Sono trascorsi tanti anni da quel 14 ottobre 1944, in cui si consumò l’eccidio dei Conti Agosti e dei partigiani che, con loro, furono presi alla sprovvista da un reparto di repubblichini di Conegliano, rinforzato da contingenti fascisti. Eppure Antonia De Nardo, residente a Refrontolo, anche se compirà 99 anni il prossimo dicembre, quella mattina se la ricorda bene, come fosse ieri.
“All’epoca avevo 17 anni e vivevo con la mia famiglia in una casa di via Colvendrame. Come ogni mattina, mi ero svegliata alle 6: avrei dovuto raggiungere a piedi (o in bicicletta, quelle volte in cui non serviva al papà) la piazza di Refrontolo: nel Borgo Regina Elena andavo a imparare a cucire da alcune sarte e lì lavoravo tutto il giorno” la sua premessa.
“Ricordo che quella mattina, che per me era una come tante altre, sentii una sparatoria ma non venni a sapere subito cos’era successo. Quindi mi incamminai e andai a lavorare come sempre – ha raccontato -. Soltanto a mezzogiorno mi dissero cos’era accaduto”.
Era l’alba di quel giorno quando quattro partigiani vennero uccisi in una casera a Refrontolo: si trattava dei fratelli e Conti Giuseppe e Gino Agosti di Mareno di Piave, di Claudio Dal Bo e Gianni De Polo di Vittorio Veneto, tutti appartenenti alla Brigata Piave.
Tramite la soffiata di una spia, vennero trovati nel loro nascondiglio: si trattò di una spedizione punitiva organizzata al seguito di un attentato in cui era rimasto ferito il commissario prefettizio di Conegliano.
Repubblicani e fascisti diedero alle fiamme la casera, i cui resti sono ancora oggi visibili in via dei Patrioti a Refrontolo (resti ribattezzati come Casa dei Patrioti) dove, nel 1971, venne messa una lapide per ricordare quanto avvenuto.
Quel tragico giorno venne dato fuoco alla casera, stalla compresa, dove si trovavano sette partigiani, tre dei quali riuscirono a fuggire, mentre gli altri quattro (quelli già citati) furono costretti a uscire: una volta fuori vennero travolti da una raffica di mitra.
Fu poi don Carlo Ceschin che fece trasportare i corpi dei quattro giovani nella cella mortuaria del cimitero di Refrontolo, per poi farli ricondurre nelle loro zone di origine.
Fatti che sono stati ricordati due anni fa, nel corso di una cerimonia concepita per ricordare e dare omaggio a quei giovani che persero la vita in quel modo.
I ricordi della signora Antonia De Nardo
“Le due sarte da cui lavoravo erano le figlie del portalettere Adamo Bottega il quale, alle 12, raccontò quello che era successo e mi disse di tornare a casa, perché le cose non si mettevano bene – ha raccontato Antonia De Nardo -. E questo feci: mi incamminai verso casa e, tornando indietro, passai di fronte al cimitero di Refrontolo. Lì vidi confusione e c’era la signora Vergani, un’infermiera di Pieve di Soligo, chiamata per pulire i corpi dei ragazzi nella chiesetta del cimitero”.
“Sono andata a casa, ma so che i due giovani di Vittorio Veneto vennero caricati su un camion, per essere riportati a casa: furono coperti con delle cassette da frutta, per evitare pericoli. C’era anche don Carlo Ceschin – ha proseguito -. Ricordo che i Conti Agosti erano i nipoti di Corradini, il medico del paese, scappati da Mareno di Piave, a causa delle rappresaglie: arrivarono quindi a Refrontolo e si nascosero in quella casera”.
Erano anni difficili, dove non c’erano mezzi di comunicazione, ma si veniva a sapere molte cose tramite il passaparola: i tempi di comunicazione, quindi, non erano certamente immediati come oggi.
“All’epoca non c’erano la radio, la televisione e il telefono (si andava al forno, dove ce n’era uno), figuriamoci i giornali: mio padre lo comprava una volta alla settimana, il sabato, quando andava al mercato a Pieve di Soligo – ha ripreso il suo racconto la signora Antonia -. I miei familiari vennero a sapere da me quello che era accaduto: eravamo sette fratelli (cinque femmine e due maschi) e i miei genitori avevano paura, sapendo quello che era accaduto. Erano momenti brutti”.
La stessa via Colvendrame fu anche oggetto di passaggio della Decima Mas: “Volevano sapere dov’era la mulattiera – ha ricordato la signora Antonia -. Una volta lanciarono dei razzi in aria, per illuminare la Vallata, perché cercavano una persona. Bloccavano tutti, quando passavano, e pertanto non c’era la possibilità di avvisarci tra famiglie. Ricordo che dalla chiesa di Refrontolo un tempo si vedeva Solighetto: avevano incendiato tutto”.
Tornando a quel fatidico giorno dell’ottobre 1944, Antonia De Nardo ricorda ancora la paura provata: “Sicuramente tanta, perché era successo un dramma mai accaduto in un paese come il nostro – ha spiegato -. In quel momento, i ragazzi giovani dovettero scappare. I partigiani giravano e la Decima Mas li cercava: era un disastro. Ancora adesso, specialmente quando sono a letto, mi vengono in mente queste cose: ricordo tutto quello che era avvenuto”.
Le voci su come si fosse verificato l’eccidio corsero senza sosta: “Ci raccontarono che della gente aveva sentito i Conti Agosti dire ‘Almeno lasciatene uno dei due per la mamma’ – ha così proseguito il proprio racconto -. Per anni si è parlato di quello che era loro avvenuto, anche a guerra finita. I due fratelli erano venuti a Refrontolo per scappare (a Mareno di Piave la situazione era peggiore) e, invece, trovarono la morte”.
Com’era la vita dei paesani in quegli anni così oscuri? “Cercavamo di fare una vita normale, ma non era una vita tranquilla – ha risposto Antonia -. Ricordo benissimo che, quando finì la guerra, passarono di qui tre autoblindi americani, due diretti a Vittorio Veneto e il terzo a Corbanese: erano pieni dei fiori che la gente lanciava loro“.
“In centro a Refrontolo, di fronte all’asilo c’era invece una colonna di tedeschi in ritirata: all’epoca la via era costeggiata da una fila di alberi di acacia. Ecco, i tedeschi si nascosero sotto quegli alberi, per evitare di essere visti dagli aerei americani che giravano in cielo” ha aggiunto.
A questo punto, Antonia De Nardo ha fatto una riflessione sulla questione del ricordo e della memoria storica: “Quando ci penso, sento un po’ di malinconia – ha ammesso -. In quei momenti e a quell’età non si pensa alla gravità dei fatti che accadono. Credo che sia davvero importante ricordare quello che è successo”.
“Un consiglio ai giovani? Bisogna cercare di vivere la vita in maniera tranquilla che, così, si sta sempre bene”, ha concluso.
(Autore: Arianna Ceschin)
(Foto e video: Arianna Ceschin)
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Arianna Ceschin
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