L’anno scolastico 2026/2027 non dovrebbe essere ricordato soltanto per l’entrata in vigore di nuove Indicazioni nazionali, per la riforma degli istituti tecnici, per l’introduzione più strutturata dell’intelligenza artificiale nella vita delle scuole, per la sperimentazione sulle competenze non cognitive o per le trasformazioni che riguarderanno organizzazione e lavoro del personale. Dovrebbe essere ricordato, piuttosto, come l’anno nel quale la scuola italiana ha avuto l’occasione di porsi nuovamente la domanda più importante: chi sono i ragazzi che abbiamo davanti e quali uomini e donne vogliamo aiutarli a diventare?
È una domanda che precede programmi, quadri orari, discipline, metodologie e persino le tecnologie.
Perché una scuola può cambiare ordinamenti senza cambiare davvero. Può modificare curricoli, introdurre nuove materie, riscrivere documenti, digitalizzare procedure e continuare tuttavia a utilizzare categorie pensate per una società che non esiste più.
Il 2026/2027 introduce, invece, alcune discontinuità che meritano di essere lette dentro una prospettiva più ampia. Le nuove Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo, disciplinate dal DM 221/2025, entreranno progressivamente nella vita delle scuole; contemporaneamente prende avvio il nuovo assetto degli istituti tecnici definito dal DM 29/2026. L’intelligenza artificiale dispone ormai di specifiche Linee guida ministeriali e nel 2026 è stato avviato anche un significativo piano di formazione per accompagnarne l’impiego nelle istituzioni scolastiche. A tutto questo si aggiunge la sperimentazione nazionale dedicata alle competenze non cognitive e trasversali, prevista dalla legge n. 22 del 2025 e concretamente avviata quest’anno.
Sono segnali importanti. Ma nessuna riforma produrrà gli effetti sperati se non avremo il coraggio di andare alla radice della questione.
Una scuola non per il passato, ma per persone che devono abitare il futuro
La storia della scuola italiana è inevitabilmente anche la storia delle idee che hanno attraversato il Paese. Ogni stagione politica, culturale e pedagogica ha tentato di interpretare il proprio tempo e di migliorare ciò che aveva ricevuto. È accaduto ieri e accade oggi. Sarebbe ingeneroso trasformare questa constatazione in un processo alle intenzioni.
Le riforme sono quasi sempre nate dalla convinzione di poter costruire una scuola migliore.
Eppure ogni riforma porta con sé anche il linguaggio e le categorie della propria epoca.
È accaduto nella scuola dello Stato liberale, in quella costruita dalla riforma Gentile, nella stagione repubblicana della scuola di massa, nelle grandi trasformazioni degli anni Sessanta e Settanta, nelle riforme dell’autonomia, nelle successive stagioni del centrodestra e del centrosinistra e continua ad accadere oggi.
Non è uno scandalo. È la storia.
Il rischio nasce quando la scuola diventa il luogo nel quale gli adulti tentano continuamente di risolvere i propri conflitti culturali, mentre i ragazzi chiedono risposte a problemi completamente differenti.
La domanda, allora, non dovrebbe essere se la scuola di domani debba essere più di destra, più di sinistra, più conservatrice o più progressista.
Dovrebbe essere un’altra:
che cosa serve a un ragazzo di dieci, quindici o diciotto anni per vivere dignitosamente, liberamente e responsabilmente nel mondo che incontrerà?
È da questa domanda che dovrebbe nascere ogni curricolo.
Non basta sapere: bisogna imparare a vivere
Per decenni abbiamo discusso, non senza ragioni, su quali conoscenze trasmettere. Continueremo a farlo, perché una scuola senza conoscenze sarebbe semplicemente una scuola più povera.
La cultura conta.
Contano la lingua italiana, la storia, la filosofia, la matematica, le scienze, le lingue, l’arte. Conta conoscere Dante. Conta comprendere la Costituzione. Conta saper scrivere correttamente, argomentare, interpretare un testo, comprendere un dato statistico, distinguere una prova da un’opinione.
Ma oggi questo non basta più.
Può esistere un ragazzo capace di risolvere un’equazione e incapace di tollerare una sconfitta. Un adolescente linguisticamente competente che non sa riconoscere una manipolazione sui social. Una studentessa brillante che vive con angoscia ogni fallimento. Un giovane che dispone di migliaia di informazioni ma non possiede gli strumenti per distinguerne l’attendibilità.
Ed è precisamente qui che la scuola è chiamata a compiere un salto.
Non diminuire le conoscenze.
Aumentare l’educazione.
Una generazione esposta a fragilità nuove
I problemi che attraversano una parte delle nuove generazioni non possono essere liquidati con nostalgia o moralismo.
Non siamo davanti semplicemente a ragazzi «meno educati» o «meno preparati» rispetto a quelli di ieri.
Siamo davanti a giovani che crescono dentro una trasformazione antropologica e tecnologica rapidissima.
Vivono connessi permanentemente. Sono sottoposti alla comparazione continua con gli altri. Costruiscono parte della propria identità in ambienti digitali nei quali consenso e rifiuto vengono misurati pubblicamente. Sono raggiunti da quantità di informazioni che nessuna generazione precedente aveva dovuto gestire.
Accanto alle straordinarie opportunità offerte dal presente incontriamo così fenomeni che la scuola non può ignorare: analfabetismo funzionale, povertà educativa, dispersione esplicita e implicita, bullismo e cyberbullismo, violenza nelle relazioni, dipendenze, isolamento sociale, difficoltà nella gestione delle emozioni, fragilità psicologiche, ansia rispetto alla prestazione e al futuro.
Sarebbe sbagliato attribuire tutto questo alla scuola.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che la scuola possa limitarsi a osservarlo.
Insegnare a fallire dovrebbe diventare un obiettivo educativo
C’è una competenza della quale raramente parliamo nei curricoli e che probabilmente sarà tra le più importanti nella vita dei nostri studenti: la capacità di affrontare il fallimento.
La scuola premia giustamente il successo. Assegna voti, certifica competenze, riconosce risultati.
Ma la vita adulta sarà fatta anche di errori, rifiuti, relazioni che terminano, concorsi non superati, lavori perduti, progetti falliti, cambiamenti improvvisi.
Che cosa facciamo per preparare i ragazzi a tutto questo?
Una persona educata non è quella che non cade.
È quella che impara che una caduta non coincide con la propria identità.
Educare alla resilienza non significa proporre slogan motivazionali. Significa insegnare il valore dell’attesa, della fatica, del limite, dell’errore, della perseveranza. Significa far comprendere che non tutto è immediato e che non ogni desiderio può trasformarsi istantaneamente in diritto o risultato.
La sperimentazione sulle competenze non cognitive e trasversali può rappresentare, da questo punto di vista, una delle innovazioni più interessanti di questa stagione scolastica, purché non venga ridotta all’ennesima griglia da compilare.
L’intelligenza artificiale rende ancora più urgente insegnare l’intelligenza umana
Poi c’è l’intelligenza artificiale.
La discussione sulla possibilità che gli studenti la utilizzino oppure no rischia di diventare rapidamente vecchia.
La utilizzeranno.
La questione è come.
Una scuola contemporanea non può competere con una macchina nella produzione istantanea di informazioni.
Deve fare qualcosa di molto più difficile: insegnare agli studenti a interrogare quelle informazioni.
Chi lo ha detto?
È vero?
Quali fonti lo dimostrano?
Quali interessi possono esserci dietro?
Quale parte della realtà non sto vedendo?
Perché dovrei credere a questa risposta?
E soprattutto: che cosa penso io?
L’intelligenza artificiale rende quindi ancora più importanti la filosofia, la logica, la matematica, la capacità di argomentazione, la storia, la conoscenza scientifica, l’educazione civica.
Non meno cultura.
Più cultura.
Ma una cultura viva, capace di diventare strumento di giudizio.
Le Linee guida ministeriali sull’IA richiamano proprio la necessità di un’adozione consapevole e responsabile di questi strumenti. La vera sfida, tuttavia, sarà trasformare quei principi in pratica quotidiana.
Dall’educazione civica alla cittadinanza vissuta
Occorre poi avere il coraggio di riconoscere una contraddizione.
Possiamo insegnare decine di ore di educazione civica e contemporaneamente avere studenti incapaci di attendere il proprio turno, rispettare un compagno più fragile, discutere senza insultare, distinguere la libertà di parola dall’aggressione.
La cittadinanza non è una disciplina.
È un comportamento.
La Costituzione non può vivere soltanto nelle verifiche. Deve vivere nel modo in cui si gestisce un conflitto, si accetta una regola, si difende qualcuno che viene discriminato, si riconosce il limite della propria libertà quando incontra quella dell’altro.
Ecco perché il curricolo del futuro dovrebbe contenere esplicitamente educazione alle relazioni, al rispetto, alla responsabilità, all’affettività, alla legalità, alla gestione dei conflitti e alla cittadinanza digitale.
Non per imporre un modello antropologico.
Esattamente per il contrario.
Per offrire a ciascun ragazzo gli strumenti per costruire liberamente e responsabilmente il proprio.
Formare uomini e donne, prima ancora che lavoratori
La riforma degli istituti tecnici rilancia giustamente il rapporto tra formazione, innovazione tecnologica e sistema produttivo. È necessario.
Ma anche in questo caso occorre evitare un equivoco.
La scuola non può prevedere quali professioni esisteranno tra vent’anni.
Può però preparare persone capaci di imparare un mestiere che oggi ancora non esiste.
Il lavoratore del futuro avrà bisogno certamente di competenze tecniche.
Ma avrà bisogno anche di capacità di comunicazione, collaborazione, adattamento, pensiero critico, autonomia, responsabilità.
Avrà bisogno, soprattutto, di continuare a imparare.
Per questo il compito della scuola non può essere semplicemente adattare una persona al mercato del lavoro.
Deve renderla abbastanza libera e competente da poter attraversare più lavori, più tecnologie e forse più vite professionali.
Il curricolo che manca
Forse dovremmo allora iniziare a immaginare un curricolo diverso.
Un curricolo nel quale accanto alla matematica si impari a leggere statistiche e manipolazioni dei dati.
Accanto all’italiano si impari a riconoscere la propaganda.
Accanto alla storia si comprendano i meccanismi attraverso i quali nascono autoritarismi, discriminazioni e guerre.
Accanto alle scienze si impari a distinguere evidenza scientifica e pseudoscienza.
Accanto all’informatica si insegni come funzionano algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale.
Accanto all’educazione civica si esercitino responsabilità e partecipazione.
Accanto all’orientamento si impari a conoscere se stessi.
E in ogni disciplina si coltivino curiosità, dubbio, precisione, capacità di ascolto e rispetto dell’altro.
Questo non significa trasformare la scuola in un contenitore infinito di nuove educazioni.
Significa fare esattamente l’opposto: riconnettere ciò che insegniamo con la vita.
La scuola non può sostituire la famiglia. Ma neppure rinunciare al proprio compito
Naturalmente, la scuola non può fare tutto.
Esiste una responsabilità educativa delle famiglie che non può essere delegata.
Esiste una responsabilità delle istituzioni, dei media, delle piattaforme digitali, dello sport, dell’associazionismo, delle comunità.
Pensare di riversare sulla scuola ogni problema sociale significa condannarla all’impotenza.
Ma la scuola rimane l’unico luogo nel quale, ogni mattina, milioni di ragazzi diversi per condizione economica, famiglia, cultura, provenienza e capacità entrano attraverso la stessa porta.
Questo la rende insostituibile.
Forse l’ultima grande istituzione veramente universale che possediamo.
Una riforma più profonda di qualsiasi legge
Il 2026/2027 può diventare allora qualcosa di più dell’anno delle nuove Indicazioni, dei nuovi istituti tecnici, dell’intelligenza artificiale o delle competenze trasversali.
Può diventare l’anno nel quale comprendiamo che la più importante riforma della scuola non consiste nel cambiare continuamente ciò che sta scritto nei documenti.
Consiste nel cambiare la domanda.
Non soltanto:
«Che cosa deve sapere uno studente?»
Ma anche:
«Che persona vogliamo che sia capace di diventare?»
Una persona libera.
Capace di pensare e non soltanto di ripetere.
Capace di usare una tecnologia senza diventarne dipendente.
Capace di dissentire senza odiare.
Capace di fallire senza sentirsi fallita.
Capace di riconoscere una menzogna.
Capace di rispettare chi è diverso.
Capace di lavorare con gli altri.
Capace di assumersi responsabilità.
Capace di scegliere.
Capace, soprattutto, di immaginare un futuro quando il futuro sembra incerto.
Se riusciremo a costruire una scuola così, importerà relativamente poco stabilire se quella scuola sia stata pensata dalla destra, dalla sinistra o dal centro.
Sarà semplicemente una buona scuola.
E probabilmente sarà la scuola di cui hanno bisogno i ragazzi che oggi siedono nei nostri banchi e che domani dovranno prendersi cura del mondo che consegneremo loro.
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Antonio Fundarò
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