Il vero motore silenzioso del declino è demografico. Purtroppo ha anche un volto giovane. Tra il 2015 e il 2025 la Ciociaria ha perso 19.821 residenti nella fascia 15-34 anni, pari a una diminuzione del 17,9%: un dato che colloca Frosinone al decimo posto in Italia tra le province per contrazione percentuale della popolazione giovanile, davanti a molti territori del Mezzogiorno tradizionalmente segnati dallo spopolamento. Incrociando i dati Istat con il bollettino Excelsior di Unioncamere, un’altra lettura piazza la provincia al nono posto nazionale per perdita di under 35. Non è solo questione di nascite. È fuga. Queste tessere del famoso “puzzle” sono nere, il colore dell’assenza di luci per la provincia che, appunto, si svuota.
Nella Ciociaria interna, la vicinanza a Roma agisce da valvola ambivalente. Da un lato offre uno sbocco occupazionale e universitario a portata di pendolarismo; dall’altro trasforma il territorio in un’area-dormitorio, che esporta capitale umano qualificato verso la capitale senza trattenerne il valore aggiunto. Il pendolare quotidiano su Roma è la figura sociale tipica di quest’area.
Nel Cassinate, la dinamica è diversa e più drammatica nella fase attuale. La presenza dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale (Unicas) ha storicamente trattenuto e attratto giovani, costituendo un presidio di capitale umano. Ma la crisi dell’automotive sta spezzando il patto generazionale su cui il territorio si reggeva: il posto in fabbrica, che per cinquant’anni ha permesso ai figli di restare, non c’è più. L’emigrazione dal Cassinate assume così i tratti classici dell’esodo da crisi industriale — verso il Nord del Paese e verso l’estero — mentre quella dalla Ciociaria interna ha più la forma della gravitazione metropolitana su Roma.
Dal pendolarismo verso Roma fino all’esodo dopo il crollo dell’automotive
Ma non è migliore la situazione a Sora e nell’intero comprensorio del Sorano che vivono uno scenario di profonda sofferenza giovanile. Il capoluogo del Liri, quarta città della provincia di Frosinone per popolazione, sta assistendo a una vera e propria emorragia di capitale umano. A partire sono sia i neo-laureati in cerca di valorizzazione professionale sia i giovani privi di titolo accademico ma impossibilitati a trovare un’occupazione stabile sul territorio che ha visto scomparire l’industria dei fasonisti, assottigliarsi la presenza del Cartario, indebolire anche la storica presenza commerciale.
I dati definitivi Istat sul 2025 fotografano una provincia di Frosinone scesa a 460.266 abitanti, con quasi 2.400 residenti persi in un solo anno: la flessione più pesante del Lazio, mentre Roma e Latina crescono. Il saldo naturale è drammatico — nel 2025 si contano circa 5.568 decessi contro 2.395 nascite — ma è la mobilità a certificare il malessere economico: il saldo migratorio interno è negativo (circa -700 residenti verso altre province italiane nel 2024), e solo l’immigrazione dall’estero attenua parzialmente la perdita. Frosinone è al tempo stesso la provincia del Lazio con la più bassa incidenza di stranieri residenti (5,5%, contro il 12,4% di Roma), segno di un territorio poco attrattivo tanto per chi ci nasce quanto per chi arriva.
Il circolo è vizioso e le cause, come hanno più volte segnalato osservatori e sindacati, sono note: precarietà lavorativa, scarsa attrattività dei contratti offerti, costo della vita, carenza di servizi. I giovani qualificati considerano le offerte locali inadeguate o troppo precarie e preferiscono emigrare verso le aree metropolitane del Nord o all’estero. Meno giovani significa meno nascite, che significa ulteriore spopolamento. Le proiezioni parlano di una provincia sotto i 390.000 abitanti entro il 2050.
Stellantis, grande stabilimento fermo e non si sa se e quando ripartirà
Se c’è un luogo dove tutto questo si tocca con mano, è lo stabilimento Stellantis di Cassino, con i suoi circa 2.130 addetti e un indotto che moltiplica quel numero. Il 2025 è stato definito, dagli stessi sindacati, l’anno peggiore della storia del sito. E il 2026 rischia di essere ancora peggiore. Nel primo trimestre dell’anno la produzione è crollata di oltre il 37% rispetto allo stesso periodo del 2025, con meno di 3.000 vetture uscite dalle linee; nel primo semestre il calo è stato del 36,2%, in netta controtendenza rispetto agli altri impianti italiani del gruppo (Mirafiori e Melfi) che invece hanno ripreso a fare produzione grazie alla nuova 500 e alla Jeep Compass.
Le previsioni sindacali parlano di meno di 18.000 vetture prodotte nel 2025 e non oltre 13.000 Alfa Romeo nel 2026. Sulle linee di Cassino oggi ci sono il SUV Maserati Grecale e le Alfa Romeo Stelvio e Giulia; il futuro è legato al rilancio — tutto da verificare — del marchio Maserati, in un segmento premium che non brilla per vendite. Il paradosso che i sindacati denunciano è tanto semplice quanto amaro: mentre il gruppo Stellantis chiude il secondo trimestre 2026 con ricavi netti in crescita del 13% (43,5 miliardi di euro), e mentre all’Investor Day tutti gli stabilimenti del mondo ricevono una “missione produttiva”, Cassino resta l’unico impianto senza prospettiva definita.
Il coordinatore nazionale Fiom-Cgil ha bollato come “inaccettabile” il rinvio a fine anno di ogni decisione sul sito: significa costringere i lavoratori a continuare in cassa integrazione, con giornate di CIG che in alcuni periodi hanno superato quelle lavorate. Il CEO Antonio Filosa, in audizione alla Camera, ha rassicurato che Cassino e Maserati non sono in vendita e che nessuno stabilimento è a rischio chiusura, nell’ambito del piano globale Fastlane 2030. Ma sulla fabbrica ciociara, per ora, cala il silenzio.
Quel circolo infernale in cui il territorio è entrato chiedendo “l’elemosina”
E c’è l’indotto, la parte più fragile della catena. La riduzione dei volumi e lo spostamento all’estero di alcune attività stanno già producendo licenziamenti e cassa integrazione strutturale lungo tutta la filiera. “Negli anni ’70 e ’80 avevamo un’attenzione massima sia all’industria automobilistica e alle sorti produttive degli stabilimenti, sia al problema del trasporto pubblico. Oggi la politica industriale è regredita, regredita, regredita fino a scomparire del tutto. Oggi siamo al chiedere l’elemosina: i sindacati locali chiedono elemosina, lo stesso Governo centrale chiede elemosina al gruppo Stellantis, e stiamo in un circolo infernale da cui non so francamente come se ne potrà uscire”, commenta amaramente Francesco Di Giorgio, studioso, saggista ex segretario Flm durante gli anni di piombo.
C’è poi una vertenza che, più di ogni altra, racconta il tradimento di una promessa. La Saxa Grestone di Roccasecca era nata nel 2018 sulle ceneri della ex Ideal Standard, riconvertita — sotto la guida dell’imprenditore Francesco Borgomeo — in fabbrica per la produzione di sampietrini “green” in gres porcellanato. Era stata raccontata come un modello nazionale di economia circolare, il simbolo della rinascita industriale del territorio. Quel sogno, quasi dieci anni dopo, si è trasformato in un incubo. Il 30 luglio 2026 il Tribunale di Roma ha dichiarato la liquidazione giudiziale unitaria di Saxa Grestone (Roccasecca), Saxa Gres (Anagni) e Saxa Gualdo (Gualdo Tadino, in Umbria).
Saxa Grestone, le 203 famiglie finite al centro delle macerie del Cassinate
In ballo nel sito cassinate ci sono circa 200 posti di lavoro. La procedura — che ha sostituito il vecchio fallimento — sottrae la gestione alla precedente proprietà e la affida al controllo del Tribunale. Al centro delle contestazioni sindacali c’è il ruolo del fondo britannico Xeta Investment, che nel settembre 2025 aveva rilevato i siti presentandosi come il soggetto capace di rilanciare il progetto con circa 15 milioni di investimenti: risorse che, secondo la Filctem Cgil Lazio, non si sarebbero mai concretizzate (“promessi milioni, casse vuote”). Per i 203 dipendenti la vicenda è ormai una lunga sospensione fatta di impianti fermi, cassa integrazione prorogata di mese in mese e prospettive sempre più incerte.
Il sindaco di Roccasecca, Giuseppe Sacco, ha parlato di “fallimento del tavolo di crisi”. Il MIMIT ha avviato le interlocuzioni con i curatori per cercare un nuovo acquirente e attivare gli ammortizzatori grazie all’esercizio provvisorio. Duecento stipendi che, in un Cassinate già messo in ginocchio dall’automotive, pesano come un macigno. “il finale era facilmente prevedibile – chiosa dai banchi dell’opposizione consiliare roccaseccana, Bernardo Forte – la minoranza del comune aveva avvisato in tempi non sospetti agli enti preposti la scarsa trasparenza delle trattative e non bisognava più prendere tempo. Difendere diritti e dignità dei lavoratori è un dovere di tutti. La politica faccia finalmente la propria parte. Il territorio non può e non deve mancare appuntamenti importanti dove c’è in gioco il futuro di 200 famiglie”.
(2. Continua. La prima parte è stata pubblicata il 13 agosto) – LEGGI QUI
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Stefano Di Scanno
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