Con il prezzo della benzina tornato sopra i 90 centesimi al litro negli Stati Uniti, la domanda che sorge spontanea è se il petrolio stia davvero finendo. Il greggio viaggia oggi intorno ai 90 dollari al barile, con un aumento del 50 per cento rispetto al minimo di gennaio, quando era sceso a 60 dollari. Un incremento che può sembrare impressionante, ma che, se osservato in prospettiva storica, assume contorni molto meno drammatici.
Il prezzo medio annuo più elevato mai raggiunto dal petrolio è stato di 111,67 dollari al barile nel 2012. La vera anomalia si era verificata invece nel 1974, in seguito all’embargo petrolifero imposto dall’Opec: in un solo anno, il prezzo del greggio era aumentato del 252 per cento, passando da 3,29 a 11,58 dollari al barile. Se oggi si verificasse una cosa simile, il prezzo del petrolio arriverebbe a circa 295 dollari al barile. Potrebbe accadere, ma resta comunque improbabile.
Il futuro, infatti, non è determinato soltanto dagli scenari peggiori, ma dalle probabilità, dagli incentivi e, soprattutto, dall’ingegno umano. C’è però un altro modo, forse più significativo, per valutare il costo del petrolio. I prezzi espressi in dollari rappresentano infatti soltanto metà dell’equazione. La domanda più importante non è necessariamente “quanto costa un barile di petrolio”, ma piuttosto: “quanto tempo va impiegato per comprarne uno”. Per rispondere, bisogna confrontare il prezzo del petrolio con i salari orari. La retribuzione degli operai americani, considerando salari e benefit, è aumentata del 326 per cento dal 1980. Dividendo quindi il prezzo del petrolio per la retribuzione oraria, è possibile trasformare il suo costo monetario in un costo espresso in tempo: il numero di ore di lavoro necessarie per guadagnare abbastanza da acquistare un barile di greggio.
È proprio il prezzo espresso in valore temporale a offrire una prospettiva diversa sull’andamento del petrolio. Nel 1900, un barile costava appena 1,19 dollari. Ma gli operai guadagnavano soltanto 14 centesimi all’ora. Per acquistare un barile erano quindi necessarie circa 8,5 ore di lavoro. In altre parole, nel 1900 il petrolio costava molto meno in termini monetari, ma era molto più caro in termini di tempo. Il prezzo in tempo era sceso progressivamente fino ad arrivare a sole 0,46 ore nel 1970. Poi era arrivata l’Opec, e entro il 1980, il costo del petrolio era tornato a superare le quattro ore di lavoro. Il dato era poi nuovamente sceso, arrivando a 0,7 ore nel 1998, prima di risalire fino a 4,14 ore nel 2011. Oggi il prezzo in tempo si colloca appena sopra le due ore, quasi la metà del picco raggiunto nel 2011.
Ancora più significativo del prezzo attuale è ciò che emerge dal mercato dei futures. Il prezzo spot ci dice quanto costa il petrolio oggi. I prezzi dei futures, invece, forniscono un’indicazione su dove il mercato ritiene che il prezzo possa dirigersi in futuro. C’è una differenza importante rispetto alle previsioni degli analisti televisivi: chi opera sul mercato dei futures mette in gioco il proprio denaro e sostiene economicamente le proprie previsioni. Ma l’ingegno umano non contribuisce a creare abbondanza soltanto attraverso la scoperta di nuove riserve di petrolio. Lo fa anche permettendo di ottenere più risultati ma sempre con la stessa quantità di carburante.
Un esempio evidente è quello delle automobili. Nel 1980, l’auto più venduta negli Stati Uniti era la Oldsmobile Cutlass, che percorreva in media circa tra i 6 e gli 8 chilometri al litro in città e tra i 9 e i 12,5 chilometri al litro su strade extraurbane. Nel 2025, invece, il veicolo a due ruote motrici più popolare era la Honda CR-V. La versione a benzina raggiunge in città 11 chilometri al litro e mentre quella ibrida arriva fino a 19 chilometri al litro. Si tratta di un miglioramento del 100 per cento nell’arco di 45 anni. Gli ibridi, in particolare, sono particolarmente efficienti nella guida urbana perché fanno maggiore affidamento sul motore elettrico, recuperano energia attraverso la frenata rigenerativa e spengono il motore a benzina quando il veicolo è fermo.
Il confronto tra il 1980 e oggi diventa ancora più significativo mettendo insieme il costo del petrolio e l’efficienza dei veicoli. Nel 1980, un operaio doveva lavorare più di quattro ore per guadagnare abbastanza da acquistare un barile di petrolio, mentre l’automobile media percorreva circa 8 chilometri al litro. Oggi, lo stesso barile richiede appena 2,15 ore di lavoro, mentre un moderno veicolo ibrido può percorrere circa 17 chilometri al litro. Combinando questi due progressi, emerge che ogni ora di lavoro consente oggi di acquistare 3,72 volte più “trasporto” rispetto al 1980.
Ma l’efficienza dei motori è soltanto una parte della storia. Anche le automobili stesse sono diventate più accessibili rispetto al reddito dei lavoratori. La vera sorpresa, infatti, non è che le automobili moderne costino più dollari. È che, in termini di tempo di lavoro necessario per acquistarle, siano diventate meno costose. Un lavoratore di oggi ha bisogno di 41 ore di lavoro in meno per guadagnare abbastanza da acquistare una nuova Honda CR-V rispetto alle ore che un lavoratore del 1980 doveva impiegare per acquistare una nuova Oldsmobile Cutlass.
Secondo J.D. Power, nel 1980 la Cutlass veniva venduta a 6 mila 735 dollari. Poiché il Bureau of Labor Statistics indicava per gli operai una retribuzione di 6,82 dollari all’ora, il prezzo della vettura equivaleva a circa 988 ore di lavoro.
Oggi, una Honda CR-V parte da circa 31 mila 500 dollari. Con una retribuzione oraria degli operai pari a 33,28 dollari, il suo prezzo in termini di tempo è di circa 947 ore. Nonostante sia molto più sicura, affidabile ed efficiente nei consumi, oltre a offrire tecnologie che nel 1980 sarebbero state difficili persino da immaginare, la CR-V moderna richiede quindi circa il 4 per cento in meno di tempo di lavoro rispetto a quello necessario per acquistare una Cutlass nel 1980.
Gli Stati Uniti hanno contribuito ad alimentare la crescita energetica del mondo garantendo ai propri cittadini libertà e diritti di proprietà, creando così le condizioni per scoprire nuova conoscenza e trasformarla in innovazione. Quella libertà ha permesso di accedere a nuove riserve di petrolio. Non perché la Terra abbia improvvisamente iniziato a produrre più petrolio, ma perché l’ingegno umano ha sviluppato gli strumenti e le conoscenze necessari per individuare ed estrarre risorse che in passato erano considerate irraggiungibili.
Il rapporto tra conoscenza ed energia è un circolo virtuoso. Una maggiore conoscenza ci permette di accedere a una quantità maggiore di energia; una maggiore disponibilità di energia, a sua volta, ci fornisce le risorse necessarie per produrre ancora più conoscenza. Ogni nuovo pozzo petrolifero rappresenta quindi anche una nuova fonte di conoscenza in campi come la geologia, l’ingegneria, la scienza dei materiali e l’imprenditorialità.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Giacomo Gallo
Source link



