologna (47,5). Le grandi metropoli, quelle che macinano PIL e attirano investimenti, restano più indietro: Milano è nona, Roma tredicesima, Torino undicesima.
Il motivo di questo apparente paradosso è al centro del report, firmato dai professori Francesco Baldi e Valerio Mancini: una città non è “smart” perché ricca o digitalizzata, ma perché riesce a trasformare la propria ricchezza in benessere diffuso. È un cambio di paradigma che i due autori chiamano “geografia della felicità” — l’idea che accanto alla mappa tradizionale della crescita economica se ne stia disegnando un’altra, fatta di aria pulita, tempi di spostamento ragionevoli, case accessibili e servizi che funzionano.
Il paradosso delle metropoli
Il caso più istruttivo è quello di Milano. Nella dimensione Economy è nettamente prima tra tutte le città italiane, con un PIL complessivo superiore a 228 miliardi di euro, un PIL pro capite di circa 52.800 euro e una disoccupazione ferma al 4,3%. Eppure, quando si guarda all’indice complessivo, scivola al nono posto. A pesare sono soprattutto due fattori: l’ambiente, con una concentrazione di PM2.5 tra le più alte del campione, e il costo della vita. Milano è oggi la città italiana più cara: gli immobili superano in molte zone i 7.000 euro al metro quadrato, e l’aumento degli stipendi — pur reale — non è bastato a compensare quello degli affitti. Chi guadagna a Milano, insomma, non necessariamente vive meglio di chi guadagna meno altrove.
Roma racconta una storia simile ma con sfumature diverse. La Capitale dispone di un bacino economico enorme, superiore ai 163 miliardi di euro di PIL, e di un capitale umano di prim’ordine grazie ai suoi atenei. Ma è la mobilità a tradirla: i tempi di spostamento sono tra i più lunghi d’Italia, e le complessità amministrative pesano sulla dimensione della governance. Roma sta provando a correre ai ripari con il Piano Roma Smart City e la Consulta Roma Smart City Lab, un tavolo permanente che dal 2023 riunisce università, imprese e centri di ricerca attorno a undici filoni tematici, dalla mobilità intelligente alla rigenerazione urbana. Ma tradurre le strategie in risultati concreti resta, per ora, la sfida aperta.
La classifica completa
- Trento – 52,7
- Aosta – 51,0
- Bologna – 47,5
- Perugia – 47,3
- Trieste – 47,2
- Padova – 44,6
- L’Aquila – 44,3
- Genova – 43,4
- Milano – 43,3
- Ancona – 41,4
- Torino – 40,2
- Venezia – 39,2
- Roma – 39,0
- Campobasso – 38,7
- Firenze – 36,9
- Cagliari – 36,5
- Potenza – 35,9
- Catanzaro – 30,5
- Palermo – 28,5
- Napoli – 25,5
- Bari – 24,1
Chi vince, e perché
Trento non è prima per caso, il suo punto di forza è un equilibrio raro tra qualità ambientale e qualità della vita: quasi la metà del territorio urbano è verde, la concentrazione di polveri sottili è tra le più basse del Paese, la speranza di vita sfiora gli 85 anni. È la dimostrazione che la “smartness” di una città può nascere non dalla scala produttiva, ma dalla capacità di tenere insieme aria pulita, coesione sociale e buoni servizi.
Subito dietro, in una fascia compresa tra i 43 e i 47 punti, si trovano città molto diverse tra loro — Trieste, L’Aquila, Perugia, Genova — accomunate da un posizionamento intermedio-alto che nasce da equilibri diversi: chi vince sulla vivibilità urbana, chi su condizioni ambientali e sociali favorevoli, chi su una qualità della vita superiore alla media pur con un’economia meno brillante.
Il divario che non si è mai chiuso
Nella parte bassa della classifica si concentrano, quasi in blocco, le grandi città del Mezzogiorno: Napoli, Palermo e Bari chiudono la graduatoria. Qui il ritardo non è mai settoriale ma trasversale — un mercato del lavoro più debole, un rischio di povertà più alto, e soprattutto una governance che arranca: l’utilizzo dei servizi pubblici digitali resta marginale, e il divario con le città leader in questa dimensione è impressionante. Tra Bologna, prima in governance con 72,1 punti, e Potenza, ultima con 5,7, ci sono oltre 66 punti di distanza — la forbice più ampia dell’intero indice.
C’è però un dettaglio che merita di essere raccontato, perché smonta un altro stereotipo: alcune città del Sud, come Potenza e Catanzaro, ottengono risultati sorprendenti proprio nella dimensione ambientale, grazie a una pressione antropica più bassa e a una vivibilità meno congestionata rispetto ai centri del Nord industrializzato. Il ritardo del Mezzogiorno, insomma, non è mai uniforme: è soprattutto un ritardo di capacità amministrativa e di opportunità economiche, non di qualità dell’aria che si respira.
Perché conviene guadagnare meno a Bologna che tanto a Milano
Il report introduce un concetto che vale la pena tenere a mente prima di scegliere dove trasferirsi: il potere d’acquisto reale, cioè quanto un reddito consente effettivamente di comprare una volta scontato il costo della vita. Due persone con lo stesso stipendio possono vivere in condizioni economiche molto diverse a seconda della città. A Bologna, Padova e Torino gli stipendi medi sono leggermente più bassi che a Milano, ma il costo della vita è talmente più contenuto da garantire, a conti fatti, un potere d’acquisto superiore.
Questo meccanismo si intreccia con un fenomeno che il lavoro ibrido ha reso concreto negli ultimi anni: sempre più professionisti scelgono dove vivere non più in base alla vicinanza dell’ufficio, ma in base alla qualità della vita che un territorio offre. È il cosiddetto South Working — chi si trasferisce nel Mezzogiorno mantenendo un impiego al Centro-Nord o all’estero — un fenomeno ancora contenuto nei numeri, ma che segnala un cambiamento più profondo nelle priorità delle persone.
L’Italia vista dall’Europa
Il confronto internazionale ridimensiona anche i migliori risultati italiani. Copenaghen guida la classifica europea con 63,2 punti, un primato costruito non su un singolo indicatore ma su un equilibrio quasi perfetto: oltre il 94% di utilizzo dei servizi pubblici digitali, un PIL pro capite di circa 73.700 euro e una concentrazione di PM2.5 di appena 7 µg/m³. Trento, prima tra le città italiane, si collocherebbe solo a metà classifica europea, in una fascia intermedia vicino a Madrid o Lisbona. Milano, il principale motore economico del Paese, finirebbe addirittura sotto Barcellona: il vantaggio economico, da solo, non basta a compensare le criticità ambientali e abitative.
Il messaggio di fondo del report è netto: la competizione tra territori non riguarda più solo le imprese, ma sempre più le persone. Studenti, ricercatori, professionisti qualificati scelgono dove vivere guardando a un mix di fattori — accessibilità economica, qualità dei servizi, ambiente, sicurezza — che il PIL da solo non riesce più a raccontare. La sfida per le città italiane, avvertono gli autori, non sarà costruire infrastrutture più avveniristiche, ma sanare le disuguaglianze interne: più mobilità sostenibile, più edilizia accessibile, più rigenerazione urbana. Solo così la ricchezza prodotta potrà diventare, davvero, qualità della vita per chi quella città la abita ogni giorno.
Fonte: Smart City Index
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Marco Crisciotti
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