Iran, petrolio, sanzioni e missili: settant’anni di commercio con l’Italia. Da Mattei a Hormuz. INFOGRAFICA


RomaIran, petrolio, sanzioni e missili: settant’anni di commercio con Italia. Da Mattei a Hormuz. INFOGRAFICA

Da Mattei alla guerra del 2026, la parabola di una relazione economica che ha attraversato rivoluzioni, embarghi e ora un conflitto aperto

C’è un filo che lega la Roma del dopoguerra alla Teheran sotto le bombe del 2026: è il filo del petrolio, e passa attraverso settant’anni di accordi, rotture, riaperture e nuove chiusure tra Italia e Iran. Pochi rapporti bilaterali italiani hanno conosciuto oscillazioni così ampie — da terzo mercato di sbocco al mondo per il greggio iraniano a partner quasi irrilevante, nel giro di un decennio.

ITALIA-IRAN, RAPPORTI COMMERCIALI. INFOGRAFICA

IL PATTO CHE SFIDÒ LE SETTE SORELLE (1957)

Tutto comincia con Enrico Mattei. Nel 1957 l’ENI, guidata dal fondatore stesso, propose all’Iran uno schema contrattuale mai visto: al posto della tradizionale spartizione al 50% dei profitti petroliferi tra compagnia straniera e paese produttore, Mattei offre il 75% a Teheran. È una rottura netta con il sistema imposto dai colossi anglo-americani, le cosiddette “Sette Sorelle”, che in quella fase storica dominavano il mercato petrolifero globale. Washington osservava l’esperimento italiano con crescente allarme, temendo che l’esempio si propagasse agli altri produttori mediorientali. In quell’ottica forse non fu del tutto casuale che, nell’agosto del 1948, lo Scià Mohammad Reza Pahlavi fosse stato il primo capo di Stato straniero a visitare l’Italia repubblicana: un segnale, con dieci anni di anticipo, di quanto Roma guardasse a Teheran come partner strategico.

Negli anni successivi la cooperazione si allargò oltre alla semplice estrazione: nel 1974 Italia e Iran firmarono un accordo per lo sviluppo industriale della regione di Bandar Abbas, con la costruzione di un’acciaieria tramite una joint venture tra l’agenzia iraniana NISC e la Finsider italiana.

RIVOLUZIONE E GUERRA: LA CRISI SENZA ROTTURA (1979-1990)

La rivoluzione islamica del 1979 raffreddò i rapporti, ma — a differenza di quanto accade con gli Stati Uniti — non li interruppe. L’Italia decise di non recidere le relazioni diplomatiche né di bloccare sistematicamente gli scambi commerciali. Durante il decennio della guerra Iran-Iraq (1980-1988), segnato dall’isolamento internazionale della Repubblica Islamica, alcune aziende italiane — tra cui la Fata del gruppo Finmeccanica — restarono presenti sul territorio iraniano.

IL RITORNO DELL’ITALIA (1997-2005): TERZO CLIENTE AL MONDO

È negli anni Novanta e Duemila che il rapporto raggiunge il suo picco storico misurabile con dati ufficiali. Secondo il database del World Bank/UN Comtrade (WITS), nel 1997 l’Iran esportava verso l’Italia beni per 1.838 milioni di dollari, pari al 9,97% del proprio export mondiale: il quarto mercato di sbocco in assoluto, dopo Giappone e alcune destinazioni non specificate. Sul fronte opposto, l’Italia era il quarto fornitore dell’Iran con 795 milioni di dollari di import iraniano dall’Italia.

Il 1998 segnò un crollo temporaneo, con l’export iraniano verso l’Italia sceso a “soli” 202 milioni di dollari, ma si trattò di un’anomalia isolata: a breve l’Italia diventò comunque il primo paese europeo a riprendere formalmente i contatti economici con Teheran. L’anno seguente, il presidente riformista Mohammad Khatami scelse proprio l’Italia per la sua prima visita ufficiale in un paese occidentale dai tempi della rivoluzione: un gesto simbolico, ma denso di significati geopolitici. Nel 2000 nacque la Camera di commercio italo-iraniana, mentre nel 2001 venne firmato un memorandum d’intesa bilaterale che rilanciò ulteriormente gli scambi.

Il punto più alto dei rapporti commerciali italo-iraniani arrivò nel 2005: l’Iran esportò in quell’anno verso l’Italia beni per 6.192 milioni di dollari, il 10,32% del totale mondiale — terzo mercato di sbocco assoluto per il petrolio e i prodotti iraniani, dietro solo a Giappone e a una voce residuale di destinazioni non specificate. Le raffinerie italiane, ENI in testa, erano tra i principali acquirenti di greggio iraniano in Europa. Nello stesso anno l’Italia era anche il quinto fornitore dell’Iran, con importazioni iraniane dall’Italia per 2.351 milioni di dollari.

LE SANZIONI CAMBIANO LA MAPPA (2011-2015)

Il quadro si ribaltò con l’inasprimento delle sanzioni internazionali sul programma nucleare iraniano, votate da ONU, Unione Europea e Stati Uniti tra il 2010 e il 2012, culminate nell’embargo petrolifero europeo del 2012. I dati WITS lo confermano senza ambiguità: già nel 2011 l’Italia uscì dalla classifica dei primi cinque partner commerciali dell’Iran, sostituita da Cina, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Da quel momento in avanti, e per tutto il decennio successivo, l’Italia non rientrerà mai più tra i primi cinque mercati né di export né di import iraniano: un declassamento netto rispetto al ruolo di primo piano avuto fino al 2005.

IL BREVE DISGELO DEL JCPOA (2016-2018)

L’accordo sul nucleare (JCPOA), firmato a Vienna nel luglio 2015 ed entrato in vigore nel gennaio 2016, ha riaperto parzialmente i canali commerciali. Nell’aprile 2016 l’allora premier Matteo Renzi si è recato a Teheran, firmando nell’occasione accordi settoriali (energia, componentistica, infrastrutture aeroportuali) con controparti iraniane, il tutto pochi mesi dopo la visita a Roma del presidente Hassan Rouhani. Si è trattato di una finestra di riapertura politica importante, anche se i volumi commerciali non torneranno mai ai livelli del 2005.

Finestra che, comunque, si richiude rapidamente: nel maggio 2018 l’amministrazione Trump ritirò gli Stati Uniti dal JCPOA, reintroducendo sanzioni severe, comprese quelle “secondarie” che vanno a colpire le aziende straniere — italiane incluse — che continuano a commerciare con l’Iran. Molte imprese italiane furono costrette a ridimensionare o sospendere le attività per evitare l’esposizione al sistema finanziario statunitense.

IL CROLLO STRUTTURALE (2019-2025)

Da qui in avanti i numeri, per quanto più contenuti, restano ben documentati grazie al database UN Comtrade. Nel 2022 l’export italiano verso l’Iran — in gran parte macchinari, prodotti farmaceutici e chimici — ammonta a poche decine di milioni di dollari nella componente diretta rilevata, mentre l’import iraniano dall’Italia si attesta sui 721,97 milioni di dollari, trainato soprattutto da macchinari industriali. Nel 2024 l’export italiano verso l’Iran risale a 571,7 milioni di dollari — principalmente macchinari (291,9 milioni) e apparecchiature ottiche e mediche — mentre l’import italiano dall’Iran si ferma a 193,75 milioni di dollari, composto in gran parte da acciaio e prodotti farmaceutici. Nel 2025 l’export italiano scende ulteriormente a circa 504,7 milioni di dollari e l’import a 148,75 milioni.

Sono cifre lontanissime dai 6 miliardi di dollari di flusso Iran-Italia del 2005: un rapporto commerciale che, pur sopravvissuto formalmente a quasi mezzo secolo di rivoluzioni e sanzioni, si è nel frattempo ridotto a una frazione marginale di quello che fu, sostituito da partner come Cina, Emirati Arabi Uniti e Turchia diventati centrali per Teheran.

LA GUERRA DEL 2026: L’ULTIMO COLPO

Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi aerei coordinati contro l’Iran, colpendo siti militari e governativi e uccidendo diversi alti funzionari iraniani, tra cui la Guida Suprema Ali Khamenei. È l’inizio del conflitto che alcuni osservatori definiscono “Terza Guerra del Golfo”: l’Iran risponde con attacchi missilistici e con droni contro Israele, basi statunitensi e paesi arabi alleati di Washington. Pochi giorni prima dell’inizio delle ostilità, il 25 febbraio, il Dipartimento del Tesoro statunitense aveva già imposto sanzioni a oltre trenta soggetti ed entità legati alla rete di spedizione petrolifera iraniana.

Un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan, viene raggiunto l’8 aprile 2026 e successivamente esteso a tempo indeterminato dal presidente Trump il 21 aprile: ma resta un accordo fragile, con violazioni sporadiche da entrambe le parti.

L’impatto sull’economia italiana è stato immediato, seppur di natura più indiretta che diretta, dato che l’interscambio bilaterale diretto era ormai marginale. A inizio marzo 2026 la società di ricerca economica Prometeia, in un webinar dedicato alle conseguenze del conflitto mediorientale, avvertiva di un probabile impatto significativo ma di breve durata sui mercati, con ripercussioni anche per l’Italia sui prezzi dell’energia e sulle importazioni di alcune materie prime, come l’alluminio. Nello stesso periodo l’Italia ha riattivato le proprie centrali termoelettriche a carbone tenute in riserva, come misura precauzionale contro possibili interruzioni nelle forniture di gas e petrolio legate all’instabilità del Golfo e dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il trasporto marittimo di idrocarburi verso l’Europa.

Il danno più rilevante per l’economia italiana, rispetto la guerra portata da Usa ed Israele contro l’Iran, non è arrivato tanto dalla perdita di un interscambio ormai residuale con Teheran, quanto dall’esposizione indiretta dell’Italia — grande importatrice di energia — alle conseguenze regionali del conflitto: volatilità dei prezzi del petrolio e del gas, rischi sulle rotte di approvvigionamento attraverso il Golfo Persico, e pressioni sui costi delle materie prime industriali.

UNA RELAZIONE A INTERMITTENZA

Ripercorsa nell’insieme, la storia commerciale tra Italia e Iran racconta una relazione a intermittenza, scandita più dalla geopolitica che dalla logica di mercato: un’apertura pionieristica negli anni Cinquanta, una tenuta senza rotture negli anni Ottanta, un vero e proprio boom tra fine anni Novanta e 2005, un declino strutturale imposto dalle sanzioni internazionali dal 2011 in avanti, un timido disgelo nel biennio 2016-2017, e infine un nuovo, drastico ridimensionamento a partire dal 2018 che il conflitto del 2026 non ha fatto che confermare. Resta da vedere se, con un’eventuale stabilizzazione del cessate il fuoco, si riaprirà — come già accaduto nel 1998 e nel 2016 — una nuova finestra di riavvicinamento economico tra i due paesi.

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Iran, Italia partner importante nel commercio ma aumento costi logistici pesa su imprese. VIDEOSERVIZIO dai nostri corrispondenti

 





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Alessio Ramaccioni

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