Piano di ripristino della natura, Uncem: stop al consumo di suolo nelle città, gestione attiva dei boschi in montagna


Il Piano nazionale di ripristino della natura entra nella fase decisiva del confronto con Bruxelles e Uncem chiede di correggere una possibile equazione: ripristinare la natura non significa necessariamente lasciare che il territorio torni allo stato naturale, soprattutto nelle aree montane. La distinzione, secondo l’associazione, è centrale per evitare che una politica nata per rafforzare gli ecosistemi finisca per accentuare abbandono, fragilità dei versanti e perdita di attività agricole e pastorali.

Il tema emerge dalle osservazioni di Uncem alla bozza italiana del Piano nazionale di ripristino della natura (PNR) che il Ministero dell’Ambiente dovrà formalizzare a Bruxelles. La linea proposta dall’associazione è netta: stop al consumo di suolo nelle città, ma nelle montagne occorre puntare soprattutto su gestione attiva, pianificazione forestale e organizzazione dei versanti.

Il punto di partenza è la diversa condizione dei territori. Nei centri urbani Uncem sostiene la necessità di fermare l’espansione edilizia, recuperare aree pavimentate e privilegiare il riuso del patrimonio esistente. La richiesta riguarda anche il superamento di una pianificazione urbanistica che continui a prevedere grandi estensioni di nuove aree edificabili, soprattutto in presenza di capannoni e immobili già inutilizzati.

Al contrario, nelle aree montane la priorità dovrebbe essere la gestione del patrimonio naturale esistente. «Nelle aree montane italiane la superficie forestale è già fortemente aumentata», osserva il presidente di Uncem Marco Bussone, ricordando che il patrimonio boschivo nazionale raggiunge circa 11 milioni di ettari. Un’espansione che, secondo l’associazione, è avvenuta anche a scapito di prati, pascoli e terreni agricoli.

Il rischio, nella lettura di Uncem, è confondere l’abbandono con la tutela della biodiversità. Lasciare semplicemente che le superfici evolvano senza una gestione può infatti aumentare la fragilità dei versanti, favorire il dissesto e contribuire alla perdita delle attività economiche legate all’agricoltura e alla pastorizia.

Da qui la richiesta di inserire nel PNR un riferimento esplicito alla Strategia delle Green Communities, prevista dalla legge 221/2015. Per Uncem rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali mettere in relazione capitale naturale, capitale umano, investimenti e comunità locali, trasformando la tutela ambientale in una politica territoriale capace di produrre anche sviluppo.

Il secondo pilastro indicato dall’associazione è il Testo unico forestale del 2018. La gestione delle foreste dovrebbe partire dalla pianificazione e dalla certificazione del patrimonio forestale italiano, collegandosi alle strategie nazionali dedicate alle foreste e alla biodiversità.

La richiesta riguarda tutte le superfici forestali, comprese quelle ricadenti nelle aree protette. I piani forestali, sostiene Uncem, dovrebbero dialogare con la pianificazione dei pascoli, con gli strumenti urbanistici comunali e con i piani di protezione civile. Anche gli indicatori del Piano dovrebbero quindi considerare la gestione forestale, la pianificazione e le superfici certificate secondo standard FSC e PEFC, evitando di assumere automaticamente la presenza di legno morto in piedi come indicatore positivo.

C’è poi una questione strutturale che riguarda l’economia delle aree interne: la frammentazione della proprietà. Per Uncem la parcellizzazione fondiaria rappresenta uno dei principali ostacoli alla gestione economica e ambientale delle superfici montane. Ricomposizione fondiaria e associazionismo fondiario vengono quindi indicati come strumenti da inserire nel Piano per rendere possibile una gestione più efficace di boschi, pascoli e terreni agricoli.

La questione non è soltanto ambientale. È anche economica, perché una proprietà eccessivamente frammentata rende più difficile programmare interventi, realizzare investimenti, organizzare le attività produttive e mantenere una presenza stabile nelle aree montane.

Uncem esprime inoltre una posizione favorevole alla pioppicoltura, chiedendone l’incentivazione anche come strumento per contrastare l’abbandono delle superfici. L’associazione non condivide invece un’impostazione che consideri negativamente, in modo generalizzato, pioppeti, foreste artificiali o superfici forestali realizzate nel Novecento. La priorità, sostiene, dovrebbe essere quella di migliorarne le funzioni attraverso una corretta pianificazione e gestione, senza ricorrere necessariamente alla rinaturalizzazione.

Sul versante urbano, invece, il giudizio sulla bozza è più positivo. Uncem valuta favorevolmente le misure dedicate alla riduzione del consumo di suolo, alla maggiore permeabilità delle superfici, alla copertura arborea e alle soluzioni basate sulla natura, comprese coperture e pareti verdi. A questo si aggiunge la proposta di una pianificazione urbanistica sovracomunale e di una gestione più qualificata del verde pubblico.

La sfida diventa quindi quella di differenziare le politiche in funzione dei territori. In città il problema è contenere l’espansione e recuperare spazio permeabile; in montagna, invece, la priorità è mantenere il territorio produttivo, presidiato e gestito.

Nella stessa logica rientra il recupero di muretti a secco, terrazzamenti e sistemazioni idraulico-agrarie tradizionali, elementi che hanno svolto per generazioni una funzione ambientale e di difesa del territorio e che oggi possono diventare parte di una strategia integrata di adattamento e manutenzione.

La posizione di Uncem si sintetizza così nella richiesta di un piano di gestione attiva e integrata del territorio montano, nel quale la tutela della natura sia accompagnata da strumenti economici, forestali e urbanistici capaci di mantenere le comunità sul territorio.

«Non basta parlare di rinaturalizzazione o di aumento dei boschi, ma occorre un piano di gestione attiva e integrata del territorio, soprattutto montano», sottolinea Bussone. La questione, in definitiva, non è aumentare semplicemente la superficie forestale, ma decidere come gestire il capitale naturale già presente, trasformandolo in una risorsa per la sicurezza del territorio, la biodiversità e l’economia delle comunità locali.

È su questo equilibrio tra conservazione e gestione che si gioca una parte importante dell’attuazione italiana del Piano europeo di ripristino della natura: meno consumo di suolo dove l’urbanizzazione ha già occupato territorio, più pianificazione dove la natura è invece parte integrante dell’economia e della sicurezza delle comunità montane.


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