La natalità come questione di libertà, futuro e sviluppo del Paese – Di Luciano Malfer (Research and Family Development Manager – Fondazione Bruno Kessler, FBK) con intervista a Gigi De Palo
Il calo delle nascite non riguarda soltanto il numero sempre più ridotto di bambini che ogni anno vengono al mondo, ma coinvolge direttamente il futuro economico, sociale e territoriale dell’Italia. Una popolazione che invecchia e una platea di persone in età lavorativa sempre più ristretta incidono sulla sostenibilità del welfare, sul funzionamento del sistema sanitario e pensionistico, sulla vitalità delle scuole e sulla disponibilità di lavoratori. La natalità diventa così una questione di interesse collettivo, dalla quale dipende la capacità del Paese di mantenere i propri equilibri e progettare con fiducia il futuro.
Gli ultimi dati descrivono una situazione particolarmente critica. Secondo l’ISTAT, nel 2025 i nati residenti in Italia sono stati circa 355 mila, 15 mila in meno rispetto al 2024, con una diminuzione del 3,9%. Il numero medio di figli per donna è sceso da 1,18 a 1,14, nuovo minimo storico. Come evidenzia direttamente l’Istituto, «in base a dati ancora provvisori, i nati residenti in Italia sono 355mila nel 2025, 6,0 ogni mille abitanti». L’età media delle donne al parto ha raggiunto, inoltre, i 32,7 anni. ISTAT, Indicatori demografici – Anno 2025.
La denatalità non riguarda soltanto l’Italia. Nel 2024 nell’Unione europea sono nati 3,55 milioni di bambini e il tasso medio di fecondità è sceso a 1,34 figli per donna, il livello più basso dall’inizio della serie europea. Tutti i Paesi dell’Unione si collocano ormai sotto la soglia di sostituzione di 2,1 figli per donna, sebbene con differenze rilevanti: si passa da 1,72 in Bulgaria e 1,61 in Francia a 1,10 in Spagna e 1,01 a Malta. Eurostat, Fertility statistics.
Anche a livello mondiale il quadro sta cambiando rapidamente. Secondo le Nazioni Unite, il tasso globale di fecondità è sceso a circa 2,25 figli per donna, un figlio in meno rispetto a una generazione fa. La bassa fecondità, l’allungamento della vita e la progressiva concentrazione della popolazione in alcune aree stanno trasformando la struttura demografica di numerosi Paesi. Nazioni Unite, World Population Prospects 2024.
Il Dossier 2026 “Volere o potere?”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con l’ISTAT, introduce però un elemento decisivo: la denatalità italiana non può essere spiegata semplicemente con la scomparsa del desiderio di avere figli. Nel 2024, le intenzioni espresse dalle donne in età fertile avrebbero corrisposto, se realizzate, a circa 760 mila nascite all’anno; nel 2025 i bambini effettivamente nati sono stati meno della metà.
I dati descrivono un Paese nel quale il desiderio di genitorialità è ancora presente, ma incontra ostacoli economici, lavorativi, abitativi e organizzativi che ne impediscono la realizzazione. Questa distanza tra volere e potere viene rappresentata in modo drammatico dal cortometraggio di Plasmon “ADAMO 2050 – Una storia vera dal futuro”, che immagina la nascita dell’ultimo bambino italiano. Adamo cresce solo, in un Paese nel quale sale parto, asili e scuole sono ormai vuoti: una storia simbolica che trasforma le proiezioni demografiche in immagini e mostra come una società senza bambini perda progressivamente servizi, relazioni e fiducia nel futuro.
La complessità di questo scenario richiede una risposta organica, capace di tenere insieme il sostegno alla natalità, il governo dei processi migratori e la capacità dei territori di attrarre e trattenere giovani, famiglie e competenze. Ne parliamo con Gigi De Palo, Presidente della Fondazione per la Natalità, promotrice degli Stati Generali della Natalità e impegnata da anni nel portare la questione demografica al centro dell’agenda pubblica nazionale.
Presidente De Palo, il dossier porta un titolo molto efficace: “Volere o potere?”. Che cosa ci racconta della distanza tra il desiderio di avere figli e la possibilità concreta di realizzarlo?
Il titolo del dossier è stato scelto in stretto collegamento con quello degli Stati Generali della Natalità, in programma a novembre: “Cambiare Paese o cambiare il Paese?”. Entrambi pongono al centro una scelta decisiva. Con “Volere o potere?” abbiamo giocato sul significato della nota espressione “volere è potere”, perché i dati mostrano che in Italia oggi non è più sempre così. Il desiderio di avere figli è ancora presente, ma troppo spesso non riesce a trasformarsi in realtà. È questo il grande divario italiano: una distanza crescente tra i progetti di vita delle persone e le condizioni concrete necessarie per realizzarli.
Non si tratta di attribuire la responsabilità a un singolo Governo. È un problema profondamente italiano, maturato nel tempo attraverso ritardi, sottovalutazioni e scelte rinviate, al quale concorrono molti fattori. Oggi i nodi sono arrivati al pettine e ci troviamo di fronte a una situazione molto grave, vicina a un punto di non ritorno. Quando desideri, sogni e aspettative non possono realizzarsi, non siamo davanti soltanto a una questione demografica, ma a una limitazione della libertà delle persone e a una sconfitta dell’intero Paese.
Dal dossier emerge un “muro” economico, lavorativo e organizzativo che ostacola la genitorialità. Quali politiche strutturali dovrebbe adottare l’Italia per ridurre questa distanza?
Sta emergendo con sempre maggiore chiarezza che le politiche familiari sono politiche totali, perché attraversano il lavoro, la casa, il fisco, i servizi e le politiche giovanili. Una politica che garantisce ai giovani un’occupazione stabile è anche una politica familiare: se il primo contratto a tempo indeterminato arriva dopo i trent’anni, il progetto di genitorialità viene inevitabilmente rinviato. Quando l’attesa si prolunga per quattro o cinque anni, quel progetto può essere realizzato altrove, in un Paese che offre redditi più alti, maggiore stabilità contrattuale e servizi più accessibili, oppure può essere ridimensionato. Il rinvio della prima nascita incide anche sulla possibilità di avere un secondo figlio, sia per ragioni biologiche sia perché, quando finalmente si raggiungono condizioni sufficientemente stabili, il tempo disponibile si è ormai ristretto.
Lo stesso vale per l’abitazione: se l’affitto assorbe quasi interamente lo stipendio, mancano le condizioni essenziali per accendere il fuoco della famiglia e della genitorialità. Lavoro e casa costituiscono lo start-up iniziale di un progetto familiare; se arrivano troppo tardi, quel progetto non riesce neppure a partire. A questo si aggiunge una discriminazione fiscale che non è soltanto economica, ma anche culturale. Un Paese, attraverso il modo in cui preleva e redistribuisce le risorse, dichiara quali realtà considera importanti. Un sistema basato prevalentemente sul reddito individuale, che tiene conto solo marginalmente dei carichi familiari, trasmette il messaggio che crescere uno o più figli sia una questione essenzialmente privata. Non bastano singole detrazioni: serve una riforma strutturale che riconosca in modo sistematico il valore sociale ed economico generato dalle famiglie.
Esiste anche un problema culturale? Se fossero adottate tutte le migliori politiche familiari, tornerebbero davvero a nascere più bambini?
Il calo della natalità interessa gran parte del mondo occidentale e non può essere spiegato soltanto con la mancanza di politiche adeguate. Esiste anche un problema culturale, legato alla fiducia nel futuro e alle aspettative positive. Siamo entrati in una fase nella quale molte persone percepiscono il mondo occidentale in declino e faticano a immaginare il domani come uno spazio migliore nel quale far crescere i propri figli. Anche il fatto, spesso richiamato in modo provocatorio, che nelle famiglie italiane siano ormai più numerosi gli animali domestici dei bambini esprime un cambiamento profondo delle priorità, degli stili di vita e delle responsabilità che si è disposti ad assumere. Le politiche sono indispensabili, ma da sole non possono generare automaticamente nuove nascite: devono essere accompagnate dalla ricostruzione di un clima di speranza.
La situazione italiana presenta però una particolarità importante. Il desiderio di avere figli rimane più elevato di quanto mostrino le nascite effettive e soltanto il 5,5% dichiara che la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita. Secondo il Dossier Natalità 2026, se le intenzioni espresse dalle donne si fossero concretizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760 mila bambini, più del doppio dei 355 mila effettivamente registrati. Questo significa che non siamo soltanto davanti a persone che non vogliono figli, ma soprattutto a persone che li desiderano e non riescono ad averli. Quando un desiderio così importante rimane irrealizzato, si produce una sconfitta personale e collettiva; quando invece può realizzarsi, genera fiducia e rimette in moto l’intera società.
Di fronte al calo demografico si richiamano spesso tre possibili leve: sostegno alla natalità, immigrazione e attrattività territoriale. Come possono essere integrate senza considerarle soluzioni alternative?
Nel mio intervento agli Stati Generali della Natalità dello scorso anno avevo indicato quattro direzioni da percorrere contemporaneamente. La prima riguarda politiche familiari adeguate, stabili e strutturali, che in Italia sono mancate per troppo tempo. L’assegno unico ha rappresentato un passaggio importante, ma non è sufficiente e la sua applicazione avrebbe dovuto inserirsi in una strategia più ampia. La seconda direzione è l’attrattività interna: dobbiamo costruire un Paese nel quale i giovani italiani possano scegliere di rimanere e coloro che sono partiti abbiano buone ragioni per tornare. Continuare a formare giovani e competenze che poi trovano altrove migliori condizioni di lavoro e di vita significa impoverire ulteriormente la nostra struttura demografica.
La terza direzione riguarda l’attrattività esterna. L’Italia possiede qualità ambientali, culturali e sociali che potrebbero convincere giovani e famiglie europee, anche provenienti da Paesi con redditi più elevati, a trasferirsi nei nostri territori. Il lavoro da remoto rende oggi possibile vivere in un borgo italiano continuando a lavorare per un’impresa francese, tedesca o internazionale. Se offriamo abitazioni, connessioni, servizi e comunità accoglienti, possiamo trasformare lo smart working in uno strumento concreto di ripopolamento e rigenerazione delle aree interne.
La quarta direzione richiede un atteggiamento maturo, consapevole e non ideologico verso l’immigrazione. La riduzione del numero di donne in età fertile rende ormai estremamente difficile invertire la tendenza affidandosi soltanto alla ripresa delle nascite. L’immigrazione non deve essere considerata una sostituzione delle politiche familiari, ma una componente necessaria della strategia demografica ed economica: abbiamo bisogno di lavoratori, famiglie, contribuenti e consumatori per mantenere vitali imprese, servizi e comunità. Con Gian Carlo Blangiardo abbiamo approfondito questa prospettiva nel progetto dello “Ius familiae”, valorizzando in particolare l’immigrazione familiare. Quando arrivano nuclei con figli, aumentano la stabilità, il radicamento e la responsabilità reciproca, favorendo l’integrazione e contribuendo anche alla sicurezza delle comunità. Le quattro leve devono quindi agire insieme: sostenere le nascite, trattenere i giovani, attrarre nuove famiglie e governare seriamente l’immigrazione.
Nelle aree interne e nei piccoli Comuni il calo delle nascite si intreccia con spopolamento, invecchiamento e riduzione dei servizi. Quale strategia specifica è necessaria per restituire futuro a questi territori?
Per le aree interne, purtroppo, la vedo male, perché ci troviamo di fronte a un problema nel problema. Al crollo generale della natalità si aggiunge lo spopolamento prodotto dalla partenza dei giovani, che lasciano i piccoli Comuni del Mezzogiorno, della Sicilia e di molte altre zone del Paese per lavorare nelle grandi città italiane o all’estero. A Milano o a Roma la denatalità può non essere percepita immediatamente, perché la presenza di studenti, lavoratori e persone provenienti da altri territori continua ad alimentare la vita urbana. Nei piccoli Comuni, invece, il cambiamento è già sotto gli occhi di tutti: aumentano gli anziani, diminuiscono i giovani, chiudono le scuole e vengono meno servizi e attività economiche.
Si crea così un circolo vizioso molto difficile da interrompere. Meno persone significano minori possibilità di mantenere trasporti, presìdi sanitari, negozi, scuole e servizi; la loro scomparsa rende il territorio ancora meno attrattivo e spinge altre famiglie ad andarsene. Alla mancanza di abitanti si aggiunge quindi una carenza oggettiva di opportunità, fino al punto in cui il territorio sembra non offrire più nulla a chi vorrebbe restare o trasferirsi. Lo spopolamento incide anche sulla cura del paesaggio: territori meno abitati e presidiati sono più difficili da gestire e maggiormente esposti all’abbandono, al dissesto e al deterioramento del patrimonio costruito.
Dobbiamo superare l’idea secondo la quale, se ci sono meno persone, si vive meglio e si protegge maggiormente l’ambiente. Nelle aree interne è vero esattamente il contrario: il numero delle persone è determinante per mantenere servizi, comunità, attività economiche e cura del territorio. La strategia deve quindi riportare stabilmente abitanti, soprattutto giovani e famiglie, creando lavoro, abitazioni accessibili, connettività, mobilità e servizi essenziali. Non basta chiedere alle persone di restare per amore del proprio paese: bisogna offrire loro ragioni concrete per costruirvi il futuro.
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