Il condizionatore d’aria della natura: come le foreste urbane stanno mitigando le ondate di calore in Corea (e quali alberi raffrescano di più)


Ad agosto, sotto le chiome dei boschi urbani di Seoul, i termometri hanno registrato fino a 1,8 °C in meno rispetto alle superfici costruite usate come riferimento. Il fresco proseguiva anche durante la notte, quando cemento e asfalto restituivano lentamente il calore accumulato durante il giorno.

A misurarlo sono stati i ricercatori del National Institute of Forest Science della Corea del Sud, installando sensori di temperatura e umidità in 17 siti della capitale: boschi di conifere, latifoglie e specie miste, parchi alberati, prati e piccole isole verdi circondate dalle strade. I dati descrivono qualcosa di più preciso del consueto “piantiamo alberi perché fa bene”: mostrano che la struttura della vegetazione cambia parecchio il risultato.

I numeri risalgono a uno studio pubblicato nel 2023 su PLOS ONE, tornato a circolare in questi giorni mentre la Corea del Sud affronta nuove ondate di caldo. La ricerca non fotografa quindi l’ultima stagione, ma offre una misura concreta di quanto la struttura del verde urbano possa incidere sulle temperature.

Il prato si scalda, il bosco trattiene il fresco

Le diverse aree verdi non si sono comportate allo stesso modo. Dalla tarda primavera all’autunno, i boschi di latifoglie e quelli misti hanno mostrato una capacità di raffreddamento superiore rispetto alle conifere. Nei mesi estivi queste ultime sono risultate circa 1,2 °C più fresche del riferimento; nei boschi con chiome più varie e sviluppate la riduzione è arrivata più in alto.

Il prato, invece, ha seguito una vita termica piuttosto agitata. Senza alberi a schermare il sole, la temperatura saliva rapidamente dopo l’alba e scendeva altrettanto in fretta dopo il tramonto. Durante le ore più calde offriva quindi molta meno protezione di un’area coperta da chiome.

Anche le aiuole spartitraffico hanno mostrato i propri limiti. Pur ospitando alberi e arbusti, erano circondate da strade e superfici impermeabili e, in diversi periodi dell’anno, hanno registrato temperature persino superiori rispetto alla stazione meteorologica presa come riferimento. Una manciata di verde incastrata nell’asfalto continua a essere una manciata di verde incastrata nell’asfalto.

La differenza si vede bene contando le giornate più roventi. Nei siti monitorati durante l’estate, le giornate con una massima superiore a 33 °C sono state 14 sul prato, 10 nell’isola spartitraffico, 6 presso la stazione di riferimento e 4 nel parco. Nei boschi di latifoglie e in quelli misti ne è stata rilevata una sola.

Sono dati raccolti in luoghi specifici e durante un solo anno di osservazione: non significano che qualsiasi bosco urbano elimini automaticamente tredici giornate di caldo. Rendono però visibile quanto contino copertura, densità delle chiome e contesto circostante.

Come fanno gli alberi a raffreddare l’aria

@Wikimedia Commons

Il primo meccanismo è quello più facile da sperimentare sulla propria pelle: l’ombra. Le chiome intercettano una parte della radiazione solare prima che raggiunga terreno, muri e pavimentazioni, limitando il calore che verrà poi restituito all’ambiente.

Il secondo passa attraverso l’acqua. Con la traspirazione, le foglie rilasciano vapore e utilizzano parte dell’energia presente nell’ambiente per far evaporare quell’acqua. È l’evapotraspirazione, una specie di climatizzatore biologico che funziona meglio quando la vegetazione è sana, dispone di acqua sufficiente e si sviluppa su più livelli.

Per questo i ricercatori indicano come soluzione più efficace una struttura formata da alberi alti, vegetazione intermedia e arbusti. Non una fila ornamentale di tronchi infilati in quadrati di terra secca, dunque, bensì una piccola comunità vegetale capace di ombreggiare, traspirare e proteggere il suolo.

Il vantaggio continua durante le notti tropicali

Nei boschi monitorati la temperatura notturna è rimasta mediamente tra 1,3 e 1,6 °C più bassa rispetto alle infrastrutture grigie durante l’anno. L’effetto estivo risultava leggermente meno marcato, perché anche la vegetazione assorbiva una grande quantità di energia durante il giorno, ma continuava a essere presente.

La differenza riguarda il modo in cui i materiali gestiscono il calore. Strade, edifici e marciapiedi lo immagazzinano e lo rilasciano lentamente dopo il tramonto. Le aree vegetate ne accumulano meno e mantengono oscillazioni più contenute. Un dettaglio rilevante nelle notti tropicali, quando la minima resta sopra i 25 °C e il corpo trova sempre meno ore per recuperare dalla temperatura diurna.

Lo studio non ha misurato ricoveri, mortalità o benefici sanitari diretti, né consente di trasferire esattamente gli 1,8 °C da Seoul a Roma, Milano o Palermo. Clima, disponibilità d’acqua, specie, suolo, dimensioni e forma degli edifici modificano il risultato. Ha misurato però l’aria per un anno intero, nello stesso momento e in diversi tipi di verde urbano, evitando di affidarsi soltanto alle temperature superficiali osservate dai satelliti.

La lezione per le città è piuttosto concreta: contare gli alberi dice poco, se poi vengono piantati isolati, senza spazio per le radici e circondati da superfici roventi. Servono chiome continue, specie adatte, suoli permeabili e acqua sufficiente a mantenerle vive. Il climatizzatore naturale esiste già. Anche questo, però, va progettato e soprattutto annaffiato.

Le foreste urbane sono infrastrutture verdi fondamentali che proteggono i residenti dalle intense ondate di calore estive, con foreste di latifoglie e miste a più strati che dimostrano eccezionali proprietà di raffreddamento”, ha affermato Choi Su-min, ricercatore presso il Centro di ricerca sulle foreste urbane dell’istituto. “In futuro, i pianificatori urbani dovranno integrare attivamente queste specifiche strutture vegetali nella progettazione di parchi e aree verdi cittadine

Fonte: PLOS One

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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