Ci sono luoghi che non appartengono soltanto a chi li abita, né esclusivamente alla religione che li considera sacri. Esistono luoghi che, pur essendo lontani, custodiscono qualcosa che riguarda tutti: il nostro rapporto con la vita, con la morte, con la natura e con ciò che ci supera. Il Nepal e il Tibet sono tra questi.
Le immagini della catastrofe che ha colpito la regione di confine mostrano la forza devastante di acqua, fango, ghiaccio e rocce precipitati sulle comunità, travolgendo villaggi, strade, ponti e vite. Il 26 agosto, il collasso di una massa glaciale ha generato una piena improvvisa che ha investito un territorio fragile e difficile da raggiungere. Mentre scrivo, il numero delle persone morte e disperse continua a cambiare e le operazioni di soccorso si svolgono in condizioni estremamente complesse, anche per il pericolo di nuove frane e inondazioni.
Dietro ogni cifra c’è una persona. Ci sono famiglie che attendono notizie, persone rimaste senza casa, comunità improvvisamente private dei propri riferimenti. Ci sono corpi che vengono cercati e altri che forse non potranno essere restituiti ai loro cari. Ci sono sopravvissuti che dovranno imparare a convivere non soltanto con ciò che hanno perduto, ma anche con ciò che hanno visto.
Come persona, prima ancora che come death educator, sento il bisogno di fermarmi davanti a questa sofferenza. Non per appropriarmene, non per trasformarla in una riflessione astratta, ma per riconoscerla. Il dolore degli altri non dovrebbe mai diventare uno spettacolo da consumare rapidamente tra un’immagine e l’altra. Chiede rispetto, silenzio e responsabilità.
In questi giorni ho pensato anche al Monte Kailash, nel Tibet occidentale, all’interno della Regione autonoma del Tibet, in Cina. Il monte non si trova nell’area direttamente colpita dalla catastrofe, ma il valico di Gyirong, investito dalla piena, è uno dei principali passaggi lungo il percorso che dal Nepal conduce al Kailash e al lago Manasarovar. Tra le persone coinvolte e disperse vi sono infatti anche numerosi pellegrini diretti verso questi luoghi sacri.
Il Kailash appartiene a una geografia spirituale che supera confini politici e appartenenze religiose. È venerato dall’induismo, dal buddhismo, dal giainismo e dalla tradizione Bön, ma il suo significato può parlare anche a chi non si riconosce in nessuna fede. Migliaia di pellegrini ne percorrono il perimetro compiendo la kora, mentre la vetta rimane inviolata: non la si conquista, le si gira intorno. Un gesto che ricorda come non tutto ciò che esiste debba essere posseduto, scalato o dominato.
Questa capacità di riunire persone diverse richiama anche lo spirito del Wesak, la grande ricorrenza buddhista dedicata alla nascita, all’illuminazione e al passaggio ultimo del Buddha. In molti luoghi viene vissuta come un’occasione di incontro aperta anche a cristiani, credenti di altre tradizioni e persone senza appartenenza religiosa. Non perché le differenze vengano cancellate, ma perché compassione, pace e cura della vita possono diventare un terreno comune.
Poco distante dal Kailash si trova il lago Manasarovar, considerato da diverse tradizioni simbolo di purezza e trasformazione. Montagna e lago, roccia e acqua, permanenza e mutamento sembrano custodire insieme una verità essenziale: il desiderio umano di ciò che resta e la realtà inevitabile di ciò che cambia.
Eppure oggi proprio l’acqua, simbolo di vita e rigenerazione, si è trasformata in una forza distruttiva. Il ghiaccio si è spezzato, la montagna ha ceduto, i fiumi hanno trascinato via case e persone. Sarebbe facile leggere tutto questo come la vendetta di una natura offesa. Ma la natura non si vendica e non impartisce lezioni morali. Accade secondo processi complessi, mentre la crisi climatica sta rendendo sempre più instabili territori già vulnerabili. Spetta a noi interrogarci sulla responsabilità umana e sulla necessità di proteggere chi vive nelle aree maggiormente esposte.
La spiritualità, se non vuole ridursi a consolazione, comincia dalla capacità di rimanere davanti alla realtà. Non serve a spiegare perché qualcuno sia morto, né a rendere accettabile ciò che accettabile non è. Può però aiutarci a non distogliere lo sguardo, a riconoscere l’interdipendenza che ci lega e a trasformare la compassione in un gesto concreto.
Quando una calamità cancella interi villaggi, il lutto non riguarda soltanto le vite perdute: investe le case, i paesaggi, le consuetudini, le forme di sostentamento, la memoria collettiva e persino la fiducia nel futuro. Anche per questo la ricostruzione non potrà essere soltanto materiale. Serviranno acqua, cibo, cure, ripari e collegamenti. Ma serviranno anche tempo, ascolto e accompagnamento. Servirà restituire alle persone la possibilità di piangere, ricordare e ricomporre una continuità dopo la frattura.
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Da oggi l’Unione Buddhista Italiana attiva una raccolta fondi straordinaria destinata alle popolazioni colpite tra Nepal e Tibet. La gestione delle risorse è affidata a Wisedāna Foundation ETS, l’ente filantropico dell’Unione Buddhista Italiana, che si occuperà di raccogliere, organizzare e destinare i fondi in modo ordinato e trasparente.

Wisedāna Foundation ETS opererà appoggiandosi a organizzazioni già presenti e attive sul territorio, in grado di intervenire con tempestività e con una conoscenza diretta dei bisogni reali. I partner operativi sono in corso di valutazione in queste ore secondo un criterio preciso: affidabilità, radicamento locale e capacità di far arrivare gli aiuti direttamente alle persone.
Unione Buddhista Italiana e Wisedāna Foundation ETS assicurano fin da ora un percorso costante di comunicazione, monitoraggio e rendicontazione. Chi sceglierà di contribuire sarà informato puntualmente su come verranno impiegati i fondi, quali interventi saranno realizzati e con quali risultati.
È possibile sostenere fin da ora la raccolta fondi con una donazione attraverso Wisedāna Foundation ETS.
Bonifico bancario intestato a: Wisedāna Foundation ETS
IBAN: IT 56A 050 1801 6000 0000 0000 044
Causale: Emergenza Nepal-Tibet
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Maria Angela Gelati
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