Dietro un filetto di salmone o una confezione di pesce acquistata al supermercato c’è una filiera molto più complessa di quanto immaginiamo. L’idea che il pesce allevato possa essere automaticamente una scelta più sostenibile rispetto alla pesca tradizionale si scontra infatti con una dura realtà dove a pesare sono impatto ambientale degli allevamenti, gestione degli antibiotici e difficoltà di sapere con precisione da dove arriva il prodotto.
È proprio questa zona d’ombra della filiera ittica che il Coller FAIRR Seafood Index ha cercato di mettere sotto la lente, analizzando le strategie delle più grandi aziende mondiali del settore.
Si tratta del primo strumento globale di valutazione dedicato alle aziende del comparto ittico e dell’acquacoltura, pubblicato da FAIRR Initiative. Parliamo di un benchmark, cioè un parametro di confronto che permette di misurare e mettere a paragone le aziende sulla base di criteri comuni. In questo caso sono state analizzate 20 tra le maggiori aziende quotate al mondo che operano nel settore seafood, valutando quanto siano preparate ad affrontare i rischi ambientali, sociali e legati alla filiera produttiva.
Da specificare subito che l’indice nasce come strumento per gli investitori e non come una classifica dei prodotti da acquistare o evitare. FAIRR precisa infatti che il punteggio assegnato alle aziende misura la maturità delle strategie messe in campo per affrontare rischi e opportunità ambientali e sociali, non rappresenta una valutazione assoluta della sostenibilità delle loro attività.
Le aziende sono state valutate su 16 diversi temi considerati rilevanti per il futuro del settore ittico: dall’inquinamento alle emissioni di gas serra, passando per l’impatto sugli ecosistemi marini, la sicurezza alimentare, il benessere degli animali allevati, la gestione degli antibiotici e la tracciabilità dei prodotti ittici. L’analisi ha preso in considerazione anche aspetti sociali, come il rischio di lavoro forzato e la tutela dei diritti dei lavoratori, oltre alla capacità delle aziende di sviluppare forme di acquacoltura considerate più sostenibili.
Per elaborare l’indice, FAIRR ha analizzato le informazioni pubbliche disponibili presso le aziende, tra cui report di sostenibilità, politiche aziendali, comunicazioni ufficiali e altre fonti di dati, valutando non solo gli impegni dichiarati ma anche la capacità delle società di tradurli in azioni concrete.
E il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante.
Le aziende analizzate
Il report ha preso in esame 20 grandi gruppi internazionali quotati in borsa che operano nella filiera dei prodotti ittici, dalla pesca all’allevamento, dalla produzione di mangimi alla trasformazione e distribuzione. Nell’elenco figurano alcune delle principali aziende mondiali del settore, tra cui gruppi norvegesi specializzati nel salmone come Mowi, Bakkafrost, SalMar, Grieg Seafood e Lerøy Seafood Group, società asiatiche come Thai Union Group, Nissui Corporation e Kyokuyo, oltre a grandi operatori occidentali come Sysco Corporation e Nomad Foods.
Tra le aziende analizzate ci sono anche nomi che possono essere più familiari ai consumatori italiani. Mowi, ad esempio, è presente sul mercato italiano con prodotti a base di salmone ed è risultata l’azienda con il punteggio complessivo più alto nell’indice FAIRR, con 57 punti su 100. Un primato che però non equivale a una promozione: anche il gruppo in cima alla classifica resta sotto la soglia dei 60 punti, ovvero la sufficienza.
Thai Union Group, attiva nella filiera dei prodotti ittici trasformati, ha ottenuto un punteggio complessivo di 35/100, mentre Nomad Foods, gruppo europeo dei surgelati presente anche in Italia, ha raggiunto 26/100.
Il punto più critico: l’inquinamento
Tra gli aspetti analizzati, quello ambientale è risultato uno dei più problematici. Nel complesso, le aziende valutate hanno ottenuto un punteggio medio di 25 su 100 per la gestione dei rischi ambientali, mentre le tematiche sociali hanno raggiunto una media un po’ più alta, pari a 39 su 100.
A pesare maggiormente è il tema dell’inquinamento, che rappresenta l’area con il punteggio più basso dell’intero indice: appena 19 punti su 100. In questa categoria rientrano diverse problematiche legate alle attività ittiche, dagli scarichi degli allevamenti di salmoni ai rifiuti prodotti dagli impianti in mare, fino alla possibile contaminazione chimica associata alle attività di pesca.
Un altro aspetto considerato dall’indice riguarda le materie prime utilizzate nella filiera dell’acquacoltura. FAIRR ha valutato anche la sostenibilità degli ingredienti impiegati nei mangimi per i pesci allevati, oltre ai rischi legati alla deforestazione e alla conversione degli ecosistemi. Sono elementi importanti perché la produzione di mangimi rappresenta una parte significativa dell’impatto ambientale associato ad alcuni sistemi di allevamento ittico.
Sicurezza alimentare, antibiotici e benessere animale
La sicurezza alimentare ha raggiunto un punteggio medio di 43 su 100. Peggio sono andati altri ambiti collegati alla produzione ittica: la gestione degli antibiotici si ferma a 27 su 100, mentre il benessere animale raggiunge appena 26 su 100.
Questi aspetti riguardano soprattutto la capacità delle aziende di prevenire e gestire rischi legati alle modalità di allevamento, alla salute degli animali e alla qualità delle produzioni.
La tracciabilità del pesce
Un’altra area su cui il settore mostra molti margini di miglioramento è la tracciabilità. Le aziende analizzate hanno ottenuto in media 27 punti su 100 nella capacità di seguire il percorso dei prodotti ittici lungo la filiera.
Questo significa che rimangono difficoltà nel garantire informazioni complete e trasparenti su aspetti fondamentali come l’origine del pesce, la specie commercializzata e il metodo di produzione, elementi sempre più importanti per consentire ai consumatori scelte consapevoli.
Poche strategie per sviluppare un settore ittico più sostenibile
Tra i punteggi più bassi dell’intero indice c’è infine quello relativo alle opportunità future: le aziende hanno ottenuto in media appena 11 punti su 100 nella capacità di sviluppare nuovi modelli produttivi più sostenibili.
Secondo l’analisi, molte società continuano a concentrarsi soprattutto sui modelli tradizionali, come la pesca esistente e l’allevamento di specie molto diffuse come salmone e gamberi. Risultano invece ancora poco sviluppate alternative come l’acquacoltura non alimentata, cioè l’allevamento di specie come cozze, ostriche e alghe che non richiedono mangimi esterni perché ricavano i nutrienti direttamente dall’ambiente circostante.
Fonte: FAIRR
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Francesca Biagioli
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