Per quasi trent’anni Timothy Trudeau ha osservato l’industria musicale da ogni prospettiva possibile. Oggi è amministratore delegato di Syntax Creative, società che rappresenta circa 150 case discografiche e un catalogo di oltre 90 mila brani. Considerando l’impatto che l’intelligenza artificiale oggi ha sulla musica, Trudeau ricorda un’altra rivoluzione tecnologica che, a suo tempo, aveva suscitato non poche polemiche. «Quando erano arrivate le drum machine, molti le consideravano il diavolo», racconta il capo della Syntax Creative a Epoch Times Usa. «Eppure sono state poi ampiamente utilizzate nella musica pop degli anni Novanta, anche se all’epoca erano piuttosto controverse» E «lo stesso era accaduto con i sintetizzatori» negli anni 80.
Ma ora l’intelligenza artificiale rappresenta un problema completamente diverso. Se le drum machine e i sintetizzatori hanno letteralmente cambiato il modo di fare musica, l’Ia rischia di trasformarla modificando il modo in cui la musica viene creata, distribuita, promossa e consumata. Le piattaforme di streaming stanno già vivendo un «boom di nuovi contenuti», favorito dal drastico abbassamento dei costi di produzione; un fenomeno iniziato in realtà prima ancora dell’arrivo dell’Ia generativa. Oggi, basta un semplice prompt per creare una canzone completa: a fare le canzoni sono i computer. Il vero problema di oggi è quello di garantire che i veri musicisti continuino a essere ascoltati e tutelati.
In pochi anni la musica generata dall’intelligenza artificiale è passata dall’essere una semplice curiosità a un fenomeno di massa. Quest’anno il 44 per cento dei caricamenti giornalieri su Deezer (circa 75 mila brani al giorno) è musica generata con l’Ia. «La musica generata dall’intelligenza artificiale è ormai un fenomeno diffuso. Per questo, l’intero ecosistema musicale dovrebbe tutelare i diritti degli artisti e garantire trasparenza agli ascoltatori», conferma anche Alexis Lanternier, l’amministratore delegato di Deezer.
L’enorme quantità di contenuti disponibili significa una scelta praticamente illimitata. Ma per gli artisti, e questo vale non solo per i musicisti ma anche per gli artisti digitali, il problema è riuscire a emergere in un contesto in cui produrre qualcosa non è mai stato così semplice. Il problema poi viene aggravato ancora di più dal fatto che la maggior parte degli ascoltatori non riesce a distinguere una composizione realizzata da un essere umano da una creata dall’Ia. Un sondaggio Deezer-Ipsos del 2025, condotto su 9 mila persone in otto Paesi, ha infatti rilevato che il 97 per cento degli intervistati non è riuscito a riconoscere una canzone interamente generata dall’intelligenza artificiale.
«Il pubblico doveva già fare i conti con il predominio delle grandi case discografiche, che hanno sempre promosso principalmente artisti commerciali a discapito di quelli indipendenti», spiega Chad Gerber. «Ora l’enorme quantità di musica generata dall’Ia sta saturando le piattaforme streaming, rendendo ancora più difficile trovare la musica che le persone vogliono davvero ascoltare». Gerber, musicista pluripremiato con dischi d’oro e di platino e fondatore delle società ShadowGen e Meloscene, individua oggi nel mondo della musica tre macro categorie: gli artisti tenuti in piedi dalle Case discografiche, i pezzi generati dall’Ia e gli artisti indipendenti.
La musica creata dall’Ia potrebbe diventare sempre più «conveniente» agli occhi delle piattaforme streaming, e questo significa che gli artisti indipendenti saranno i primi a «essere esclusi». Gerber racconta di aver già sperimentato personalmente le conseguenze della musica Ia: «io ho perso lavoro perché produttori ed etichette oggi possono semplicemente chiedere tutto all’intelligenza artificiale risparmiando tempo e denaro».
Le piattaforme di streaming, comunque, stanno già adottando diverse soluzioni. Spotify ha imposto delle norme per contrastare l’impersonificazione degli artisti, bloccare lo spam e richiedere informazioni sull’uso dell’intelligenza artificiale nei metadati delle pubblicazioni. Deezer, invece, richiede la dichiarazione esplicita dei contenuti generati dall’Ia e utilizza strumenti specifici per individuarli.
Secondo il sondaggio Deezer-Ipsos, l’80 per cento degli intervistati ritiene che la musica interamente prodotta dall’intelligenza artificiale debba essere chiaramente identificata.
Ma il problema non è soltanto quello della trasparenza: con l’aumento della quantità di contenuti prodotti dal computer, cresce ulterioremente l’omologazione della musica. «Molti modelli di Ia ormai vengono addestrati con musica a basso costo e questo finirà inevitabilmente per impoverire la scrittura musicale», osserva Michael D’Oliveiro, autore di The Streaming Media Guide; il risultato sarà un vero e proprio annacquamento dei contenuti. I pezzi generati dall’Ia dovrebbero quindi essere chiaramente indicati affinché gli utenti possano scegliere di escluderli dalle proprie preferenze.
Molti analisti sostengono che questi sistemi vengono addestrati su opere già esistenti e tendono quindi a riprodurne schemi e strutture. Lo confermano i dati. Uno studio pubblicato da Luminate mostra una crescente disapprovazione degli americani nei confronti della musica creata dall’Ia. Il 29 per cento degli intervistati ha dichiarato che è «molto meno interessato» ad ascoltare musica prodotta dall’intelligenza artificiale, mentre il 35 per cento si è detto «disturbato» all’idea di una canzone generata dall’Ia nello stile di un artista umano.
Secondo Nathan Green, amministratore delegato di New Level Radio, la diffusione della musica generata dall’Ia potrebbe avere effetti significativi anche sulla remunerazione degli artisti. «L’enorme quantità di brani prodotti dalle macchine rischia di danneggiare il meccanismo del diritto d’autore, riducendo drasticamente i compensi».
E si sta creando una specie di selezione algoritmica da cui emerge soprattutto chi è capace di sfruttare meglio gli strumenti di intelligenza artificiale, mentre i veri e propri artisti meno conosciuti fanno sempre più fatica a ottenere visibilità. Nel modello adottato dalla maggior parte delle piattaforme, infatti, tutti i ricavi dello streaming confluiscono in un unico fondo che viene poi ripartito in base al numero complessivo di ascolti. E con milioni di brani generati artificialmente i musicisti sono quindi obbligati a condividere la stessa quota di ricavi con una quantità crescente di contenuti prodotti dai computer. Per questo motivo alcune piattaforme, come Tidal, hanno deciso di escludere dai pagamenti dei diritti d’autore la musica interamente generata dall’Ia. L’obiettivo, spiega Tidal, è garantire che i diritti d’autore continuino ad andare «a opere originali, scritte ed eseguite da persone».
Gli esperti del settore concordano su un punto: realizzare grande musica richiede sempre l’essere umano capacità di scrivere e rifinitura del suono. Le produzioni interamente generate dall’Ia spesso mancano di dinamica e intenzione emotiva». Ai veri artisti resta poi ancora un grande vantaggio: esibirsi dal vivo; cosa che, almeno per ora, l’intelligenza artificiale non può ancora fare.
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redazione eti/Autumn Spredemann
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