Per anni, quando si parlava di incentivi all’automotive, il pensiero correva quasi automaticamente agli sconti per cambiare automobile. Oggi la direzione sembra essere almeno in parte diversa: sostenere non soltanto chi acquista un nuovo veicolo, ma soprattutto chi dovrà progettare, produrre e trasformare le automobili dei prossimi anni. È dentro questo cambio di prospettiva che si inserisce il nuovo intervento del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che ha destinato 300 milioni di euro alla filiera automotive attraverso i Mini contratti di sviluppo. Il provvedimento, firmato dal ministro Adolfo Urso e annunciato il 7 settembre, punta a finanziare gli investimenti delle imprese impegnate nella transizione tecnologica del settore, dalla componentistica ai nuovi sistemi di propulsione, fino alle tecnologie legate alla mobilità connessa e autonoma. Non si tratta ancora dell’apertura dello sportello: modalità e termini per presentare le domande saranno stabiliti da un successivo decreto direttoriale. Ma il quadro della misura è già definito.
I 300 milioni potranno essere utilizzati per programmi che vanno dallo sviluppo e dall’ingegnerizzazione di nuovi veicoli al testing e alla produzione, comprendendo sistemi di alimentazione e propulsione a basse emissioni, componenti e tecnologie avanzate per una mobilità più sostenibile, intelligente e sicura. Il perimetro comprende anche la diversificazione e la riconversione industriale verso tecnologie strategiche ad alta intensità di ricerca e sviluppo. È un passaggio rilevante soprattutto per quella parte della filiera che per decenni ha costruito il proprio mercato attorno al motore tradizionale e che oggi deve ripensare prodotti, processi e competenze. Gli investimenti produttivi potranno inoltre essere affiancati da progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale e da programmi di formazione del personale, questi ultimi entro il limite del 10% dell’investimento complessivo. In altre parole, la transizione non viene letta soltanto come sostituzione di una tecnologia con un’altra, ma come trasformazione dell’intera struttura produttiva e delle professionalità che la sostengono.
Anche la distribuzione delle risorse mostra a chi è rivolto lo strumento. Il 60% dei fondi è riservato alle iniziative presentate dalle piccole e medie imprese, quindi circa 180 milioni di euro; un quarto di questa quota sarà destinato specificamente a micro e piccole aziende. Il 40% delle risorse dovrà invece sostenere programmi realizzati negli stabilimenti del Mezzogiorno, mentre sono previste ulteriori riserve per le imprese dotate di rating di legalità e certificazione della parità di genere. Le agevolazioni potranno assumere la forma di contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati e arrivare complessivamente a coprire fino al 75% delle spese ammissibili. Le aziende potranno anche presentare programmi congiunti, coinvolgendo fino a cinque partecipanti: una possibilità particolarmente significativa in un settore composto da grandi produttori ma anche da una rete molto articolata di fornitori, subfornitori, società di engineering e imprese specializzate. Le domande saranno valutate secondo l’ordine cronologico di presentazione e il Ministero prevede che la concessione delle agevolazioni venga deliberata entro 120 giorni dal ricevimento.
La scelta dei Mini contratti di sviluppo serve proprio a portare gli strumenti di politica industriale più vicino a investimenti di dimensione inferiore rispetto ai grandi Contratti di sviluppo. Il meccanismo era stato introdotto negli anni scorsi per sostenere tecnologie considerate strategiche a livello europeo, dal digitale alle tecnologie pulite fino alle biotecnologie, e nella sua configurazione originaria finanziava programmi compresi tra 5 e 20 milioni di euro. Per l’automotive lo strumento viene ora inserito in una strategia specifica di riconversione della filiera. Non è peraltro l’unico canale di sostegno al settore: il Governo ha scelto di rimodulare le risorse del Fondo Automotive per il periodo 2026-2030 destinando quasi il 70% delle disponibilità agli incentivi rivolti all’offerta, attraverso strumenti come gli Accordi per l’innovazione e gli stessi Mini contratti di sviluppo.
È questo probabilmente l’elemento politico-industriale più interessante dell’intervento. La transizione dell’automotive non viene affrontata soltanto cercando di sostenere le immatricolazioni, ma provando a intervenire a monte, negli stabilimenti e nelle filiere. Una scelta che arriva mentre l’industria europea dell’auto deve contemporaneamente gestire il passaggio verso motorizzazioni a minori emissioni, la crescente presenza del software a bordo dei veicoli, lo sviluppo della guida connessa e autonoma e una competizione internazionale sempre più forte sulle nuove tecnologie. Per l’Italia la questione è particolarmente delicata perché dietro la produzione di automobili esiste un sistema molto più ampio di imprese della componentistica, della meccanica, dell’elettronica e dei servizi tecnologici. La sfida dei 300 milioni sarà quindi capire quanti nuovi investimenti riusciranno effettivamente ad attivare e soprattutto se saranno sufficienti ad accompagnare le aziende più esposte al cambiamento.
Il passaggio successivo sarà decisivo. Un decreto direttoriale dovrà stabilire nel dettaglio quando aprirà lo sportello e come potranno essere presentate le richieste. Solo allora si potrà misurare il reale interesse delle imprese e capire quali segmenti della filiera utilizzeranno maggiormente lo strumento. Ma il segnale è già chiaro: nella nuova stagione degli incentivi automotive, una parte sempre più consistente delle risorse pubbliche non è destinata a portare una nuova automobile nel garage dei consumatori, bensì nuove tecnologie, impianti e competenze dentro le fabbriche.
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