rischio infezioni per pazienti anziani


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Le infezioni correlate all’assistenza causano 11.000 decessi l’anno e 800 milioni di euro di costi aggiuntivi per il Servizio Sanitario Nazionale. I pazienti anziani e cronici sono i più esposti, mentre il 70% degli edifici sanitari ha oltre cinquant’anni. Una nanotecnologia italiana propone una via di intervento non invasiva

Negli ospedali, secondo l’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc), si registrano ogni anno nell’Unione europea oltre 3,5 milioni di casi di infezioni correlate all’assistenza (Ica), responsabili di più di 90.000 decessi.

Il 71% delle infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici è riconducibile proprio a queste infezioni, con un impatto sanitario complessivo che supera quello di malattie come influenza e tubercolosi.

A pagare il prezzo più alto sono i pazienti con deficit immunitario o affetti da patologie croniche, categoria in cui rientra buona parte della popolazione anziana ricoverata.

È qui che il tema incontra direttamente la questione demografica: un sistema ospedaliero pensato per curare si trasforma, in assenza di adeguati presidi ambientali, in un fattore di rischio aggiuntivo proprio per chi è già più vulnerabile.

La scala del fenomeno in Italia

In Italia, secondo il XV Rapporto MedMal Marsh, si contano circa 430.000 casi di Ica l’anno, oltre 11.000 decessi e costi aggiuntivi stimati in 800 milioni di euro per il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn).

Cifre determinate soprattutto dal prolungamento delle degenze e dalla necessità di trattamenti supplementari.

Un quadro che, secondo lo studio Air Pollution in Hospitals: A Critical Public Health Emergency and Strategies for Improving Indoor Air Quality and Patient Safety, pubblicato sulla rivista Health Providers, configura l’inquinamento dell’aria ospedaliera come un’emergenza di salute pubblica globale, non circoscritta al contesto italiano.

Nel Regno Unito, una ricerca commissionata dalla British Lung Foundation ha rilevato che un ospedale su quattro sorge in aree che superano i limiti di sicurezza per la qualità dell’aria, con un potenziale risparmio stimato in tre miliardi di sterline l’anno per il National Health Service qualora si intervenisse in modo sistematico.

Il paradosso terapeutico nei reparti di degenza

Lo studio Indoor Air Quality in Inpatient Environments: A Systematic Review on Factors that Influence Chemical Pollution in Inpatient Wards, pubblicato sul Journal of Healthcare Engineering e basato sull’analisi di 483 lavori scientifici in circa trent’anni, individua un dato rilevante: il rapporto Indoor/Outdoor (I/O) nei reparti di degenza è sistematicamente superiore a quello registrato all’esterno, in particolare per i Composti Organici Volatili (Voc).

Il fenomeno nasce da un paradosso terapeutico: per garantire l’igiene si impiegano dosi massicce di disinfettanti industriali che rilasciano etanolo e isopropanolo, mentre l’attività clinica immette nell’aria gas anestetici e gas medici, come il protossido di azoto o il sevoflurano, che tendono a ristagnare negli ambienti chiusi.

Aria stagnante e superfici non trattate, oltre a pratiche scorrette, possono diventare secondo Angelo Del Favero, consigliere delegato per la ricerca e sviluppo di REair e già direttore generale dell’Istituto Superiore di Sanità, il principale veicolo di trasmissione per bioaerosol e patogeni.

Un patrimonio edilizio che invecchia insieme ai pazienti

Circa il 70% del patrimonio ospedaliero italiano è costituito da edifici con oltre cinquant’anni di vita, non sempre adattabili con interventi strutturali complessi.

Questo dato colloca il tema della qualità dell’aria interna nello stesso perimetro delle sfide dell’aged economy: strutture datate, popolazione che invecchia, risorse pubbliche limitate.

In un sistema sanitario sotto costante pressione assistenziale, la facilità di implementazione di eventuali soluzioni diventa un requisito strategico tanto quanto la loro efficacia clinica.

Interventi che richiedono opere edilizie estese risultano spesso incompatibili con i tempi e i budget delle strutture esistenti.

La risposta della nanotecnologia fotocatalitica

In questo scenario si inserisce REair, realtà italiana specializzata in eco-tecnologie per la depurazione indoor e outdoor, con la sua nanotecnologia fotocatalitica eCoating.

A differenza della sanificazione tradizionale, che agisce periodicamente e solo sulle superfici accessibili richiedendo personale dedicato ed energia, il rivestimento trasparente brevettato agisce in modo passivo e continuativo, trattando anche le superfici difficilmente raggiungibili e l’aria circostante senza costi operativi aggiuntivi.

All’interno della gamma eCoating, la formulazione registrata come Presidio Medico Chirurgico (PMC n. 21168) è già stata testata in strutture come il Policlinico di Milano e l’Asfo di Pordenone, con un’attività biocida che abbatte il 99,9% della carica batterica sulle superfici trattate.

La tecnologia può integrarsi con soluzioni già diffuse, come la ventilazione meccanica controllata e i sistemi di filtrazione Hepa (High Efficiency Particulate Air): a differenza di questi ultimi, il fotocatalizzatore non si esaurisce con l’uso, ma resta attivo per anni senza necessità di sostituzione.

Verso ospedali infection resilient

Il tema, tuttavia, non si esaurisce nell’adozione di una singola tecnologia. Gli esperti di REair indicano la necessità di superare il falso dualismo tra aria e superfici, integrando il monitoraggio continuo di parametri come CO2, particolato, temperatura e umidità con protocolli di sanificazione capaci di agire anche nelle aree meno accessibili, dai controsoffitti ai vani tecnici.

La direzione indicata è quella degli ospedali infection resilient: strutture progettate non solo per rispondere alle emergenze, ma per ridurre in modo continuativo il rischio infettivo nella pratica clinica quotidiana.

Per un sistema sanitario che deve fare i conti con un’utenza sempre più anziana e un patrimonio edilizio sempre più datato, la qualità dell’aria si candida a diventare un indicatore strutturale della sostenibilità delle cure, tanto quanto lo sono oggi i tempi di attesa o i tassi di occupazione dei posti letto.

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 Redazione Green Planner

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